| CRISTIANO CAVINA | ||||
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Classe '74, nato a Casola Valsenio, in provincia di Ravenna, Cristiano Cavina è stato barista, pizzaiolo e chitarrista prima di entrare nella Scuola Holden di Alessandro Baricco, dove è stato compagno di banco di Pietro Grossi (fortunato autore di Pugni). Vincitore di diversi concorsi letterari, il suo racconto Il babbo Natale di Viale Neri arriva prima viene inserito (siamo nel 2002) nell'antologia Il quarto re magio, edita dalla Marcos y Marcos. Con la stessa casa editrice ha poi pubblicato Alla grande e Nel paese di Tolintesàc. Il 2 novembre arriverà nelle librerie la sua ultima fatica Un'ultima stagione da esordienti, una galoppata lungo un anno di campionato giovanile, un ultimo anno da esordienti, tra monti e valli della Romagna. Dalla preparazione alla prima trasferta, dai mugugni dei professori alle vanterie da sciupafemmine negli spogliatoi, al glorioso crescendo del finale, con un "gol impossibile" che segna il destino di un'indimenticabile finalissima contro il temibile Castelguelfo. Cavina è una delle giovani voci italiane che ha davvero qualcosa da dire, da raccontare, per usare un verbo che ama tanto. Non a caso poche settimane fa è stato protagonista di Scritture Giovani, un progetto ideato cinque anni fa dal Festivaletteratura di Mantova che punta a promuovere giovani scrittori europei. Ogni anno ne vengono scelti cinque, dall'Italia, la Norvegia, la Spagna, la Germania e l'Inghilterra, chiamati a confrontarsi in forma di racconto breve con un tema, quest'anno Casablanca (lo scorso anno l'Altrove, per esempio). Il tuo ultimo libro Nel paese di Tolintesàc è la storia di una famiglia che hai definito "sgangherata". Famiglia è sinonimo di origini, e delle origini fanno parte il dialetto, le storie popolari, la cultura popolare che ci portiamo dietro, dentro. Quanto sono importanti questi elementi nel tuo scritto? Il romanzo è tutto un divagare sulla famiglia, sulla vita e sulle storie dei personaggi che popolano il mio libro. E in parte (ma in modo più leggero) sulle storie dell'Italia. Secondo me bisogna scrivere delle cose che si conoscono e una delle cose che sai meglio è come vive la tua famiglia. Io ho pensato a questa storia il giorno in cui ho scoperto una cosa sulla mia famiglia di cui conoscevo già quasi tutto, pensavo: tranne chi era mio padre. Un giorno mia mamma e mio zio litigarono durante una cena di famiglia. E mia mamma al colmo dell'esasperazione disse a mio zio di confessarmi di quando lei era incinta e i miei nonni, i miei zii e gli altri parenti le offrirono 80.000 lire per abortire. Ed io ho pensato a questa cosa: è strano che una famiglia offra dei soldi per abortire me prima che nascessi. Dopo sono state le persone più amorevoli di questo mondo. Io sono cresciuto con i miei nonni. Pensando a questa grande ferocia subito e a questo grande amore poi, mi è venuta in mente questa storia: una famiglia sgangherata che sa essere tenera e spietata allo stesso tempo. Come le terre in cui viviamo, che sono bellissime e difficilissime e per me questo vale molto, perchè poi io scrivo, cerco di scrivere una mitologia del quotidiano. E tutto parte proprio da lì. Ci racconti l'aneddoto felliniano che ha dato il titolo al romanzo? Mentre scrivevo questo libro, che non aveva ancora titolo, iniziai a fare uno spettacolo su Fellini con degli amici musicisti, un gruppo che si chiama "Trio eccentrico" composto da flauto, fagotto e clarinetto. Avevano riarrangiato tutti i brani delle colonne sonore di Rota per Fellini e mi avevano chiesto per una serata in un circolo a Faenza di leggere tra un pezzo e l'altro qualcosa su Fellini. Io ho tirato giù delle interviste che aveva fatto... poi ci è scappata la cosa di mano e alla fine ci siamo ritrovati in tutta Italia a fare questo spettacolo, questo omaggio al grande regista. In particolare c'era un brano in cui Fellini raccontava di quando era alle superiori e odiava andare a scuola (il liceo classico a Rimini ai tempi della guerra in Abissinia negli anni '30). Scoprì che il preside aveva paura dei fascisti locali e utilizzo questa debolezza per non studiare. Una volta si presentò al preside dicendo: "Dobbiamo assolutamente fermare le lezioni per festeggiare le nostre truppe che hanno conquistato la rocca di Vaffancul nel paese di Tolintesàc!" e il preside gli diede la bandiera. Fellini raccontava che festeggiò tutto il giorno liberando tutti gli altri studenti delle scuole per omaggiare la presa di Vaffancul nel paese di Tolintesàc. Io praticamente stavo scrivendo di questo paese. Tolintesàc in romagnolo è un modo per mandare a quel paese, però dopo che ti sono andate tutte male. La storia che raccontavo era un... Tolintesàc: una famiglia a cui ne vanno male dieci e una volta che gliene va bene una, si permettono di fare il gesto... dell'ombrello. E quello è rimasto il titolo. Hai detto di essere un musicista... mancato! Cosa pensi della contaminazione tra letteratura e musica? Penso a scrittori che collaborano con musicisti, Enrico Brizzi, Lello Voce... oppure musicisti che scrivono libri, Ligabue, Jovanotti, Guccini, Vecchioni... Non so. Ognuno fa quello che si sente e quello che uno si sente va bene. Molti possono permettersi di scrivere dei libri solo perchè sono dei musicisti. Perchè se quei libri li avessi scritti io e li avessi mandati per manoscritto ad un editore, non sarebbero stati pubblicati sicuramente. Sembra una cattiveria ma credo che sia così, soprattutto se penso alla trafila che hanno fatto gli scrittori normali: mandare i manoscritti e aspettare che ti rispondano dopo che li han letti... A proposito di musica e letteratura, mi viene in mente Boriv Vian, trombettista jazz, scrittore, ingegnere, pubblicato tra l'altro anche dalla tua stessa casa editrice, la Marcos y Marcos. In una delle sue poesie scrive: "Sono un poeta e vi cago sul naso", che suona un po' come Tolintesàc. Tu sei uno scrittore e... E non cago sul naso a nessuno. Lui è Boris Vian, ha scritto delle canzoni bellissime, storiche. Di Boris Vian ne nasce uno ogni pacco di anni, quindi non è il caso di andarlo a scomodare. Poi io non ho mai scritto poesie, ripeto, non sono in grado, penso di non avere la sensibilità adatta a scrivere poesie. Non sono neanche scrittore, penso di essere più un narratore, un racconta-storie. E non cago sul naso a nessuno. Poi, con tutto il rispetto, Tolintesàc suona meglio di "ti cago sul naso"! Bisognerebbe controllare la versione originale, in francese magari suona meglio. No, guarda che poi non è una sfida. Non è che quando scrivo voglio dimostrare qualcosa agli altri scrittori o ai lettori. Io scrivo perchè è un mio tic. Mi scappa di scrivere, mi piace e cerco di farlo bene. L'unica cosa, forse, è che lo faccio con una grande rabbia. Ma non devo dimostrare niente a chi legge o al mondo che ho intorno. Poi penso di non dover insegnare niente a nessuno. Non scrivo per tesi, non ho una mia visione del mondo che devo fare vedere altri. Io riporto delle storie per farle sopravvivere.
Marta Mazza
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