| "MO' AVAST", IL MANIFESTO MUSICALE DI MAURO GARGANO | ||||
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Vive a Parigi dal '98, ma il suo accento è sempre quello della terra di Bari. Mauro Gargano, quarant'anni il prossimo maggio, contrabbassista con la passione per la boxe, è un raro esempio di musicista meridionale trapiantato altrove che ha conservato uno sguardo lucido e per niente nostalgico sui fatti del proprio paese e della propria terra. Una distanza che affina la vista e non si traduce in tensione malinconica, ma in un approccio particolarmente critico verso quello che gli sta intorno. "Mo'Avast" è dunque non solo il nome di una formazione di cui è leader e dell'omonimo ultimo disco in uscita a gennaio, ma anche una dichiarazione d'insofferenza fatta a voce alta, il rifiuto di piccole e grandi miserie sociali, economiche e politiche, il preludio alla sua rivoluzione culturale. Ad affiancarlo in questo progetto nato nel 2004, e finalmente testimoniato da un disco per la neonata etichetta Note Sonanti, ci sono Francesco Bearzatti a clarinetto e tenore (da poco eletto miglior musicista europeo del 2011 dall'Académie du Jazz Français), Stephan Mercier al sax alto, Fabrice Moreau alla batteria e Bruno Angelini al piano. Disco "Revelation" per la rivista francese Jazzmagazine, il nuovo lavoro di Gargano è pieno di belle idee, coraggioso, immediato e ben delinea il percorso di ricerca condotto dal contrabbassista barese nel mettere a punto il suo suono, la sua musica.
In che modo quest'insofferenza si manifesta nella musica del disco? La metà delle composizioni sono nate durante gli anni del conservatorio, che è stato un crocevia stimolante fra musica contemporanea, rock, jazz, classica ed etnica. Ho cercato di filtrare le mie esperienze musicali senza pormi l'obbiettivo di rientrare in uno stile preciso o di seguire le mode. Il jazz per me è infatti uno spirito interpretativo, non un genere o uno stile. Sono musicalmente onnivoro, e al contrario di quello che si dice in generale, cioè che esista le bella e la cattiva musica, io penso che esista solo la musica che piace. E ascolto veramente di tutto, l'unica cosa che mi interessa è che sia spontanea e mi faccia vibrare. Oltre alle tue composizioni originali e a un brano di Lennie Tristano, nell'album c'è la cover di "God Put a Smile Upon Your Face" dei Coldplay. Quali sono le influenze musicali che hai riversato in questo lavoro e quali quelle che, più in generale, si trovano nella tua musica? Il brano dei Coldplay è stata una scelta per me obbligata, in quanto affronta il tema della presa di coscienza e del cambiamento. Conoscevo bene l'album dei Coldplay in cui era contenuto questo brano ["A Rush of Blood to the Head", ndr] e mi piaceva molto. Ho deciso di suonarlo dopo averne visionato il video originale: un broker della City londinese mentre va al lavoro incontra un misterioso uomo scalzo che cambia la percezione che lui ha di se stesso e della realtà . Tutto sarà diverso per lui, e a partire da quel momento incomincerà a scomparire, raggiungendo forse uno stato percettivo nuovo. Alejandro Jodorosky la chiamerebbe "immaginazione attiva", l'evoluzione a uno stato di coscienza superiore al nostro che ci permette una comprensione più ampia della realtà che ci circonda. Se devo poi citare influenze musicali dirette riguardanti questo disco potrei dire: il rock, le colonne sonore, il jazz classico e moderno, il folklore scandinavo, la musica contemporanea, la canzone italiana. Il tuo approccio alla composizione è estremamente aperto e vario: parte da una matrice jazzistica, ma poi se ne allontana, mettendo insieme riferimenti contemporanei e tradizionali, cantabilità e improvvisazione. Cos'altro? Non saprei dirlo, forse la spontaneità , quella che non disdegna anche l'errore e l'imperfezione e che è per me parte del processo creativo. In questo forse mi ricollego a quello "spirito jazz" di cui parlavo prima. Il disco è stato infatti registrato per mia scelta in massimo due takes per brano e ha pochissimi editing. Una politica in contrasto con tanta musica "liofilizzata" che ascolto in giro, come quella dei tanti progetti "jazz-pop" che di jazz hanno mantenuto soltanto il nome ma non lo spirito. Nel mio piccolo ho forse cercato di dare un messaggio diverso, senza pretendere comunque di aver rivoluzionato niente. Nel novero delle tue collaborazioni ci sono alcuni dei migliori musicisti attualmente sulla scena europea; oltre a Francesco Bearzatti e agli altri musicisti della Mo' Avast Band, penso - tra i tanti - a nomi come il batterista Christophe Marguet, il chitarrista Manu Codjia, i pianisti Bojan Zulfikarpasic e Philippe Le Baraillec. Com'è lo scambio e il lavoro con questi musicisti? Uno dei tuoi ultimi progetti, quello che hai portato anche all'ultima edizione di "Bari in Jazz" la scorsa estate, è legato a Battling Siki, il primo campione del mondo africano nella storia della boxe. Qual è il tuo rapporto con questo sport? In passato l'hai anche praticato, è così? Questo sarà il mio prossimo progetto da portare in studio dopo "Mo' Avast Band". Non sarà facile, vorrei farlo coniugando musica, teatro, immagini... cerco finanziamenti! Dopo tanti anni a Parigi, com'è cambiato il tuo senso di appartenenza alla Puglia? Che cosa ti aspetta nel 2012, quali concerti, quali progetti? Nel 2012 ho già parecchie cose in programma e molti desideri: vorrei portare in studio "Do Do Boxe", e suonare in Italia per presentare il progetto "Mo' Avast Band". E poi ho già in previsione una serie di concerti in trio in Francia con Daniel Humair e Rosario Giuliani; una tournée europea in aprile-maggio con la pianista giapponese Chihiro Yamanaka e Mickey Salgarello; un tour in Spagna e Francia in febbraio e aprile con il trombettista afroamericano Jason Palmer; la presentazione del nuovo cd di Christophe Marguet in maggio e un tour in Italia a marzo con la cantante Eva Cortez. Lori Albanese Â
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Mo' avast: un concetto sintetico, ma piuttosto eloquente. Che cosa esprime e a chi o cosa è diretto?


