| KIDDYCAR | ||||
|
|
Esce per Rai Trade il nuovo album dei Kiddycar, una band che fin dagli inizi non si è mai fermata nell’definizione di indie italiano ma si imbarcata in un’avventura che ha fatto arrivare la sua musica in giro per il mondo. In sintonia con le tendenze del nuovo pop sofisticato europeo Sunlit silence ha in sé il suono e il colore di questo autunno. Alle nostre domande hanno risposto Stefano e Valentina.
Sono cambiate molte cose dal vostro album precedente: collaborazioni, una nuova etichetta e un riconoscimento generale incoraggiante. Cosa è successo da Forget about ad oggi? È successo che si cresce, sia professionalmente che umanamente. Di cose ne sono accadute tante, siamo più “seri”, più rigorosi, organizzati. La nostra macchinina a pedali ha dei pedali più solidi, siamo seguiti e guidati da un gran manager, e siamo soddisfatti del nostro lavoro ma, per fortuna, mai abbastanza! (Valentina) Le atmosfere intime, l’elettronica mai invadente, le sonorità acustiche a tratti un po’ retrò fanno della vostra musica qualcosa di onirico, da alcuni definito dream pop. Cosa ne pensi? Penso che è una bellissima definizione nella quale ci accomodiamo volentieri, come entrare in una bella casa dove ti attende un caminetto acceso, un buon profumo, un bel silenzio dove ti senti a tuo agio e ti viene da sorridere…(Valentina) Per definire il vostro sound hanno scomodato nomi eccellenti come Lali Puna, Notwist, Blonderedhead. Quanto vi sentite vicini a questi gruppi e cosa vi influenza? Beh, sì. Hanno scomodato nomi illustri che naturalmente ammiriamo ma dai quali non ci sentiamo “influenzati”. Anche se poi questa espressione è davvero curiosa per come la vedo io… tutto è stimolo, dovrebbe esserlo, tutto ciò che osserviamo, ammiriamo, percepiamo, elaboriamo. È ovvio che il glitch-pop teutonico degli anni novanta è una sorta di “punto di non ritorno”, ne comprendemmo all’epoca il valore, la portata, e naturalmente ne fummo rapiti. Ma ad oggi, a dire il vero, ci sono tante assonanze quanto enormi distanze tra noi e i gruppi sopra citati, il mio cantato ad esempio, che è l’elemento che subito i critici accomunano ai Lali Puna è in realtà molto diverso ad un ascolto attento. È un cantato estremamente mediterraneo quanto a colori e intenzione, vi traspare il mio background di attrice. Inoltre, se ciò non bastasse, in nessuno dei tre dischi pubblicati, abbiamo mai usato la tecnica del glitch. Ancor meno probabile l’assonanza con i Blonderedhead. Forse potremmo dire che ad ispirarci - ecco si molto meglio il concetto di ispirazione che la parola “influenza” – è stata più la sensualità di Gainsbourg o le atmosfere raccolte di Nick Drake, la solennità dei primi lavori dei Sigur Ros e del rock nordico in generale, il filone più intimo e casalingo del post punk, un certo filone più morbido e sognante del post-rock, i toni scuri e apocalittici di un disco come Kid A, non ultime certe geniali sorprese di Ennio Morricone (Valentina). Rallentare, trovare un ritmo nuovo per scandire la pausa sembra essere nel vostro suono. Il vostro disco sembra una boccata d’aria, un respiro lungo che diventa sussurro. Eppure si sente una continua tensione emotiva che anima i brani, quali emozioni animano le vostre canzoni? Sentiamo un gran bisogno di solennità e la solennità, guarda caso, è inversamente proporzionale alla velocità. In poche parole troviamo molto più spesso nella lentezza e in un atteggiamento il più possibile intimo la dimensione di un morbido tappeto su cui adagiare i nostri sentimenti più fragili. E forse è proprio questa la condizione in cui le tensioni emotive si fanno più rumorose e gigantesche, si sente vibrare l’universo che ci circonda, un universo inospitale e terrificante. Così noi ci ritroviamo a giocare con le nostre