| MARCO MONTANARO | ||||
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Un libro che è la storia di un esordio, anzi di un doppio esordio. Quello di Marco Montanaro come scrittore e quello di Coolibrì, una collana piccola piccola per un piccolo editore, Lupo, ma con una idea grande e ambiziosa: quella di uscire dai generi, percorrendoli tutti e cercare di creare una linea editoriale dove contano solo le belle storie raccontate bene. Sono un ragazzo fortunato (SURF) è una raccolta organica di racconti dove diversi personaggi (anche improbabili) si muovono tra le pagine del libro cercando, appunto una storia che possa essere raccontata. E così abbiamo chi decide di diventare un Libro, chi vorrebbe inscenare una piece teatrale, chi lotta per un amore perduto ma si trova incastrato in altre storie e chi per amore vorrebbe morire ma si accorge di non poterlo fare. Il filo conduttore del libro sono, appunto, le storie, la loro necessità impellente, la loro capacità di salvare la vita.
Partiamo dal titolo del libro. Ce lo puoi spiegare? Inizialmente i racconti che compongono il mio libro sono apparsi su un blog che aveva come sottotitolo proprio Sono un ragazzo fortunato. All’epoca credo di averlo usato per esorcizzare un periodo negativo. Era anche autoironico. Ed era ispirato da una scena del film Aprile di Nanni Moretti, in cui il regista e attore balla la canzone di Jovanotti col figlio piccolo in braccio. È una scena comica e tenera allo stesso tempo. Mi piace molto. E poi Sono un ragazzo fortunato, abbreviato, fa SURF. Che è un titolo d’acchiappo, visto che viviamo in California. E poi potrebbe piacere ai fan di Eddie Vedder, non so se mi spiego. Io comunque mi ritengo un ragazzo mediamente fortunato. Nei tuoi racconti si respirano atmosfere surreali e a volte improbabili che ricordano per certi versi Boris Vian o certa nuova narrativa americana. A quali riferimenti letterari ti ispiri? Per me la scrittura non funziona come la musica. C’è della musica che non potrei mai ascoltare, poca, ma ce n’è. I libri no, non c’è un solo libro che non mi sia piaciuto. Da tutti cerco di imparare. Mi piacciono persino le opere minori di alcuni autori, quelle in cui magari ci sono delle ingenuità clamorose. L’errore, l’ingenuità, l’imperfezione: sono tutti elementi che rendono umano un autore. Tornando ai riferimenti, comunque, ogni cosa mi incuriosisce: dalle storie surreali e strampalate a quelle più crude e realistiche. Non mi piace però la pretesa di passare dal realismo alla realtà. È tutta finzione.Comunque, a un certo punto ti accorgi che riesci ad assorbire senza imitare. Non so a che punto sono. Boris Vian però non l’ho ancora incrociato. Lo farò al più presto. Non posso prescindere da Kurt Vonnegut e Richard Brautigan. Uno dice: ma come, sono americani! E allora?, dico io. Anche se è stato un titolo italiano – credo poco conosciuto – a farmi decidere di provare una strada tutta mia, e cioè: Gardo Mongardo di Claudio Menni. C’è un personaggio in particolare nei tuoi racconti che ami più degli altri? E uno che odi? Non è corretto odiare i propri personaggi. I lettori se ne accorgono. Una volta ho assistito a una presentazione di due libri, c’erano due giovani autori. Non credo lo facessero per cattiveria, credo fosse per inesperienza, ma quei due autori, parlando dei loro personaggi, usavano un certo distacco. Non già odio, ma distacco. Certo, si trattava di storie diverse dalle mie, molto dure, ma non va bene. Penso a Cormac McCarthy, che ha creato l’incarnazione del male con Anton Chigurh in Non è un paese per vecchi: sono certo che il vecchio Cormac adori quel personaggio. Diciamo che nel mio libro c’è il dottor Ludovico Brachini che rappresenta in qualche modo il nemico, il bersaglio. Ma poi si riscatta. Infatti lo infilerò in qualche altra storia. La mano mozzata di Anselmo è ovviamente il personaggio che più amo. Insieme a Sal e Vittorio. Come è nata l’idea di questo libro? Ero sotto un albero e una mela mi ha colpito in testa. Ho pensato subito di scrivere un trattato sulla gravità o cose del genere. In realtà la mela l’aveva lanciata lo gnomopapero Erik Chilly, un grafico che lavorava alla Lupo. Voleva propormi di raccogliere del materiale e inviarlo in casa editrice. Il mio manoscritto ha poi seguito la consueta trafila. Ho conosciuto così il mitico Cosimo Lupo, poi ho incontrato voi di Coolclub ed eccomi qui. Stai già lavorando alle tue prossime storie? Vuoi anticiparci qualcosa? Pensi di affrontare la forma romanzo o percorrerai ancora la strada del racconto? Non credo sia un fatto di racconto o romanzo. Sono due forme diversissime, è vero, ma il punto è la storia, come dici tu all’inizio della domanda. Vorrei cimentarmi con una storia “pura”. Senza troppi fronzoli. Ho scritto soprattutto racconti con molta introspezione pur cercando di renderli quanto più universali possibile. Però il tempo del racconto e quello della storia non coincidono, per così dire. Melville riesce a permettersi introspezione e storia insieme, ma Melville era folgorato e benedetto dalla luce del Signore, quando scriveva Moby Dick. Ho comunque scritto molto in questi anni. Cose d’ogni genere e forma, ma non so se sono pronte per uscire. Cerco di avere grande responsabilità prima di proporre qualcosa a qualcuno. Si tratta di trovare un equilibrio tra appagamento del proprio io e disordine dell’universo, oltre che una casa editrice, a volte. Dario Goffredo
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