COSANG
Scritto da Osvaldo Piliego    Mercoledì 27 Gennaio 2010 17:59    PDF Stampa E-mail
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La scelta di cantare in napoletano, di cantare napoli è un gesto “politico”. È semplicemente un’inclinazione personale o anche una posizione ideologica?
E’ una scelta letteraria, essendo una lingua con parole tronche più malleabile e musicale dell’italiano; una scelta realistica, poiché è uno slang napoletano parlato dai giovani della città, in linea con una cultura ed una tradizione più che centenaria. Credo sia un’inclinazione “personale”, ma allo stesso tempo “universale” per tutti gli artisti partenopei che rivendicano le proprie origini nelle loro liriche . Se esiste un’ideologia non so, bisognerebbe capire quali sono i principi fondamentali di quest’ultima. Se così fosse, uno di questi per me potrebbe essere il riscatto dalla posizione di capro espiatorio delle colpe di un paese che vede l’intera Campania come lo specchio dove non riesce a guardarsi, consapevole di somilgliargli terribilmente. Quindi un gesto sociale , non politico.

Raccontate da sempre storie vicine a voi, ma in questo ultimo album il vostro sguardo sembra spingersi più in là?
Le storie che raccontiamo sono ancora più vicine di prima, il nostro sguardo volge verso il desiderio di essere capiti da più persone, di offrire agli ascoltatori un prodotto più completo, di maturare musicalmente, di dare un respiro  europeo e non esagerando anche mondiale ( ci seguono campani da ogni parte del globo ) a un genere che esporta davvero poco.

C’è da Saviano in poi un’attenzione su Napoli che prima non c’èra, cosa ha portato in positivo e in negativo?
Tutto deve cambiare affinchè nulla cambi.  Non vedo una variazione in entrambi i sensi.

Che rapporti avete con la scena napoletana, con la sua storia musicale?
Ottimi con la sua storia, che come prima dicevo è per noi motivo di orgoglio e volontà di esserne degni continuatori. Con i nostri “colleghi” attuali la situazione credo riproduca le dinamiche dell’esistenza di tutti : amicizie veraci, alleanze, ma anche antipatie e invidie, avendo noi rivestito negli ultimi anni un ruolo di punta con un discreto riscontro di pubblico e di critica.

E con quella nazionale?
Una posizione di collaborazione e reciproca promozione, decisamente più sincera.

C’è un certo hip hop molto di moda che non ha contenuti, che rapporto avete con il lato commerciale della vostra musica?
L’hip hop è stata una cultura in costante evoluzione nei suoi 35 anni di vita. Ha influenzato modi di vestire, di pensare, di vivere. Oggi è tutto più commerciale e frivolo, non solo l’hip hop, non solo la musica. La vita di ognuno è bombardata di messaggi subliminali che fanno sembrare bisogni primari cose che anche solo 15 anni  fa rientravano nella categoria “lusso”, livellando e rendendo omogenee le differenze sociali delle parti, svuotando di significato le loro ideologie e riducendo al minimo gli scontri fra esse. Quindi  in tutti gli ambiti creativi, musicali e non, l’arte è diventata business e l’opera è diventata prodotto. Mi sento di dire che soprattutto in questo genere c’è ancora gente che ha contenuti, e anche dietro il più superficiale rapper c’è una perfetta coscienza delle proprie radici storico - razziali,  e proprio per questo è affamata di rivendicazione materiale e morale . Per quanto riguarda la nostra esperienza, anche cercando attentamente non trovo un lato commerciale, ma non ci precludiamo di affrontare in futuro argomenti più leggeri : non è quel che si dice , ma come lo si dice.

Musicalmente quali sono i vostri punti di riferimento, da dove nasce il vostro suono?
Dai fantastici anni ’70, dalle fredde periferie di New York o Parigi ma allo stesso tempo dai soleggiati blocchi di Los Angeles degli anni ‘90, dall’amore per l’analogico e dal fascino dello sperimentare il digitale, dalle colonne sonore hollywoodiane dei grandi maestri italiani,  dalla melodia napoletana che è innegabilmente nel nostro patrimonio cromosomico.
Osvaldo Piliego
 

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