L. R. CARRINO
Scritto da Dario Goffredo    Lunedì 07 Dicembre 2009 17:01    PDF Stampa E-mail
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Ci sono libri che sanno entrarti sotto la pelle, come un tatuaggio e da lì non li cancelli più. Ci sono libri, poi, fra quelli che ti entrano sotto pelle che si meritano un posto speciale. Pozzoromolo di Luigi Romolo Carrino, pubblicato da Meridiano Zero, io me lo sono tatuato vicino al cuore.
Ci sono libri che quando li leggi pensi che chi li ha scritti deve aver sofferto molto nel farlo, perché andare a toccare certi punti dell’anima non può che essere doloroso. Ci sono certi personaggi, come Gioia, il transessuale rinchiuso tra le mura di un ospedale psichiatrico giudiziario per un delitto che non ricorda di aver commesso, e di cui le pagine di Pozzoromolo sono le memorie, distorte, rubate agli stati di incoscienza e sonnolenza dati dagli psicofarmaci, ci sono certi personaggi indimenticabili, per spessore e grandezza.
Lo dico senza retorica: Pozzoromolo è senza dubbio la cosa migliore che ho letto negli ultimi anni. Non leggo moltissimo, forse, ma di bei libri ne ho letti, e questo certamente è il migliore. Leggetelo, piangete, innamoratevene e fatelo leggere a tutte le persone che reputate intelligenti. Ve ne saranno grate.

La cosa più straordinaria di Pozzoromolo, il tuo capolavoro in questo libro, è senza dubbio la lingua. Il tuo personaggio, Gioia, usa un lingua che non è italiano e non è dialetto, non è linguaggio comune e non è linguaggio poetico ma tutto questo insieme. Che tipo di lavoro hai fatto sulla lingua?
Il mio personaggio utilizza diversi registri a seconda dei momenti del libro. C’è il registro dettato dalla terapia farmacologica, che è questo italiano misto al dialetto, poi c’è il Remerol che la riporta ad uno stato quasi infantile con il giochino del c’era c’era, poi a metà romanzo  diventa tutto più lucido per Gioia e quindi anche il suo linguaggio si adegua. E infine, nella parte finale quando lei viene completamente fuori c’è questo linguaggio altissimo, poetico, quasi shakespeariano, senza voler fare paragoni. Però quando Gioia dice la padre “Torna a saldare al buio tutte le braccia che non mi hai aperto” è il suo momento più alto, più poetico e forse più autentico.
Io credo che ogni storia, ogni personaggio, abbia bisogno della sua lingua. Nel mio prossimo libro utilizzerò un altro registro linguistico. Così come è stato in Acqua storta. Non mi interessa rifarmi, ripetermi. Non è questa la mia idea di letteratura. Gioia è un misto di infanzia contadina, vive a Roma per due anni dopo essere scappata da un manicomio e poi vive per 23 anni in una cella a studiare, a leggere. Ho cercato di seguire io stesso il percorso di Gioia, di immedesimarmi con lei. Il libro è stato scritto in vent’anni e si vede, o almeno spero.

Già con Acqua storta ci hai abituati a personaggi non convenzionali, molto originali e qui con Pozzoromolo, tiri fuori Gioia, un personaggio unico e meraviglioso. Ma chi è Gioia?
Intendi dire se Gioia sono io? Se c’è dell’autobiografismo? Gioia è sicuramente una parte di me che mi è sempre appartenuta, per il suo processo identitario, quello che i redattori di Meridiano Zero hanno definito ambiguità sessuale. E poi anch’io come Gioia in un lungo periodo della mia vita utilizzavo la scrittura come catarsi, come cura. Ero praticamente muto, non parlavo. Insomma, molte delle cose di Gioia sono mie come la paura di non riconoscersi, di non sapersi rappresentare per come ci viene detto di rappresentarci, l’incapacità di pensarsi.
Ovviamente nel libro confluiscono tantissime esperienze e tantissime passioni come  la psicologia o gli studi sul ricordo di Stern. Ancora, ci sono vari esorcismi, i rapporti con miei genitori, il nodo parentale. Detto come va detto sono contento che ‘sto libro sia finalmente uscito, che mi abbia liberato da alcuni fantasmi.
Mi rendo conto che questo libro mi ha aiutato davvero a “guarire” da certi mali, me ne rendo conto adesso che sto quasi finendo il mio terzo romanzo col quale vado a toccare i calciatori gay. Mi ammazzeranno. Non mi ha ammazzato la Camorra, mi ammazzerà tutta l’Italia.

