| GIULIANO DOTTORI | ||||
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Giuliano è un amico, una persona capace di conquistarti in poche battute. E la sua musica gli somiglia. Dopo l’esordio nel 2007 con Lucida Giuliano torna con questo Temporali e rivoluzioni. Registrato alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani con la produzione del sempre prezioso Giovanni Ferrario il disco segna una nuova stagione musicale ed emotiva di Giuliano, un disco molto personale e intimo per certi versi per altri una riflessione sul tempo e i luoghi che viviamo. Canzoni che danno del tu ed un bellissimo invito all’ascolto.
Lucida ci aveva conquistato, questo tuo nuovo Temporali e rivoluzioni ne rappresenta in un certo senso l’ideale continuazione, ma ci sono piccole grandi “rivoluzioni” al suo interno. Prima di tutto nel suono, che appare più intimo per certi versi, più curato anche più aderente al senso steso delle canzoni. Che lavoro hai fatto? Di sottrazione? Di ricerca? O semplicemente passa il tempo? Per passare, ahimé, il tempo passa! Di base la differenza più importante rispetto a Lucida consiste nel diverso approcccio al lavoro. Il mio disco d’esordio è stato frutto di un lavoro molto lungo e a tratti maniacale, mentre Temporali e Rivoluzioni è in qualche modo una risposta a un momento emotivo molto preciso. C’è un’urgenza enorme in questo disco. Per questo è stato finito in un paio di mesi, mixato su banco, senza possibilità di tornare indietro. Il suono è molto più crudo, senza arrangiamenti sofisticati. Inno nazionale del mio isolato è una canzone che parla della tua città, ma non è la sola occasione in cui ciò che ti circonda entra nelle tue canzoni. Quanto Milano, la sua scena musicale ma anche il suo clima in generale influenza la tua scrittura? Inno nazionale del mio isolato è una canzone sull’Italia di oggi, sui suoi orticelli e sull’individualismo sfrenato regalatoci da quindici anni di berlusconismo. Poi Milano, certo, è emblematica da questo punto di vista. Milano è piena di persone che si sfiorano ma non si toccano, che si salutano ma non si parlano. E poi l’amore, è in qualche modo il motore che muove molte delle tue canzoni, ma c’è di più c’è speranza, c’è resa, ci sono case e partenze. Il tuo modo di scrivere sembra vivere una nuova stagione fatta di liriche più tese legate ai sensi, alle metafore, ma anche al racconto. Ce ne parli? Sai sull’argomento “amore nelle mie canzoni” ormai me la vivo con rassegnazione. Credo che da un certo punto di vista sia colpa di Alibi che è senza dubbio la mia canzone più celebre e mi ha appiccicato l’etichetta di cantautore acustico che canta d’amore. Pensa che il primo disco era stato da alcuni criticato perché troppo incentrato sull’amore dimenticando canzoni come Nel cuore del vulcano o Milano e io, che sono per altro centrali in quel lavoro. Fino a qualche tempo fa me la prendevo pure per questa cosa, ma ora come ti dicevo mi sono rassegnato! In Temporali e Rivoluzioni non c’è nemmeno una canzone d’amore, né tantomeno una che si muova sulla solita tematica lei-mi-ha-lasciato-oddio-come-sono-disperato. È un disco che parla di me, ma parla tanto di quello che mi circonda. Parla della difficoltà di cambiare il proprio sentire, dell’impossibilità di rinnovare ciò che ci circonda. È un disco molto amaro. Abbiamo già avuto modo di parlare della nostra passione per Ed Harcourt, il tuo sound non è propriamente italiano eppure le tue canzoni lo sono molto (nel senso più positivo del termine). Quali sono gli ingredienti di questo disco? Ed Harcourt resta sempre nel mio cuore, così come tanti altri artisti inglesi e americani: penso a Joseph Arthur, a Patrick Watson, a Sufjan Stevens. Dopodiché il sound di questo disco, grazie al produttore Giovanni Ferrario, è molto ‘old style’, vira più verso i Beatles o i Television. In Italia i miei riferimenti sono pochi: un disco per tutti, Rimmel di De Gregori. Fossi capace di scrivere una canzone come Pezzi di vetro mi ritirerei subito dalle scene. Alla fine del disco si ha una strana sensazione … sospesa nel giudizio, come se il viaggio portasse a una mezza sconfitta, l’uomo che racconti, alla fine, vince? O è un pareggio? Questo disco ha un percorso tematico al suo interno e il finale è volutamente sospeso proprio per dare all’ascoltatore questa sensazione. Dunque ognuno è libero di darne l’interpretazione che vuole. Questo disco segna una nuova avventura anche dal punto discografico, cosa è cambiato? Tra le tante cose, in cosa sei impegnato? Sappiamo di progetti anche qui nel Salento, ce ne vuoi parlare? L’esperienza del “Re non si diverte”, la mia prima etichetta, finì pochi mesi dopo l’uscita di Lucida. Vengo di fatto da due anni di totale autonomia e di totale autoproduzione, tranne che per i concerti. Se da un lato è certamente bello aver quel tipo di libertà, dall’altro mi sono reso conto che avere un team di persone con cui cofrontarsi e decidere ti apre molte possibilità. Da questo punto di vista mi trovo benissimo con Via Audio, una realtà senz’altro piccola che però ha molta voglia di crescere e ha le idee molto chiare su cosa fare e su cosa non fare. Per rispondere alle altre due domande, attualmente ho due grandi progetti oltre al mio personale percorso di cantautore. In primis ci sono gli Amor Fou, una band in cui sono ormai impegnato al cento per cento e con cui stiamo facendo belle cose. Abbiamo finalmente trovato una formazione stabile dopo le peripezie iniziali e questa cosa sta dando ottimi frutti. Stiamo ultimando il nuovo disco che dovrebbe uscire a inizio primavera 2010. L’altro grande progetto si chiama Jacuzi ed è il mio studio oltre che la realizzazione di un sogno (molto comune fra i musicisti, lo so), un luogo dove poter produrre, arrangiare e provare in totale tranquillità. Questo secondo progetto coinvolge in qualche modo il Salento perché in Jacuzi ho cominciato a lavorare con Lucia Manca, una cantautrice che ho conosciuto l’anno scorso in occasione di un concerto di Amor Fou. Siamo all’inizio del lavoro e dunque è difficile fare previsioni. Per ora l’obiettivo è semplicemente mettere insieme le canzoni del suo disco. Ma il talento c’è, quindi contiamo di tirar fuori qualcosa di bello. Osvaldo Piliego
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