| NICOLA LAGIOIA | ||||
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Tre ragazzi, compagni di liceo, nella Bari di metà anni Ottanta, attraversano i quartieri per andare in periferia a cercare risposte al disagio che respirano in città. Una città che sta cambiando: il benessere sta raggiungendo nuove fasce della popolazione, la televisione commerciale è da poco entrata nelle case degli italiani, ma “i cambiamenti scavano la fossa al vecchio mondo in modo che il suo crollo sia spesso molto silenzioso”.
Il rapporto con i genitori, le amicizie, le prime esperienze erotiche e la scoperta della droga sono gli elementi di un romanzo di formazione in cui la tensione non viene mai meno, accompagnata dalla sensazione di una catastrofe imminente. Ma Riportando tutto a casa va oltre il racconto di un’adolescenza. L’ostinazione del protagonista (e voce narrante) che molti anni dopo, torna sui passi di quella catastrofe silenziosa che ha colpito il suo gruppo di amici ci offre uno sguardo inquieto che, attraverso le vicende di un gruppo di ragazzi di una città della provincia italiana ci mostra uno spaccato dell’Italia degli anni Ottanta. La televisione è il tema di questo numero di Coolclub.it. Che ruolo ha nella storia che racconti? Negli anni Ottanta c’è l’arrivo della televisione commerciale in Italia e la televisione ha creato una vera e propria espropriazione dell’immaginario. L’impoverimento del nostro vocabolario, non soltanto alfabetico, ma emotivo ha seguito i destini della televisione. La televisione commerciale esisteva già negli Stati Uniti e in altre parti d’Europa, ma in Italia, essendo da questo punto di vista un paese un poco più arretrato, eravamo poco preparati a quel tipo di televisione, al crollo di quella diga e l’impatto è stato più forte, più disastroso. Nel libro alcuni eventi spartiacque sono la nascita del “Drive in” di Antonio Ricci (che in realtà critica il potere utilizzando la stessa lingua del potere cosa che succede anche oggi con Striscia la notizia); poi c’è la tragedia dell’Heysel che noi abbiamo vissuto televisivamente ed è stato una specie di reality dell’orrore. E poi Chernobyl che pure abbiamo visto in televisione ed è stata la prima paranoia del disastro ecologico, anche giustificata. Questa trasformazione di immaginario che è stata accompagnata, presa per mano dalla televisione commerciale, irrompe sulla scena in Italia negli anni ottanta. Il romanzo è ambientato a Bari. Che città era in quegli anni? Negli anni Ottanta io ero adolescente e Bari era un luogo in cui fare esperienza, era molte città in una. C’era il centro murattiano, fighetto, opulento, pieno di paninari. Poi bastava spostarsi un poco in motorino e c’era roba più alternativa. Era una città piena di gruppi musicali votati per lo più al post-punk e alla new-wave. Ti spostavi un altro poco e trovavi il CEP e Japigia, cioè i quartieri popolari. E Japigia era una sorta di Scampia ante litteram, all’epoca, un luogo di spaccio in cui i ragazzi di buona famiglia, come me, andavano a respirare un’aria completamente diversa. Scoprivano che c’erano persone con problemi, facce, modi di vivere e di vestire completamente diversi dai tuoi. Come vivevano i ragazzi degli anni Ottanta le profonde mutazioni sociali di quel periodo? In quegli anni, quelli della mia generazione iniziavano sia pur confusamente, perché erano ragazzi, a prendere coscienza che saremmo diventati la prima generazione a crescere con minori prospettive rispetto a quelle dei nostri padri. Tutte le conquiste del Novecento cominciano a ribaltarsi negli anni Ottanta. I nostri genitori avevano vissuto la rivoluzione sessuale, a noi è toccato il fantasma dell’Aids. Le nostre mamme avevano creduto, grazie agli elettrodomestici, entrati in casa negli anni ‘60, che la tecnologia le avrebbe salvate, noi abbiamo vissuto con l’incubo di Chernobyl. I nostri genitori con una laurea avevano un lavoro, noi abbiamo capito che la laurea valeva e vale oggi quanto una licenza media poteva valere 40 anni fa. Quindi gli anni ‘80 sono una sorta di giro di boa in negativo per il nostro paese. In questo senso, questo romanzo è stato anche un modo per fare i conti con la mia generazione, un po’ tradita dalle promesse che le erano state fatte. Tutto il libro è percorso dalla sensazione di una catastrofe imminente sui giovani protagonisti. A distanza di molti anni dagli eventi raccontati, la voce narrante sottolinea come questa catastrofe ha cambiato il modo di essere delle persone. È qualcosa che ha colpito solo quella generazione? Non so se riguarda solo quella generazione, da quella generazione in poi è stato vero. Il concetto di romanzo di formazione è un po’ entrato in crisi perché il romanzo di formazione è la storia di qualcuno che ha una serie di problemi, di crisi di identità e poi si risolve. Per noi è accaduto esattamente il contrario, una specie di doppio salto mortale. Si inizia bene, c’è un guasto e poi ti devi riprendere da quel guasto. Da ragazzi si è più scoperti, ci si mette più in gioco, ti fidi più dell’altro. Io ti racconto di un incontro erotico, il lato sentimentale, quello più nascosto se credo di potermi fidare di te di potermi mettere nelle tue mani. Se la diffidenza quindi l’ostilità diventa il sentimento dominante come poi accade crescendo, e anche un poco l’aria che respiriamo, ti dai di meno e dandoti di meno si atrofizza ciò che è capace di entrare in contatto con la parte più profonda di te. A un certo punto si è prodotto un guasto. F.T.
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