MATTEO BORTOLOTTI
Scritto da Dario Goffredo    Mercoledì 04 Novembre 2009 16:00    PDF Stampa E-mail
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Oltre due milioni di spettatori a puntata per la fiction nata dalla penna di Carlo Lucarelli e giunta ormai alla sua terza serie. Gli ingredienti per il successo ci sono tutti: un attore bravo e telegenico come Giampaolo Morelli, una storia che funziona, personaggi comprimari originali e simpatici, i Manetti Bros alla regia e, forse soprattutto, una squadra di sceneggiatori, capeggiati da Lucarelli, che sanno decisamente il fatto loro.
Matteo Bortolotti, scrittore bolognese classe 1980, autore di Questo è il mio sangue romanzo uscito con Mondadori, è uno di loro. Con lui abbiamo parlato di televisione, cinema e scrittura.

Tu hai fondato una società che si occupa di scrittura per il cinema e la televisione, dal significativo nome di Story First (la storia prima di tutto). Se è vero che negli Stati Uniti questa è una pratica consolidata è anche vero che in Italia è un’iniziativa del tutto nuova. Ci vuoi raccontare brevemente da dove nasce l’idea di creare una struttura del genere?
Story First nasce dalla forte richiesta di professionalità nel campo della narrazione. Parlare di scrittura è riduttivo. Abbiamo cercato, negli anni, seguendo gli esempi del mercato anglosassone, di costruire una struttura, un laboratorio d’idee e non solo, che fosse qualcosa di più di un gruppo di autori e creativi, abbiamo messo assieme una sana predisposizione all’impresa con una fondamentale tendenza all’artigianato, senza abbrutirci nel gioco perverso dell’artismo che domina il nostro Paese. Story First è un marchio che garantisce progettualità e autorialità, in grado di mettere in atto progetti sperimentali (abbiamo scritto videogiochi, pubblicità narrative, creato sinergie tra il mondo della letteratura e quello del cinema) oltre al lavoro pre-produttivo in cui ci siamo specializzati. Aiutiamo le produzioni a far nascere i loro film e telefilm, siamo ostetriche e dottori delle storie.

Hai lavorato tra le altre cose alla sceneggiatura dell’Ispettore Coliandro, a mio avviso una delle migliori serie televisive italiane. Quanto conta nel successo di Coliandro il fatto che a lavorarci ci sia una “squadra” di scrittori?
La squadra è tutto, e quella de l’Ispettore Coliandro è diventata ormai una grande famiglia che si estende dagli addetti alla scrittura fino a tutti quelli che partecipano alla realizzazione. Ci conosciamo tutti e siamo molto uniti. Il lavoro di Carlo Lucarelli è quello di un instancabile direttore d’orchestra, e lo fa con suoi colleghi di sempre come Giampiero Rigosi, me, Andrea Cotti... Tutti di Bologna, tutti amici da anni. Devo molto a ciascuno di loro, per la mia formazione di scrittore e sceneggiatore.

Tranne in alcuni e pochi casi (penso alla serie di Romanzo Criminale, all’Ispettore Coliandro, o ad alcuni episodi di Crimini) la distanza tra la fiction italiana di genere e quella d’oltreoceano (e citiamo soltanto alcuni esempi come 24, The Shield, l’intramontabile C.S.I., Cold Case, Senza Traccia, i recenti Shark e Life on Mars) è ancora enorme. Secondo te si tratta soltanto di una questione di budget o è dovuta anche al coraggio di alcune scelte, come i temi trattati e il modo di trattarli?
Il budget è comunque importante, ma dipende da come lo si spende... la storia viene prima di tutto. Se le produzioni in Italia investissero di più nella scrittura, probabilmente avremmo una televisione migliore, e chissà, anche un Paese migliore. Ok, ho dato una risposta troppo idealista per essere uno scrittore di noir.

Una recente tendenza nella fiction americana è quella di scomodare giganti del cinema come Glenn Close, Harvey Keitel, James Woods, Tim Roth, che prestano il loro volti ai protagonisti delle serie. Credi che questa potrebbe essere una strada che potrebbe prendere piede anche in Italia?
Da quello che so, sono proprio gli attori del cinema che vogliono partecipare ai serial, e questo perché in America attualmente la migliore scrittura per l’audiovisivo è nella serialità. Le idee più coraggiose, i temi più pruriginosi, le passioni più coinvolgenti. La sperimentazione. In Italia da diversi anni i film tv hanno come protagonisti diversi grandi attori, ma dobbiamo combattere contro la superstizione che tende a distinguere troppo tra cinema e televisione e ci fa pensare che un prodotto televisivo dev’essere per forza studiato per un pubblico ebete. Sono sciocchezze tutte italiane. Più una storia è popolare, più dev’essere stupida? Andatelo a dire a Hugo, Zola, Checov...

Come è cambiato secondo te il modo di scrivere per la televisione in Italia dal 1954 a oggi?
All’inizio ci si arrangiava, ma lo si faceva bene. In Italia abbiamo avuto grandi autori televisivi e grandi sceneggiatori... non abbiamo mai avuto una vera e propria industria (nel senso buono del termine, perché c’è un senso buono). Ci abbiamo provato negli anni ‘60 e ‘70... poi qualcosa è cambiato. Si è creato un monopolio, non c’è più stata concorrenza (nel senso buono, come sopra). Chissà con l’apertura del mercato europeo...

La televisione può essere ancora in qualche modo un mezzo potenzialmente “educativo” o è ormai definitivamente compromessa dall’affollamento di veline e programmi spazzatura?
Trovo le veline molto educative. Ci dicono molto della direzione che sta prendendo la comunicazione in questo Paese, un’arma a doppio taglio, lo dico a tutti quelli del “partito del culo in primo piano”.

La fiction di qualità può essere il nuovo veicolo per trattare temi sociali anche scomodi, mascherandoli magari con la facciata dell’intrattenimento?
Le storie sono questo. L’intrattenimento può essere un mezzo velocissimo per comunicare agli altri, divertendo si possono dire molte cose. È importante non concentrarsi troppo su quello che si vuole dire o si rischia di diventare degli autori impegnati e soporiferi, bisogna far lavorare assieme l’autore e il bambino che sono in noi.
Dario Goffredo
 

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