| PINO MINAFRA | ||||
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È uno che non scende a patti, Pino Minafra. Ruvese, classe ’51, trombettista, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, didatta, e molto altro ancora. Totem del jazz pugliese, pilastro di quella colonia free votata alla sperimentazione e alla ricerca che è l’Italian Instabile Orchestra, è da sempre ideatore instancabile di progetti affascinanti come La Banda, Meridiana Multijazz Orchestra, Canto General, Minafric. Radicatissimo nella sua terra e nelle sue convinzioni musicali, politiche, di fede, Minafra è un uomo solido e un artista coerente come si può dirlo di pochi. Nel 2005 il suo Sud Ensemble è stato eletto formazione dell’anno dal referendum di Musica Jazz, e Terronia disco dell’anno. La sua è un’esperienza musicale che è sempre stata aperta a molteplici influenze, dall’avanguardia afroamericana al free europeo, dalla musica popolare e al jazz mediterraneo. Una babilonia di storie e anime diverse, che hanno poi trovato una dimensione, un’identità unica e originale, e che molto hanno a che fare con l’appartenenza a questa terra di sud, di cui Minafra dice: “è il ponte naturale verso l’Oriente, una terra in cui tutte le popolazioni di passaggio hanno lasciato dei segni profondi, e che ha conservato questa naturale attrazione verso la contaminazione, verso ciò che è altro. Una formidabile terra di sincretismi e di sintesi. Credo sia riconducibile a questo la concentrazione così elevata di eventi, idee e ottimi musicisti nel territorio”.
In questa regione, Minafra, insieme alla sua famiglia (la moglie è la clavicembalista Margherita Porfido, e il figlio è il pianista Livio), ha investito molto, forse per una sorta di gratitudine legata al fatto che, come ci spiega, la sua musica, che poi è la sua storia, nasce proprio da qui. “Credo fermamente che ciascuno debba raccontare la propria storia. È quello che hanno fatto tutti i grandi, da Bach a Stravinskij, da Armstrong a Charlie Parker, hanno raccontato se stessi e fotografato quello che avevano attorno. L’idea di copiare un modello e restare tutta la vita su quello è fallimentare. E questa verità mi è stata chiara da subito, da quando ho cominciato a suonare. Ho sempre cercato di raccontare chi sono, fotografare la realtà che avevo intorno, anche nel caos e nella schizofrenia, perché non è facile mettere insieme tutte le proprie anime e le proprie visioni. Nella ricerca di un’identità, era inevitabile che venisse fuori il mio totale radicamento al sud, perché è quello che ho respirato e di cui mi sono nutrito”. Negli ultimi cinque anni il consenso per i progetti di Minafra all’estero, ospitati all’interno di festival jazz, ma anche come eventi speciali nei cartelloni di classica, è sempre stato in crescendo. Germania, Francia, Portogallo, Gran Bretagna, Slovenia, l’Europa tutta, ma anche il Canada, hanno manifestato, come spesso accade, un’attenzione e un entusiasmo molto più profondi rispetto a quanto non abbia fatto il nostro paese. Un atteggiamento che Minafra analizza con la solita, inappuntabile, acutezza. E senza risparmiare giudizi taglienti. “Da noi è più facile che l’attenzione venga rivolta a prodotti più tranquillizzanti, legati allo svago e all’intrattenimento. È il segno ulteriore del profondo decadimento culturale, sociale, e politico in cui ci troviamo. La musica appare svuotata di tutti i suoi valori e significati creativi, di tutti i suoi ideali. Non viene più pensata come strumento di denuncia, attraverso cui esprimere il grido di dolore di un popolo che soffre, eppure, la sofferenza, nella vita dell’uomo, è tutt’altro che scomparsa, e non credo si possa viverla con nonchalance. In me non si è spostato nulla, per mia fortuna, ma col tempo sono venuti meno dei laboratori importanti come il Talos e il festival di Noci, perché le amministrazioni hanno fatto scelte diverse, preferendo dare spazio a situazioni più spettacolari, che catturano un’ampia attenzione popolare e danno maggiore visibilità, ma che non prevedono riflessione, né approfondimento. La Notte della Taranta è una di queste, e - secondo il mio sentire - svilisce il pathos di quella che è una delle più tragiche e drammatiche zone della Puglia, il Salento. Il risultato è che a un certo punto non c’è più stato spazio per contenitori culturali che potessero ereditare quel che di buono avevano fatto i festival di Noci e Ruvo; forse l’unico che, con fatica, persegue ancora quella strada è Roberto Ottaviano con il suo Bari in Jazz”. Sui saluti, Minafra lancia un’ultima nota amara, pensando alla Meridiana Multijazz Orchestra. “È stato un tentativo estremo – e ambizioso - di mettere insieme alcune delle intelligenze musicali più rappresentative di questa regione, e far convergere le loro risorse, le loro energie, in quella che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere una sorta di orchestra stabile pugliese, ambasciatrice del jazz pugliese nel mondo. Un laboratorio vivo, in continuo movimento, in cui fare ricerca attorno alle varie ispirazioni musicali di questa terra. Purtoppo, ahimé, il progetto a un certo punto si è arenato, per l’incapacità dei nostri politici di sostenerlo e dargli continuità”. Peccato. Speriamo che corrano ai ripari. Lori Albanese
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