| SILVIA'S MAGIC HANDS | ||||
|
|
Un po' italiani, un po' inglesi, i Silvia's magic hands hanno un suono ruvido e ammaliante allo stesso tempo. Abbiamo intervistato .  Siete figli di un festival, almeno in un certo senso (penso a Italia Wave) vi ha un po' messo sulla strada giusta, cosa eravate prima e cosa siete adesso? Che rapporto avete con i festival in generale? Prima di Italia Wave i Silvia's Magic Hands non esistevano neanche. Avevamo un paio di brani, delle idee ma ancora dovevamo capire cosa serviva e come. Sicuramente la finale del 2008 ci aiutò ad essere un pò più esposti agli occhi della gente, a convincerci sulla direzione da seguire e sul fatto che il prodotto ci piaceva e piaceva. Con i festival, in generale, abbiamo dei buoni rapporti. Sono stati per noi una vetrina ed in alcuni casi promotori di altri eventi, quindi non avrebbe senso parlarne male. Come convivete con questa doppia anima, metà inglese, metà italiana? Non ci siamo mai posti il problema, è sempre accaduto tutto in maniera così naturale che non c'è stato spazio per nessuna domanda o incontro a tavolino. La mia parte italiana, poi, l'avverto poco. Conosco le mie radici ma lo sguardo è altrove. Ci parli del vostro incontro? James e io abbiamo lavorato qualche mese per la stessa ditta. Abitava dietro casa mia quindi viaggiavamo insieme. Un giorno gli ho proposto del materiale a cui volevo desse uno sguardo. Lui ha fatto altrettanto. Gianluca (il batterista), invece, era un mio vecchio amico con cui avevo già condiviso altri progetti: chiamarlo per Italia Wave fu un bisogno. Ora è tutto diverso. È parte integrante di questa formazione. C'è, nel vostro sound, qualcosa che ha radici lontane, non solo geograficamente, ma anche una tendenza a creare atmosfere musicali che hanno un sapore a cavallo tra i ‘60 e i ‘70... cosa ne pensi? Per me il nostro disco pullula di tante cose mischiate: in alcuni casi bene, in altri magari ci sarebbe voluta più esperienza e coscienza di dove si andava. Non riesco a coglierne solo un lato. Ci può essere qualche elemento preponderante rispetto ad altri ma ci sono tante altre cose nel nostro modo di suonare e di metterci in gioco che seppur lontane e ben mascherate, sono per noi naturali. Avete un concetto "artigianale" della musica, parlo del suono un po' low-fi, ma allo stesso tempo una scrittura ricercata, un accostamento che rende il disco "vicino"... è un effetto voluto? Personalmente amo il low-fi. Detto questo, il disco è stato registrato in fretta con pochi mezzi e senza aver finito di lavorare sugli arrangiamenti. Direi quindi che l'effetto ottenuto da una parte mi soddisfa, dall'altra un po' meno. Riascoltandolo (ingrossato da Zavalloni) suonava bene ma abbiamo cercato, nei limiti del possibile, di renderlo un po' più caldo. Ci piaceva evidenziare le dinamiche che lo compongono. Ci racconti un po' il disco? Il disco è stato un abbozzo di ciò che stavamo diventando. Si compone di 10 tracce dove si sentono (forse in alcuni casi anche un pò troppo!) tutte le nostre influenze: i vinili, il giallo, la malinconia, il folk, il Mississipi, il vecchio blues, mozziconi di cicche e polvere. L'intenzione buskers a volte si nasconde per lasciare spazio all'elettronica, ai megafoni ed ai loop. Un disco semplice ma non nell'intenzione e nella ricerca. Antonietta Rosato
|






