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Circa un mese fa aprendo la mia bella e cadenzata newsletter della Morr music, ho avuto una piacevole sorpresa: fra le tappe del tour europeo dei Mùm, in promozione per presentare il nuovo cd Sing along to songs you don’t know, c’era anche il Teatro Royal di Bari. Il concerto era inserito nel ricco programma del Festival Time Zones, diretto da Gianluigi Trevisi e giunto ormai alla ventiduesima edizione. Abbiamo avuto l’occasione di intervistare Orvar, anima dell’intero mondo Mùm, acclamata band del variegato panorama islandese, con all’attivo già cinque album e varie collaborazioni internazionali, remix ed una colonna sonora. Ad incontrarli e vederli dal vivo pare che se la spassino davvero molto, unendo alla loro esperienza da polistrumentisti un fare molto divertito nello svolgere quello che amano di più.
Questa vostra nuova avventura musicale, la quinta per l’esattezza Sing along to songs you don’t know è prodotta dalla Morr Music, etichetta tedesca che di solito si concentra su gruppi con forti identità musicali, e che molti considerano come una label che ha inventato un genere tutto suo. Dopo il primo album uscito per la Tmt e i successivi per la Fat Cat Records, perché questo cambio di direzione artistica? Tale scelta è dipesa da una evoluzione, una sorta di crescita della band? Dopo che abbiamo fatto il primo cd con l’etichetta islandese di un nostro amico, la TMT, ed altre locali, con cui però abbiamo avuto un po’ di problemi, ci siamo rivolti all’inglese Fat Cat Records. Nel frattempo, nel 2005 precisamente, abbiamo scelto di fare “una capatina” a Berlino, e presso la sede della Morr Music abbiamo incontrato Thomas (Morr) con cui, oltre a un interesse meramente professionale, abbiamo stretto ben presto una forte amicizia. Quindi in breve tempo abbiamo semplicemente preso la decisione di produrre, oltre a Yesterday was dramatic, today is ok, questo nuovo lavoro con la Morr, perché ci sentivamo davvero a nostro agio e in sintonia con ciò che vogliamo esprimere attraverso la nostra musica. Tutti voi avete alle spalle background musicali davvero diversi – punk, musica classica e addirittura musica a otto bit! Com è stato fondere assieme tutti questi input sonori? Avete avuto delle difficoltà ad andare incontro ai gusti d’ognuno? Non ci sono state grosse difficoltà in realtà, poiché è sì vero che ognuno di noi ha una formazione differente, ma comunque ciascun componente della band come puoi vedere è prima di tutto un professionista, e sa e vuole far bene la propria parte, senza nessuna restrizione. Ognuno suona il proprio strumento – a vederli in realtà più di uno - in totale accordo alla scelta musicale che proponiamo. Quindi no, è stato molto più semplice di quanto si possa credere. Il vostro show dal vivo è davvero entusiasmante: il sound è così forte, energico, non perde un colpo, arriva come un’ondata di piena vita, diretto ai sensi. Per non parlare poi delle voci: la tua, profonda e potente e quella di Silla - Sigurlaug Gísladóttir, cantante e polistrumentista anche lei – cristallina, pulita, capace di raggiungere note che si potrebbero annoverare fra le corde di un mezzosoprano. Come riuscite a portare le vostre performance live a tale livello? In verità non pensiamo, né parliamo molto di quello che abbiamo in mente prima di suonare, cioè non vi è nulla di davvero programmato, tranne la scaletta. Cerchiamo di essere il più naturale possibile, senza analizzare troppo il tutto. Avete realizzato la colonna sonora della versione restaurata di un classico del cinema muto La Corazzata Potemkin di Ejzenstèjn. Certamente deve essere stata un’esperienza interessante, ma credo di non proprio facile realizzazione. Com è stato per voi confrontarvi con questa ennesima sfida? Senza dubbio è stata una magnifica occasione, ma effettivamente allo stesso tempo non semplice. Ci sono state altre colonne sonore realizzate per pellicole del cinema muto, come Il vaso di Pandora, Nosferatu, Un cane andaluso dove fattore portante della parte musicale era l’improvvisazione. Anche per La Corazzata Potemkin questo modo di approcciarsi è stato per noi presupposto da dove partire, ma credo che rispetto a quelli precedentemente citati, qui non è stata una passeggiata dover rendere il preponderante aspetto politico attraverso la musica. Le immagini erano così potenti, ritmiche, che dovevano da parte nostra rendere una collocazione musicale giusta. Comunque alla fine è andata bene, e la pellicola rivisitata è stata proposta ad un festival cinematografico spagnolo e poi anche a Brooklyn, a New York. Ho letto da qualche parte che il nome Mùm non vuol dire nulla, una soluzione dettata unicamente da una scelta grafica … Difatti non ha nessun significato. C’è invece dietro una spiegazione da associare a immagini: dovresti vedere le due emme come fossero due elefanti molto stilizzati e la u, come se questi due a loro volta tenessero fra zanne e proboscide, due tronchi. Quest’ultima fatica è stata registrata fra Islanda, Estonia e Finlandia. Siete stati in un certo qual modo influenzati da realtà musicali così differenti? Al principio solitamente registriamo sempre le prime canzoni presso il nostro studio in Islanda, ma comunque siamo sempre alla ricerca di posti nuovi dove andare a rilassarci, sperimentare, e poter mangiare allo stesso tempo. Questo perché il fare musica con ritmi dettati non ci viene fuori bene, perciò preferiamo seguire i nostri tempi e scegliere luoghi dove poter, essendo anche produttivamente parlando molto indipendenti, stare in solitudine, incontrare nuova gente, aprirci comunque a sempre nuove bellissime esperienze. Domanda di rito: conoscete qualche artista italiano? Beh, fra gli evergreen sicuramente Mina e Fred Buscaglione, ma abbiamo avuto anche l’occasione di incontrare Gianna Nannini, perché Silla ha collaborato vocalmente parlando con lei: un’artista davvero brava e con una forte personalità. Un altro gruppo che ho potuto ascoltare tempo addietro e che stimo musicalmente sono gli Yuppie Flu. Hai scritto un libro edito da Scritturapura, tradotto in italiano con il titolo Scapigliata, lisciata riscuotendo un discreto successo di pubblico e critica. Il tuo scritto è stato paragonato ad una sorta di favola scura, un po’ in linea con lo stile di Lynch. Attraverso la letteratura, riesci ad esprimere qualcosa che per mezzo della musica non viene fuori? Non c’è in genere in tutti i tipi d’arte un movimento interiore troppo differente, lo spirito da cui scaturisce è il medesimo. La differenza sta nel fattore solitudine: quando scrivi puoi raggiungere attimi di introspezione che il momento musicale non sempre ti concede. Ma la ricerca e la voglia di fare qualcosa soli a confronto con se stessi è davvero tanta. Il confronto è di certo vitale per un artista, ma spesso molto faticoso. Lo definirei una sorta di bel compromesso. Ultimissima: come definite la vostra musica? Non ci definiamo in nessun modo, né amiamo inquadrarci in un singolo genere. Facciamo quello che ci piace e che direi, sappiamo fare meglio. Mariagrazia Gallù
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