| PORT ROYAL | ||||
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È una delle realtà elettroniche italiane più famose all’estero. Dopo diversi tour in tutta Europa (e Russia) e collaborazioni di rilievo nel ruolo di remixers per Ladytron e Felix Da Housecat esce Dying in time nuovo capitolo della loro discografia. Abbiamo intervistato i genovesi Port Royal.
Spesso le vostre tracce presentano ritmiche dance o comunque ballabili che occupano però, solitamente, una scarsa metà del brano. Sono brani che nascono gradualmente e si dissolvono in ambientali liquidi amniotici. È forse una sorta di attrazione/repulsione nei confronti dell’elettronica ballabile, visto anche che il titolo del precedente album era Afraid To Dance? O piuttosto le vostre suggestioni non raggiungono mai una quiete definitiva? La tua è un’osservazione corretta. Quando componiamo un brano, in effetti, sentiamo spesso l’esigenza di inserire un ritmo incalzante e ben definito, a volte in 4/4, a sostegno dello scorrere delle tastiere e delle melodie; è qualcosa che appartiene al nostro gusto sin dagli inizi, e con cui abbiamo fatto i conti già in certi frangenti di Flares (2005) e persino del nostro primo Kraken EP (2002). Dall’altra parte, è pure vero che facciamo per vari motivi fatica a immaginare ed accettare che un nostro brano viva per intero sopra quelle cadenze ritmate: forse troppa regolarità ci stufa; più probabilmente si tratta di un espediente che se abbracciato in toto finirebbe con stonare con la sostanza del nostro suono, che ha bisogno di spazio e di respiro per vivere. Sembra che non amiate palesare, quanto piuttosto “abbozzare”, dare piccoli e fuggevoli assaggi, tratteggiare brevi paesaggi un po’ come in un flusso di coscienza psichedelico che non ha il tempo di fermarsi su immagini nitide e immutabili. È un po’ lo stesso principio alla base di molta musica ambient e post-rock: come spiegate questa scelta compositiva, se è una scelta, e quali sono le maggiori influenze provenienti da questi due “generi” musicali? Sì, quello che descrivi è sicuramente un aspetto cui da sempre prestiamo la massima attenzione, sin dalle nostre prime produzioni: se è vero che al fondo il nostro suono consiste in un’entità fluida e continua, è pure inevitabile dire che questa entità muta continuamente e appare come in perenne movimento. È il frutto della nostra sensibilità, affinata in anni di ascolti nei generi che citi, e della pazienza che mettiamo nel pensare e rendere le strutture dei pezzi e nel lavorare sui dettagli, cose che da sempre possiamo fare in tranquillità, dato che seguiamo personalmente ogni fase del processo (creativa e compositiva, ma anche di produzione in senso lato) e lavoriamo costantemente nelle nostre camere davanti al computer senza le scadenze tipiche degli studi di registrazione (e soprattutto senza delegare a nessun altro la produzione dei nostri pezzi). Tecnicamente procediamo di solito da un’idea melodica di base e per poi declinarla in svariate maniere, sotto il profilo della strumentazione, dei timbri, delle stratificazioni e delle note stesse, posizionando strategicamente i vari momenti all’interno della composizione ed effettuando continui sottili rimandi a distanza; già le due trilogie contenute in Flares rappresentano un perfetto esempio di questo nostro modo di pensare e realizzare la musica. Detto così il tutto può sembrare un processo fatto a tavolino in maniera un po’ fredda ma in verità, a parte che in questo senso è vero che fare musica significa essere un po’ una sorta di artigiano, tutto viene in modo molto naturale. Del resto questo stile ha un preciso riflesso di contenuto e sostanza perché, a nostro modo di vedere, in questa maniera per certi versi si riesce a rispecchiare quello che in fondo è la vita a tutti i suoi livelli, da quello chimico/biologico e quindi microscopico a quello macro dell’umano, esistenziale, culturale e sociale. Di solito le voci disegnano linee melodiche eteree e affogate nei suoni; talvolta si percepisce un cantato difficile da decifrare, alla maniera dei gruppi shoegaze. A questo proposito The Photoshopped Prince rappresenta forse un caso anomalo, con i suoi battiti più costanti ed un cantato quasi canonico e comprensibile… Il finale poi tradisce un amore spassionato per il sound anni 80… quali sono i vostri ascolti preferiti dell’epoca e di cosa parla la “canzone”? Guarda, abbiamo, in effetti, letto da più parti, nei commenti vari al nuovo lavoro, questi riferimenti agli