| TOMMASO PINCIO | ||||
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Cinque romanzi, un saggio (sugli alieni!), la sua firma su numerosi articoli di critica letteraria,musica e cinema. Nel 2008 Tommaso Pincio ha pubblicato Cinacittà (Einaudi), noir atipico e bellissimo, ambientato in una Roma a venire di delitti, strip-bar e cinesi. Recentemente è tornato a dipingere, in attesa del prossimo fiume di parole, del prossimo congegno narrativo ad orologeria. Cool Club fa un numero sul giallo, sul noir. Vorrei chiederti quale è a questo proposito il tuo primo ricordo: un film, un libro, un fumetto...
Forse non è noir in senso stretto, ma il primo pensiero è Alfred Hitchcock. Mia madre era una sua grande fan e ne parlava in continuazione. Ho visto i suoi film da giovanissimo, praticamente da bambino. Andavo pazzo per la sua serie televisiva in bianco e nero. Alcuni suoi film, come Vertigo o Gli Uccelli, li ho visti decine volte. Continuo a vederli anche adesso. Sarà che è una passione di famiglia, ma per me Hitchcock è un genio assoluto. Si parla tanto di Kubrick, ma il vero numero uno è lui. Sta al cinema come Simenon sta alla letteratura, e forse anche di più. A proposito di ricordi: Cinacittà è un libro molto legato al luogo in cui si svolge la storia ed è attraversato da un'idea anche feticistica di una Roma che non c'è più dopo il grande esodo, dopo che tutto è andato in rovina. Il tempo che sottrae inevitabilmente una certa percezione dei luoghi, delle cose, mi pare ancora al centro della tua poetica. Temo sia una condizione umana. O meglio: una condanna. I luoghi sono destinati a mutare, mentre noi restiamo fatalmente legati al momento in cui li abbiamo conosciuti. Va detto però che Roma è talmente grande nella sua decadenza infinita che alcuni suoi aspetti risultano assolutamente impermeabili al cambiamento. Quel che mi interessava raccontare in Cinacittà era per l'appunto il senso della caduta, che è poi il mistero più irrisolto di Roma: il crollo del suo impero per mano dei barbari. La caduta di Roma in quanto metafora del tramonto dell'Occidente. Hai paragonato il protagonista al Raskol'nikov di Dostoevskij. E, come in Delitto e Castigo, anche nel tuo libro, ciò che investe davvero il lettore è l'estrema solitudine di questo personaggio. Il fatto di non conoscere il suo nome è a mio avviso significativo: lui è tutti noi e noi tutti siamo accidiosi e soli, proprio come i personaggi di un noir in cui tutto casca addosso al personaggio precipitandolo verso un tragico destino. Nella stesura iniziale il romanzo era scritto in terza persona e il nome di Tommaso Pincio come protagonista veniva fatto esplicitamente fin dalla prima riga. L'effetto era a tal punto gelido ed estraniante che ho temuto di rimetterci la sanità mentale. Così ho rivisto il tutto in chiave più personale, più intima. Alla fine il romanzo è diventato una lunga confessione, il che mi ha permesso di confrontarmi con la morale tutta italiana e cattolica per cui basta raccontare e pentirsi delle proprie colpe per espiarle. Volendo metterla in termini dostoevskijani, Cinacittà è una sorta di Delitto e Assoluzione. Una volta mi hai detto di esserti avvicinato alla scrittura leggendo Cuore di Tenebra di Conrad. Vorrei chiederti se ti capita mai, mentre stai scrivendo, di domandarti come uno scrittore che in qualche modo ti ha influenzato avrebbe potuto descrivere la stessa scena, gli stessi personaggi. A voler essere franchi, no. Mi tengo stilisticamente lontano dagli scrittori che hanno significato molto per la formazione del mio immaginario. I mondi che descrivo, le storie che racconto, discendono ovviamente da gente come Dick o Burroughs, ma non scrivo affatto come loro. Non cerco di imitarli, non mi domando come avrebbero risolto certi passaggi. Credo non sia proficuo cercare di imitare gli scrittori che si sono amati alla follia. Di solito è altrove che guardo per migliorare la mia pagina, leggo un po' di Graham Greene o Simenon, e mi metto al lavoro. Lo so che può sembrare poco credibile, ma è la verità. E se vai al fondo di come scrivo, depurandolo dal "cosa", ti risulterà evidente. Sei soddisfatto del modo in cui è stato accolto da pubblico e critica il tuo ultimo romanzo? Sono sempre grato a chi si interessa al mio lavoro, qualunque cosa ne pensi. Di Cinacittà si è parlato abbastanza, tanto tra gli addetti ai lavori che nel più vasto popolo dei lettori. Il consenso non è stato unanime, ma essendo più che consapevole di non avere scritto un romanzo per così dire nazionalpopolare me l'aspettavo. Certe reazioni stizzite, meravigliate o indignate erano messe nel preventivo. Tuttavia sono rimasto sorpreso dal consistente numero di persone, anche accorte, che lo hanno preso alla lettera e bollato come razzista, confondendo le motivazioni del protagonista con gli intenti dell'autore. È stata tuttavia una reazione interessante, poiché dimostra quanto non sia per nulla scontata la distinzione tra la finzione narrativa e la presunta realtà. Poi ci sono stati quelli che lo hanno apprezzato e che fortunatamente sono stati la maggioranza. Almeno così mi è parso.
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