IL PAN DEL DIAVOLO
Scritto da Dario Goffredo    Mercoledì 03 Febbraio 2010 10:43    PDF Stampa E-mail
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Il duo, composto da Pietro Alessandro Alosi e Gianluca Bartolo, nasce in Sicilia nel 2006 e dopo tre anni di intensa attività live su palchi prestigiosi e al fianco di nomi enormi della scena mondiale, produce questo Sono all’osso uscito nei giorni scorsi con Tempesta dischi. Propongono un folk originale (suonano due chitarre acustiche e una grancassa) e irruento che pesca nella tradizione folkloristica italiana e nella canzone d’autore nostrana e d’oltreoceano. Ne abbiamo parlato con Pietro Alberto Alosi, ideatore del progetto.

Perché Il pan del diavolo?
“Il Pan del Diavolo è sempre avvelenato” è un proverbio che ho sentito dire per caso qualche anno fa e che ho deciso di utilizzare come nome della mia musica. Il Pan del diavolo mi sembrava qualcosa in più rispetto al semplice nome di un gruppo, inteso come etichetta di riconoscibilità in archivio. Il proverbio significa che le cose fatte dal male e nel male o in cattiva fede muoiono e fanno danni perché avvelenate. Quindi mi sembrava il giusto contenitore per l’immaginario della mia musica.

Due chitarre e grancassa. Una formazione sicuramente non tradizionale. A chi vi ispirate? Come definireste la vostra musica?
L’ispirazione musicale è vastissima, finora abbiamo lavorato sul folk di Neil Young o di Bob Dylan, sul rock n roll di Gene Vincent e per tutta la parte dei testi ho fatto una festa con Buscaglione, Agosti, Celentano e Gaetano. Ascolto con piacere il repertorio folkloristico italiano quindi il nostro vero folk, la musica che si suonava in Italia nelle occasioni di socialità come i canti di lavoro, tarante e ninna nanne salentine. Abbiamo un repertorio vastissimo dal quale qualsiasi artista potrebbe trarne ispirazione. Non ho una definizione precisa della mia musica di solito quando mi chiedono che musica faccio rispondo semplicemente canzoni in italiano.

La vostra irruenza ha qualcosa di epico, il vostro mondo di scrivere sembra proseguire per flash, affreschi veloci, quasi slogan. Il vostro processo creativo è istintivo come il risultato o è un’arma affilata a lungo?
Si a volte prosegue per flash all’interno della canzone ma con lo scopo di  costruire un significato o un immaginario unico nel brano. Questo richiede tempo e allora l’istinto si deve addomesticare con un lungo labor lime.

C’è una tendenza nel nuovo indie, una sorta di riscoperta dell’attualità, si comincia a parlare di nuovo dell’Italia, della vita vera. Vi sentite parte di questo movimento?
Se devo essere sincero non so se possiamo parlare di un movimento ma più come dici tu di una tendenza all’interno di un sottogruppo della musica italiana che è appunto l’indie. Comunque non saprei... al momento non ci sentiamo parte di un movimento.

Alcune atmosfere (Blu Laguna) ricordano i Cramps e una sorta di rock and roll malato. Anche la scelta di non lasciare mai la voce “pulita” sembra parte di un immaginario garage acustico. Mi sbaglio?
No non ti sbagli siamo appassionati anche di garage e low fi vedi le storiche raccolte dei nuggets.

Uscite per la Tempesta che attualmente è una delle migliori etichette italiane. Cosa pensate dei vostri colleghi di scuderia?
Non si può parlare male dei colleghi di lavoro ma anche se volessi non ne avrei proprio ragione visto che al momento rappresentano  i capisaldi della musica in Italia.
Dario Goffredo
 

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