| Emanuele Crialese | ||||
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Dopo il successo di "Respiro" che ne ha lanciato la carriera a livello internazionale, il quarantenne Emanuele Crialese mantiene le promesse e si segnala definitivamente come una delle realtà più importanti del cinema europeo conquistando a Venezia il Leone d'argento con "Nuovomondo". Il film è il racconto di un viaggio che agli inizi del ‘900 porta la famiglia siciliana dei Mancuso in America nella speranza di una vita migliore. Ma il sogno avrà vita breve perché il tanto agognato viaggio si rivela ben presto diverso da come lo avevano immaginato. Fra onde e disperazione il lavoro di Crialese rappresenta il documento finora più "fedele" di quella peregrinazione che ha visto nel corso del ventesimo secolo protagonisti milioni di italiani sparsi ora nel mondo. Ad accogliergli si la Statua della libertà, ma prima ancora Ellis Island, detta "l'isola delle lacrime", dove gli emigranti venivano tenuti in una umiliante quarantena fino ad appurarne l'idoneità a convivere col popolo americano. Il regista dipinge un quadro reale e commovente di una storia come tante che nel suo finale allegorico trova una degna conclusione che rappresenta finemente il sogno di chi abbandonava la propria patria per un futuro misterioso. Nel cast Vincenzo Amato (nei panni del capofamiglia Salvatore), sempre presente finora nei film di Crialese e Charlotte Gainsbourg. Partiamo da una considerazione che riguarda la sua esperienza personale. Prima di parlare di emigranti lo è stato lei a sua volta, dopo essere partito proprio negli Stati Uniti per studiare cinema. Come ha vissuto il ritorno in patria e perché dopo aver esordito positivamente negli Usa con "Once we were strangers" (primo film italiano ad essere selezionato al Sundance Festival) ha sentito il bisogno di ritornare? Ho sempre nutrito una grande passione per il cinema e dopo essermi fatto una cultura teorica vedendo tanti film ho deciso di averne anche una tecnica. Ho provato ad entrare nella Scuola Nazionale di Cinema di Roma ma sono stato scartato. A 26 anni sentivo il bisogno di confrontarmi con il mezzo tecnico e la scuola che ho frequentato a New York me ne davano la possibilità. È stata una esperienza eccezionale che mi ha dato l'occasione di confrontarmi con altre culture. Fatto questo ho deciso di tornare in Italia perché sentivo di avere col mio Paese un conto mai chiuso e poi di tornare negli Stati Uniti c'è sempre tempo. Da Respiro a Nuovomondo il salto è triplo. Me ne racconti la genesi? In realtà "Nuovomondo" è un'idea nata e scritta prima di respiro. Il film è nato da una visita al museo di Ellis Island. Gli sguardi degli immigrati puntavano straniti l'obiettivo e mi hanno influenzato. Dopo la mia esperienza americana, tornato in Italia ho scritto "Nuovomondo". Ma i produttori non erano d'accordo, consideravano l'idea troppo dispendiosa per un quasi esordiente e mi dissero chiaramente di cambiare registro. Scrissi "Respiro" e accantonai l'idea. Almeno momentaneamente. In "Nuovomondo" così come in "Respiro" si coglie il contrasto tra una parte onirica ed audace e l'elemento reale, forse anche realista con un ampio uso del dialetto. Come mai questa scelta apparentemente contrastante che è parte della tua cifra? La risposta è più semplice di quel che appare. In realtà quando scrivo un film questo è l'ultimo dei miei pensieri, penso a raccontare una storia nella maniera che mi sembra più adatta. Chiaramente è inutile negare che in parte è il mio stile, in parte dopo il successo di Respiro, che pure aveva questa componente, ho recepito che il pubblico apprezzava quel modo di raccontare che quindi risultava vincente. Il film tutto sommato sembra essere diverso da altre pellicole che prima di questa hanno tentato di raccontare un passato tanto commovente. Qual è stata la tua scelta stilistica e quanto è stato difficile trovarne una che potesse essere "originale"? Ho avuto dei riferimenti come "America America" di Elia Kazan ma poi me ne sono staccato. Più che pensare a quello che mi piaceva sapevo bene quello che non mi piaceva. Faccio un esempio. Dopo aver visto Titanic, con quelle inquadrature che da fuori dipingevano il naufragio, io sapevo di non voler dare quella visione del mare, ma piuttosto una visione che rendesse quello che provavano i protagonisti. Essi infatti vedono il mare dall'interno, come un turbinio che li avvolge e che li tiene in balia. E' bastato solo cambiare occhio per cambiare completamente prospettiva. Il resto l'ha fatto la storia. Il tuo film sembra anche contenere, non so se volontariamente, un interrogativo politico e sociale. Credi che gli italiani abbiano dimenticato cosa vuol dire essere emigranti? C'è un dato di fatto, inconfutabile, cioè che gli italiani siano il popolo che maggiormente è emigrato nella storia dell'umanità, nell'ordine dei venti milioni di persone. Attraverso il lavoro abbiamo trasmesso un messaggio che è quello della ricerca di una vita migliore. A questo punto non so dire davvero se lo abbiano dimenticato, ma sono certo che dobbiamo riflettere su quello che ci è accaduto, per capire come accogliere chi arriva oggi sulle nostre sponde. Una curiosità locale. La colonna sonora è firmata dal salentino Antonio Castrignanò. Come sei arrivato a questa scelta e come sei venuto in contatto con lui e con il Salento? Chiaramente prima di decidere quali musiche utilizzare mi sono informato su quali fossero quelle meno inflazionate e più adatte al mio lavoro. Mi fu detto da esperti che le musiche della tradizione popolare siciliana e salentina facevano al caso mio. Arrivato nel Salento ho avuto modo di incontrare un etnomusicologo, Gigi Chiriatti, che mi ha invitato a pranzo. E' lì che ho conosciuto Antonio che mi ha subito contagiato con la sua passione. Dopo, nonostante le sue riluttanze, sono riuscito anche a convincerlo ad essere nel film nel ruolo di comparsa. C. Michele Pierri
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