MARCO PAOLINI
Scritto da Pierpaolo Lala    Mercoledì 04 Novembre 2009 15:59    PDF Stampa E-mail
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“Ma come faccio senza pubblico?”. Si poneva questa domanda Edoardo De Filippo prima di registrare qualche sua commedia per la televisione. Il teatro senza pubblico, senza i respiri dello spettatore, senza la sua attenzione o i suoi sbadigli sembrava strano, innaturale al maestro napoletano. Nei primi anni della Rai la riproposizione televisiva fu usata molto. Ma quella era la Rai che doveva educare le masse. In Tv in questi cinquantacinque anni sono passati moltissimi spettacoli e sono stati fatti tanti esperimenti. Non sempre però il teatro in tv funziona: a volte annoia, a volte è collocato così male nel palinsesto che restare svegli diventa un’impresa. Raramente invece lo spettacolo teatrale diventa un evento televisivo. Cosa che accadde invece il 9 ottobre 1997. Prima serata su Rai Due. Un attore sul palco. Alle sue spalle le alte mura di una diga. Marco Paolini raccontò in un monologo serrato e struggente, la tragedia del Vajont che nella notte del 9 ottobre 1963 provocò circa duemila morti. Da quel giorno la storia del teatro sulle tv italiane forse non è stata più la stessa. Eppure il rapporto difficile tra televisione e teatro continua a esistere. Dodici anni dopo quel Vajont e con alle spalle numerose esperienze in tv, Marco Paolini torna su La7 (lunedì 9 novembre alle 21.30) affiancato dai Mercanti di Liquore con Miserabili. Io e Margareth Thatcher in diretta dal porto di Taranto. Abbiamo approfittato della sua presenza in Puglia per fargli qualche domanda.

Il suo rapporto con la televisione è stato molto stretto, lei ha dato il via al ritorno del teatro, e soprattutto del teatro civile, sul piccolo schermo. Come è nata l’idea del Vajont in tv e come nascono questi nuovi progetti per La7?
La televisione richiede lo sforzo di costruire il contesto giusto senza l’artificio della finzione. Ci sono storie per le quali non esistono una diga di calcestruzzo (come per Vajont) o un hangar con rottami di aereo (come per I-TIGI Canto per Ustica). Per il Sergente era importante trasmettere il gelo, la fame, la desolazione e la disperazione della ritirata nel lungo inverno russo, abbiamo scelto una cava nel cuore di una montagna perché capace di evocare quel sentire senza il bisogno di scenografare la neve. Per Miserabili, che affronta temi economici, abbiamo scelto un porto sul tacco d’Italia, punto di incontro (e incrocio) tra merci e culture, luogo di contraddizioni e di economia reale. La diretta di uno spettacolo teatrale in TV non deve essere solo una ripresa di gesti e parole dentro una scatola. È una sfida aperta con un mezzo potente, che usura. E ogni volta che scelgo di andare in televisione è anche una sfida culturale. La7 ha condiviso con me un progetto, che si è articolato con le dirette televisive, ma anche con la produzione di documentari (Chi ga vinto, In tempo ma rubato, Ci resta il nome ndr), mi ha dato la disponibilità di passaggi in prima serata senza interruzioni pubblicitarie, ma soprattutto ha costruito percorsi articolati attorno al tema dello spettacolo. I palinsesti vengono ripensati per collegarsi all’evento della diretta. Ecco che la programmazione non ha un valore estemporaneo, ma prevede un progetto editoriale.

Miserabili racconta della crisi economica.
Miserabili è una riflessione sul contemporaneo che viviamo tutti. Si parte dell’economia, ma si parla soprattutto di cultura. Oggi non ci manca il pane, ma siamo “miserabili” perché abbiamo abdicato alle scelte sul futuro per affidarle all’onnipotenza del Mercato. È una “miseria” culturale, più che economica, quella di cui parlo nello spettacolo. Margaret Thatcher diventa un’icona di questa visione del mondo mercato-centrica. Nella sua visione, siamo tutti “uomini donne famiglie”, è scomparsa l’idea di comunità. Nel 1979 è cominciata una rivoluzione, anche se nei libri di storia non c’è. Vanno al potere l’ayatollah Komeini in Iran e Margaret Thatcher in Inghilterra. Da un lato si consuma il divorzio tra oriente e occidente, dall’altro inizia il “pensiero unico, pensiero stupendo”: il dominio del Mercato. Dopo la Thatcher - hanno scritto i giornali - tutto era in vendita.

Perché ha scelto Taranto?
Volevamo lavorare a Sud, volevamo rovesciare la prospettiva. Taranto è un crogiuolo di contraddizioni, dunque corrisponde all’universo che ci circonda, ma è anche punto d’arrivo delle merci dal mercato asiatico all’Europa. Faremo lo spettacolo sul mare, a qualche km dalla terraferma. Da una parte c’è il porto, con i container e le merci dall’Oriente, dall’altra c’è l’Ilva, economia pesante. Questo luogo è l’incrocio dei mari e di mondi in movimento.

In Tv oltre a lei sono passati spettacoli di Dario Fo, Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Marco Baliani (solo per fare qualche nome), ma spesso in orari ostici. Qual è il criterio seguito dai direttori di rete nella selezioni degli spettacoli?
Forse la domanda va posta ai direttori di rete. Io ho avuto l’occasione di incontrare persone intelligenti, capaci, curiose. E i progetti si sono fatti, con cura. Il risultato è venuto, anche in termini di share. Credo che, in generale, il teatro possa far bene alla televisione nella misura in cui non si snatura. L’esperienza degli artisti che ha citato parla chiaro: un ripensamento dello spettacolo per essere portato sullo schermo è, in qualche modo, uno stimolo a crescere ulteriormente con quel lavoro.

Qual è la differenza tra una sua “inchiesta teatrale” e trasmissioni televisive come Report o Blu Notte?
Io non sono un giornalista. Io faccio teatro. Ho una stima sincera e anche personale per Milena Gabanelli e la sua coraggiosa redazione, ma Report fa giornalismo mentre io sono un attore. Blu notte è costruito ugualmente sotto forma di inchiesta, anche se più “romanzata”. Il mio lavoro, invece, nasce dall’urgenza di costruire un progetto artistico, un percorso di ricerca che mescola invenzione e storia, denuncia e ironia. Io posso permettermi di dire cose che un giornalista non può dire, perché l’informazione non è il mio mestiere. Ma allo stesso tempo ho bisogno di dire cose diverse da un giornalista, ma anche di mantenere il suo stesso rigore e precisione. Il mio lavoro nasce da un punto di vista, articolato e problematico, ma uno e personale. Credo invece che il buon giornalismo abbia bisogno di indagare i fatti osservandoli da più punti di vista.

La musica è molto presente nei suoi spettacoli. Come mai?
Dall’incontro con i Mercanti di Liquore è nato un lavoro che mette in musica parole e pensieri. Credo sia uno strumento efficace per raggiungere il pubblico, per colpire con alcuni concetti, ma anche per applicare un’ironia che nel parlato non ha altrettanto senso. Mi sono cimentato anche nella scrittura di testi per le canzoni ed è stata un’esperienza divertente, utile, mi ha fatto crescere.
Pierpaolo Lala
 

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