| IL TEATRO DEGLI ORRORI | ||||
|
|
Sono, a mio parere, la migliore band italiana degli ultimi anni, la perfetta alchimia tra musica e parole. Il loro nuovo album A sangue freddo è un carrarmato rock capace di macinare letteratura, musica d’autore, teatro, atmosfere hard, electro, noise. La band nasce nel 2005 dall’innesto tra due band esplosive: One dimensional Man (Pierpaolo Capovilla, Francesco Valente e Giulio Favero) e Super Elastic Bubble Plastic (Gionata Mirai). Capace di unire la violenza musicale dei Melvins a Fabrizio De Andrè il Teatro degli Orrori è il nuovo rock italiano.
Il disco si apre con un brano che mi ha fatto subito pensare a Piero Ciampi. C’ è un elemento cantautorale molto forte nelle vostre canzoni, una scrittura che obbliga all’ascolto, il tutto con un impianto musicale assolutamente dirompente che sembra non appartenere a nessuna scuola italiana ma piuttosto ne crea un’altra. Cosa ne pensi? Wow! Grazie per le belle parole, ma non credo che Il Teatro degli Orrori abbia inventato niente di nuovo. Mi piace pensare di esser riusciti a fare un buon disco, meritevole di essere esso stesso un piccolo passo in avanti della tradizione, ché la tradizione è tale solo se la rinnoviamo, guardando verso il futuro. Certo che c’è la canzone d’autore nella nostra musica, e guai se non fosse così. Il nostro è un tentativo di coniugare il rock americano più intransigente, con la tradizione cantautorale italiana: non so se ci siamo mai riusciti, ma almeno ci abbiamo provato. La dimensione teatrale oltre a ispirarvi sul nascere è un elemento che rende la vostra musica, e in particolare le vostre esibizioni, delle esperienze uniche. Quanto la performance, l’atto è parte del vostro fare musica? Il palcoscenico è la vita. Non c’è finzione in ciò che facciamo, è tutto maledettamente vero. Non siamo delle rock star che si pavoneggiano, siamo uomini veri, con tutto ciò che ne consegue. Il nostro paradigma è il teatro artaudiano proprio per questo. Il teatro come rappresentazione più vera del vero. Se non giocassimo la partita nella convinzione che essa sia sempre una prova grave e capitale, forse non varrebbe la pena di giocare tout-court. C’è nella violenza, nell’urgenza di alcune liriche anche un senso di solitudine di incapacità di essere parte di questo tutto, c’è un gusto dolce dietro amarezze gridate in faccia. Quali sentimenti vi hanno animato nel comporre il disco? La disperazione, e la voglia di cambiare il mondo. Così com’è ci fa schifo. Dobbiamo fare qualcosa. Fregarsene e pensare ai fatti propri, al tornaconto personale, non è soltanto inutile, è stupido. Cosa vogliamo lasciare ai nostri figli, un paese governato da manigoldi sporcaccioni? Non se ne parla proprio.... La letteratura nutre questo album, canzoni che, come non succedeva da tempo nel rock, hanno senso. Oltre a Majakovskij (titolo di un brano)… quali letture si riversano nella vostra musica? I riferimenti letterari sono molteplici e sempre ben meditati. Ognuno di essi vuole esser un’allegoria, che dia ancor più senso al senso della canzone. Vorrei lasciare agli ascoltatori il piacere di scoprirli da se. Voglio proprio vedere chi e se qualcuno si accorgerà dove sta Faulkner, e dove Pino Daniele. A sangue freddo si presenta come alternativo persino all’indie, sembra fare il giro senza scegliere mai un genere o un’ etichetta in cui collocarsi. Credo appartenga a un suo profondo senso politico, ma anche al suo contenuto che è sintesi di esperienze diverse che sommate superano una scena un po’ incasellata in alcuni schemi. Che ne pensi? Cerchiamo di fuggire dai clichés, qualunque ed ovunque essi siano. Forse non sempre ci riusciamo, ma con gli stereotipi non si va da nessuna parte. Quei gruppi “indipendenti” che fanno a gara ad imitare questo o quell’altro, mi fanno una gran tristezza. Oltre alle parole il vostro carrarmato rock usa armi non convenzionali anche dal punto di vista musicale, rispetto al primo album il vostro sound si arricchisce, per altri versi si inquadra in una forma nuova e più limpida. Abbiamo registrato alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani proprio per questo. Ci serviva uno studio di registrazione d’eccellenza, per dare un tono alle canzoni più classicamente rock, più raffinato dunque, e più intelligibile. È stata un’esperienza avvincente, ne valeva la pena. In questo disco ci sono una serie di ospiti e amici. Non c’è niente di più bello del cooperare insieme ad altri. Se c’è un furto che ci fa il capitalismo, è impedirci di fare le cose insieme, deciderle insieme, darsi obiettivi insieme. Nel caso specifico di A Sangue Freddo gli ospiti li ha scelti Giulio, che ricordo non è solo il bassista del gruppo, ma anche il produttore artistico. Usando le sue stesse parole, Giulio ha cercato di creare degli “involucri” musicali ai miei testi, mettendo in atto un processo di fascinazione reciproca. Osvaldo Piliego
|






