| VINEGAR SOCKS | ||||
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I Vinegar Socks sono formati dal cantautore americano Jordan De Maio e il violinista italiano Paolo Petrocelli. Nati a Roma nel 2008 hanno esordito con un album omonimo, interamente autoprodotto, che li ha rivelati subito come una delle produzioni più interessanti del momento. Propongono una musica che affonda le sue radici nel miglior folk per approdare a una originalità che non può essere racchiusa in una etichetta. Abbiamo incontrato Paolo Petrocelli che ci ha raccontato la storia del gruppo.
A volte gli incontri creano alchimie speciali. È il vostro caso, siete due mondi che si incontrano. Ci racconti com’è nato tutto? Il progetto Vinegar Socks è nato agli inizi del 2008, con l’incontro a Roma tra me, violinista, e Jordan, cantante e chitarrista. Jordan è di Providence, una città vicino Boston, vive in Italia da quasi cinque anni. Proveniamo da due mondi diversi, ma certamente condividiamo idee artistiche e musicali molto vicine tra loro. La nostra musica è il risultato immediato di un processo compositivo spontaneo e naturale. Insomma tutto è cominciato con grande semplicità e sincerità. La vostra musica unisce generi musicali molto diversi creando paesaggi rurali e onirici allo stesso tempo, cosa vi ispira? L’ispirazione arriva dalla quotidiana esperienza del vivere e dai tanti interessi artistici che coltiviamo al fianco della musica. Spesso nel comporre ed arrangiare le nostre musiche ci facciamo guidare anche dagli stessi strumenti, divertendoci a combinare generi e tecniche strumentali diverse tra loro. Il vostro suono è caratterizzato da strumenti particolari (penso al mandolino), tra le tracce del disco si sente l’America ma anche il folk inglese. Ce ne parli? In questo primo disco alla voce e alla chitarra resofonica di Jordan e al mio violino, abbiamo affiancato il mandolino di Patrizio Petrucci e il contrabbasso di Marco Rossini. Il risultato è stato un suono composito, “geograficamente” poco definibile! Abbiamo combinato con estrema spontaneità e naturalezza una logica compositiva “classica” con quella “folk”, “indie”, “pop”. Autoprodotti in Italia, ma distribuiti in America. Come mai queste scelte?
Abbiamo ricevuto diverse proposte da etichette indipendenti italiane e straniere, ma nessuna di queste ci aveva davvero convinto. Volevamo legare il nostro nome ad un’etichetta “onesta”, che condividesse realmente lo stesso nostro approccio artistico. Grinding Tapes di Boston si è dimostrata per questo primo disco il “partner” ideale: gli artisti del loro roster sono sicuramente vicini al nostro mondo musicale. Fare ritorno in America era in qualche modo la conclusione naturale di questo nostro primo lavoro. Il vostro è un disco che nasce in Italia ma ha ben altri orizzonti. Cosa ne pensi? Non scriviamo musica per un paese in particolare! Siamo consapevoli del fatto che la nostra musica ha un carattere internazionale, essendo il cantato in lingua inglese. Con grande onestà vogliamo provare a portarla in giro e farla conoscere. Tra i blog e i siti gira la voce che siete tra le cose più interessanti del momento, secondo te attualmente cosa c’è di interessante in Italia? Sinceramente non siamo molto attenti alla scena musicale del momento! Conosciamo e stimiamo molti artisti che si stanno dando un gran da fare. Questo sicuramente è un gran bene per la cultura musicale indipendente del nostro paese. La vostra immagine sembra appartenere al passato, come in parte alcuni rimandi della vostra musica fino alla bellissima grafica dell’album. Che rapporto avete con il passato? È inevitabile fare i conti con il passato quando si crea qualcosa di nuovo. Questo certamente vale anche per noi, quando componiamo musica. Guardare al passato, non vuol dire però appartenerci! Il nostro sentire musicale è ispirato dal passato, ma è assolutamente legato al presente. Quello che ci proponiamo non è d’imitare o recuperare, ma di dar vita a qualcosa che appartiene a noi in questo momento. Osvaldo Piliego
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