| MICHELE RIONDINO | ||||
|
|
“Taranto è la polvere che si nasconde sotto il tappeto, è la coscienza sporca dell’Italia”. Nato e cresciuto nel quartiere Paolo VI di Taranto, dov’è ambientato marPiccolo - ultimo film di Alessandro di Robilant – Michele Riondino non usa mezzi termini per denunciarne il degrado. Nel film, presentato in concorso nella sezione “Alice nelle città” del Festival internazionale del cinema di Roma, è Tonio, un boss spietato. Un altro ruolo da “cattivo” dopo quello di Il passato è una terra straniera di Daniele Vicari, che ha lanciato Riondino, diplomato all’Accademia d’arte drammatica “Silvio d’Amico”, nel panorama delle giovani promesse del cinema nostrano. marPiccolo, tratto dal romanzo Stupido di Andrea Cotti, è la storia di Tiziano (l’esordiente Giulio Beranek), ragazzo ribelle che lavora per la criminalità locale e sogna di scappare da quel quartiere dove non ci sono negozi né librerie, dove le strade sono rotte e quel poco che c’è è abusivo o illegale. Una soddisfazione, per Riondino, tornare a Taranto da attore e, soprattutto, dar voce alle sofferenze di una città che chiede di non essere dimenticata.
Il quartiere Paolo VI è descritto come il Bronx di Taranto. Come lo vede chi ci ha vissuto? Paolo VI è l’anima operaia e popolare della città. La criminalità, quella delle faide tra famiglie o del grosso spaccio di droga, c’è stata fino a quindici anni fa. Allora Paolo VI era il deposito delle refurtive, il primo posto dove andavi a cercare se ti rubavano la macchina. Oggi è diverso. Cos’è cambiato? Oggi la criminalità è quella dei colletti bianchi: è il ricatto occupazionale che costringe chi ci vive a lavorare in una fabbrica che ti toglie tutto, anche l’aria. A Taranto la politica è dettata dall’acciaio: la voce grossa la fa l’Ilva e i politici devono assecondare. Molti giovani tarantini, compreso il protagonista del film, crescono col sogno di andare via. Tu sei uno che ce l’ha fatta... Come per Tiziano, una serie di faccende poco piacevoli mi teneva legato a una terra che non mi rappresentava. Andare via, nel mio caso, non significa scappare, ma allontanarsi dal problema per crearsi una coscienza e poi tornare. Se fossi rimasto a Taranto, oggi chi saresti? Forse un operaio dell’Ilva, come più del cinquanta per cento dei tarantini, oppure un militare. Questo futuro non mi andava. Com’è stato, invece, il ritorno da attore? Intanto una fortuna perché il regista, quando mi ha scelto, non sapeva io fossi di Taranto. Tornare a casa col baraccone del cinema è il ritorno che ho sempre desiderato: a pausa pranzo andavo a mangiare dalla mamma, oppure si improvvisavano tavolate lunghissime per strada. Che accoglienza vi hanno riservato i tarantini? Dalle comparse agli abitanti del quartiere, tutti si sono sentiti parte del progetto. Prima del ciak, in strada c’era un silenzio religioso. La gente è stata favolosa: se ci serviva una maglia blu, c’era sempre qualcuno pronto a tirarcene una dal balcone. Cose del genere non accadono a Roma. Avete girato poco dopo l’increscioso episodio della richiesta di “pizzo” a Lina Wertmuller. A voi com’è andata? Abbiamo girato senza problemi e senza protezioni “speciali” in un quartiere malfamato, nel periodo in cui Taranto veniva additata come Far west. Questo dimostra che si fa presto a fare terrorismo in un posto che già soffre di per sé. Torniamo al film. Di nuovo nei panni del “cattivo”? A noi attori piace fare i “cattivi” e dopo Il passato è una terra straniera non ci sono ruoli che mi inquietano. Anzi, l’ho fatto bene perché conoscevo la materia. Ti sei ispirato a un personaggio di memoria, a un conoscente? Il mio Tonio è tutta invenzione. Ho evitato il cliché del cattivo facendo leva su una chiave ambigua: il mio è un boss fuori dagli schemi, che ha un rapporto così fisico con i protagonisti da risultare ambiguo anche sessualmente. Cerchiamo di anticipare le polemiche: è giusto che un film faccia vedere i lati oscuri di un territorio o dovrebbe piuttosto svolgere le funzioni di un depliant turistico? Se un film fosse una vetrina di bei paesaggi, la crisi del cinema nemmeno esisterebbe: ci finanzierebbero le aziende di promozione turistica. Il cinema deve essere lo specchio della realtà e non deve avere paura di parlare del marcio in casa. La diplomazia lasciamola ai politici. Piacerà, marPiccolo, ai tarantini? Spero di sì. A Taranto respiriamo un’aria irrespirabile e le tv nazionali non dicono niente, quando si parla di diossina si cita solo la Campania. Questo fa rabbia: bisogna dare voce al nostro disagio e questo film alimenta una fiammella che rimane accesa solo perché, purtroppo, ci sono i casi clinici. E poi, non si vede solo degrado. C’è anche qualche aspetto positivo? Il direttore della fotografia è rimasto a bocca aperta di fronte a un tramonto unico al mondo. Nelle immagini, Taranto vien fuori come una città bellissima e il film fa emergere tutta la positività di un popolo che non si piange addosso, nonostante abbia a che fare con drammi umani quotidiani. Valeria Blanco
|