anni ’80, ma la verità è che non possiamo dire di amare spassionatamente quelle sonorità, tutt’altro. Forse per via di certi frangenti, come in The Photoshopped Prince, qualcuno ci ha persino accostati a bands come i Depeche Mode e gli Human League. Che pure, onestamente, non abbiamo mai ascoltato e a cui non ci siamo mai ispirati (e che, a dire il vero, per quel poco che abbiamo avuto modo di sentire manco ci piacciono)… Poi è chiaro che molta roba che abbiamo come riferimento proviene alla fine e per certi versi anche da lì, che lo shoegaze nasce alla fine di quel decennio, che come tutti amammo in gioventù i Joy Division, eccetera; ma per noi si va fuori strada a pensare che Dying In Time possa anche solo in parte essere inteso come un omaggio moderno a quell’epoca (come, invece, forse può dirsi più propriamente per gli ultimi lavori di un gruppo come gli M83, per esempio…). Per rispondere all’ultima parte della tua domanda, il testo di The Photoshopped Prince parla della perdita dei capelli e dei sentimenti ad essa connessi. Exhausted Muse sfoggia una chitarra impalpabile e ricorda le atmosfere del Badalamenti più etereo ma soprattutto dei Mogwai, anche se poi il sound liquido si cristallizza in un sincopato treno svizzero tra le frequenze disturbate. Anche la prima e la terza parte di “Hermitage” sono più lineari rispetto agli altri brani e sembrano ricalcare sonorità care al gruppo scozzese. Avete scelto di utilizzare la sei corde solo dov’era strettamente necessario? I port-royal nascono nel 2000 come gruppo fondamentalmente chitarristico e all’epoca sicuramente tra i nostri punti di riferimento imprescindibili c’erano i Mogwai (ma attenzione, rigorosamente quelli di Young Team e del 4satin EP per intenderci). Con il tempo pensiamo di esserci del tutto affrancati da quella matrice, ma di chitarre (in special modo di chitarre utilizzate con l’effetto delay) ne abbiamo sempre usate: all’inizio (vedi Flares) ancora per scrivere i pezzi, successivamente sempre più, più che altro, per andare ad arricchire una base che ormai nasce con le tastiere. In Dying In Time c’è la trilogia conclusiva che fotografa un momento antico (giugno 2001), pur rielaborato con la nostra sensibilità odierna: si tratta di uno dei primi pezzi che provavamo in saletta, indietro nel 2000/2001, tra l’altro vero e proprio cavallo di battaglia dei nostri primi concerti; è quindi naturale sentirvi dei richiami anche al mondo degli scozzesi. Come sono nate le collaborazioni che vi hanno portato a remixare Ladytron e Felix da Housecat? I remixes per Ladytron e Felix Da Housecat sono state belle esperienze ottenute insieme ai nostri manager Carlo e Laura: occasioni che noi abbiamo poi colto al volo divertendoci anche nella lavorazione dei pezzi. Comunque nel prossimo futuro pensiamo di continuare avanti a fare tali piccole collaborazioni, sia con artisti più famosi che meno famosi. Siete reduci da un tour in Europa e Russia. E ho letto che citate la storia del comunismo asiatico come vostra primissima influenza. Che impressioni avete avuto viaggiando nell’Est e quali le differenze rispetto al nostro continente? Ti devo correggere: non asiatico, bensì slavo. Asiatico era un aggettivo dispregiativo che usavano i nazi-fascisti (ma anche i vari liberali) negli anni Venti e Trenta per descrivere il comunismo sovietico (slavo-europeo), in quanto barbaro e incivile (secondo loro). Noi siamo molto affascinati dal mondo slavo (e non propriamente quello asiatico – anche se l’Asia ci incuriosisce parecchio – che è cosa ben diversa) in tutte le sue sfaccettature e quella del comunismo è sicuramente una delle più famose e famigerate, ma non necessariamente la predominante. Le impressioni sono tante e multiformi, in generale si può dire che suonare in Est-Europa, secondo noi, gratifichi di più, in quanto c’è lì un pubblico più “caldo” e partecipante allo show, gente che si lascia davvero trasportare e che si vuole divertire (anche per recuperare il tempo perduto…). Spesso all’Ovest si vede gente che va ai concerti non per godersi lo spettacolo, divertirsi, ma puramente per criticare come se fossero tutti recensori e critici. Un po’ più di sana naturalezza immediata non farebbe male e penso che questa sia una delle cose positive delle persone dell’Est in generale. Un’altra bella differenza è che lì si suona a volumi molto più alti! Ecco, all’Est la gente non ha davvero “paura di ballare”… Tobia D’Onofrio
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