stesse emozioni come bambini, cercando di assemblarle in qualche modo, di formare un qualcosa che ci illuda di avere un senso… un brano musicale per esempio (Stefano). Il gioco musicale, ma anche linguistico appartiene a voi come a molti gruppi, la lingua è strumento? Il gioco come ho detto prima deve essere sempre alla base di tutto, tutti i cuccioli imparano a vivere attraverso il gioco e la curiosità, l’essere umano ha un’intelligenza più sviluppata forse solo perché ha l’infanzia più lunga di tutte le specie animali. Proprio in questi giorni mi sono riascoltato tutti i dischi dei Beatles nella nuovissima veste ri-masterizzata e, in definitiva, mi sono detto che i loro maggiori punti di forza erano proprio la curiosità e il gioco. (Stefano) La lingua è uno strumento, certo, assolutamente. Non so spiegarti razionalmente, si tratta di un curioso sentore al quale mi affido: quando nasce una composizione e io comincio a cantarci sopra la melodia che mi viene fuori, istintivamente, canticchio in inglese, oppure in francese, frasi o parole a caso naturalmente all’inizio ma quello che conta è il suono. Naturalmente al momento uso suoni di lingue che conosco bene, che sento istintivamente sgorgarmi da dentro, sono praticamente madrelingua francese tra l’altro, e poi inglese e francese sono lingue classiche della storia del pop e del rock. Ma mi piacerebbe molto usare anche altre lingue, il tedesco ad esempio, o l’italiano che, tra l’altro, è una lingua che amiamo profondamente ma che è particolarmente difficile da usare nel pop o nel rock. (Valentina) Quali gruppi italiani sentite vicini? Sicuramente sentiamo più vicini quelli che come noi si sforzano di parlare il più possibile un linguaggio musicale internazionale. Mi viene in mente Christian Rainer che nonostante il nome è un’artista italiano a tutti gli effetti ma che, appunto, scrive e arrangia brani di respiro globale. Nutriamo una forte simpatia, spero reciproca, verso il mondo della Canebagnato Records e di tutti gli artisti satelliti intorno ad essa, e poi tanti altri artisti tra cui, non so, gli Albanopower ad esempio o Le man avec les lunettes. Esportare la musica italiana non significa cantare in italiano: significa piuttosto cercare un “linguaggio” per rendere la più intima e potente tradizione musicale italiana capace di parlare al mondo e di farsi capire. Il segreto sta nella conoscenza profonda e nell’amore per la nostra musica uniti ad un altrettanto profonda conoscenza e amore per la musica internazionale. (Valentina) Cosa ascoltate? Per quanto mi riguarda ascolto ogni settimana decine di dischi in anteprima, oltre che dischi passati. Purtroppo a parte qualche perla illuminata e illuminante come Sufjian Stevens e le produzioni della sua Asmatick Kitty, questo decennio non ha dato certo nulla di paragonabile ai cinque decenni che l’hanno preceduto. E poi ci sono i dischi e gli artisti di una vita, quelli che, per forza di cose, ti risuonano dentro e che spesso ti ritrovi ad ascoltare, e sarebbe un bel viaggio troppo lungo per poterlo raccontare qui dalla musica rinascimentale e barocca (Claudio Monteverdi - Gesualdo da Venosa etc…) alla classica contemporanea di inizio ‘900, agli albori del rock…dagli anni ’60 passando per i Velvet, i Love, i Byrds…inutile dirti i Beatles... scivolando su un certo filone di pop francese di cui Serge Gainsbourg è sicuramente il più vicino a noi, un certo post-rock, i Pram, i Labradford, la musica industriale, l’elettronica di matrice europea, la scena musicale tedesca il Kraut-rock, i Can, i Kraftwerk, i Popul Voh, i Tangerin Dream, i grandi cantautori, i menestrelli delle emozione, Leonard Cohen, gli chansonnier francesi. Te l’ho detto il viaggio è lungo, troppo lungo per questo breve spazio. (Valentina) Osvaldo Piliego
|