Ci sono dei maestri ai quali in qualche modo ti rifai?
Certo e sono tantissimi. Sicuramente Pasolini. Non voglio fare paragoni, però credo che tra Acqua storta e Una vita violenta le affinità siano tante. E poi Elsa Morante. Lei è straordinaria, certo è molto descrittiva, ma ha scritto delle pagine bellissime dalle quali non si può prescindere.
E poi la trilogia di Agota Krsitof, un vero pugno nello stomaco, Il profumo di Suskind, e poi autori immensi come Proust, Emily Dickinson, o le poesie di Mariangela Gualtieri, una parte, verso la fine di Pozzoromolo è ispirata al suo Monologo del non so. Ma ci sono anche scrittori giovani, contemporanei come Giorgio Vasta o Alessio Arena. Nel finale del libro cito i loro lavori. Alessio è un mio caro amico, Giorgio Vasta invece non lo conosco e spero che non se la prenda a male, ma il suo libro è stata una delle cose più interessanti che ho letto nel 2009.
Quello che invece mi annoia nei contemporanei è la ripetitività: il sessantesimo commissario simpatico che ha un vezzo particolare che lo distingue dagli altri. Dove l’unica cosa che conta è la storia, a volte nemmeno così originale. Per carità ci vuole talento anche per serializzare un personaggio ma non è quella la parte che mi interessa, non è quella per me la letteratura.

Ti capita mai, mentre scrivi di pensare come avrebbe scritto questa frase Pasolini, o la Dickinson (per citare due autori che hai nominati)?
Il mio motto è leggi e dimentica. Certo mi capita di riconoscere in quello che scrivo echi di quello che ho letto, ma questo è normale perché poi quello leggiamo entra a fare parte del nostro bagaglio di esperienze. Quindi se mi capita di richiamare con la mia scrittura altri autori è fatto sempre senza intenzionalità. Poi c’è un altro livello che è quello della citazione voluta e cercata. In Pozzoromolo faccio una serie di citazioni che vanno dalle canzoni sceme ai poeti che amo di più. Il disocrso qui sarebbe lunghissimo, perché ovviamente se saccheggi un autore poco noto è disonesto, se citi un grande autore è un omaggio che tu fai. Qualcuno per esempio dopo aver letto Pozzoromolo mi ha detto “ma questa è Alda Merini!” E certo che è Alda Merini, è citata. Ecco, secondo me il discrimine tra il lecito e l’illecito sta nel citare la fonte.

Acqua storta ha avuto un bel successo di pubblico. Te l’aspettavi e che cosa ti aspetti con Pozzoromolo?
Il mio primo libro ha venduto veramente tanto per essere un esordio e con una casa editrice medio piccola come Meridiano Zero. Quando abbiamo avuto i dati delle vendite ho detto: “Devo dire a mia madre di smetterla di comprare copie del mio libro!”. Battute a parte è stata davvero un abella sorpresa, ma non  penso di bissare il successo con questo secondo romanzo. Con questo libro non penso di superare le duemila copie. I motivi sono tanti: l’utenza di Acqua storta è stata molto di genere, quasi il 70/80 per cento erano lettori omosessuali o donne. E poi Pozzoromolo è un libro molto più difficile, più duro, più pesante forse. Quello che vorrei è che chi ha apprezzato Acqua storta leggendo questo dica “Wow ma Carrino è uno scrittore!”.
Dario Goffredo
 

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