IN ORBITA CON CAPTAIN MANTELL
Scritto da Administrator    Mercoledì 02 Novembre 2011 12:01    PDF Stampa E-mail
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Già ci avevano conquistato con il precedente "Rest in space" mix sapiente di rock ed elettronica da dance floor. Con questo "Ground lift" i Captain Mantell prendono definitivamente quota allontanandosi dalle galassie a cui ci avevano abituati e percorrono un'orbita per certi versi più sintetica, per altri più punk. Il basso e il sinth esplorano frequenze così sature da creare pareti noise in cui il beat pulsa seguendo la new wave oil kraut rock. Tutto questo senza dimenticare una certa natura dance che sopravvive nelle melodie catchy della voce. Si potrebbero chiamare in causa i Devo, oppure i Soulwax per definire a grandi linee il loro sound. Ma è nel gioco, nella capacità di citare band, suoni, atmosfere a cavallo tra anni 80 e 90 che si nasconde l'alchimia della band. Un disco che merita di far ballare molto all'estero, vero mercato per formazioni a metà strada tra ambienti in Italia ancora troppo divisi: la discoteca e il club rock. Abbiamo fatto qualche domanda a Tommaso Mantelli.

altQuesto album è l'ultimo di una trilogia che spiega un po' il vostro nome e in parte il vostro sound. Ce la racconti?
Il mistero è sempre stato alla base dei miei interessi. Possiedo una piccola quantità di libri (da poco rinominata "collezione Mantell") che parlano di fatti impossibili ma realmente accaduti... un bel giorno lessi per caso la storia del mio sfortunato omonimo, il Capitano Thomas Mantell, che fu il primo pilota a morire inseguendo un UFO nei cieli del Kentucky nel 1948. La folgorazione fu istantanea... ok, questa è la missione, creare un progetto musical-spaziale, tra terra e cielo, dedicato al Capitano!
Capitolo 1: Long Way Pursuit, l'inseguimento a lungo raggio di un Ufo che porta il nostro eroe, a diventare il primo martire dell'ufologia moderna. Capitolo 2: Rest In Space, le esperienze oltre ogni confine di spazio e tempo che seguono l'incontro-scontro con l'UFO. Capitolo 3: Ground Lift: quello che c'è oltre alla morte, oltre lo sconfinato spazio siderale... nel nostro caso un ritorno al pianeta Terra, il pianeta d'origine... ma era proprio così quando l'avevamo lasciato???

Questo disco, rispetto ai precedenti, ha un suono più saturo per certi versi, più sintetico per altri. Come si è evoluto il vostro suono?
In questo terzo lavoro la ricerca si è focalizzata sulla sonorità sporca e ruvida, sulla profondità spaziale, sulle narrazioni dei testi. Direi che abbiamo estremizzato le nostre caratteristiche iniziali, ma introducendo anche delle grosse novità. Basti dire che per la prima volta compare la chitarra tra gli strumenti ufficiali.

Ascoltandovi penso al futuro ma trovo anche forti richiami a un'estetica musicale anni 80 e anni 90. Cosa ne pensi?
Il viaggio nel tempo è il nostro forte. Ci sono sicuramente gli 80s (The Wind Of Something New) e i 90s (Mr B), ma ci siamo spinti oltre nel tempo, arrivando a concepire una song 60s eseguita con suoni più che attuali (Yesterday (Like The Beatles Say)), e pure nei generi, spaziando dal pop al grunge al funkpunk al digital hardcore. Tutte queste contaminazioni portano al suono di Ground Lift.

Che rapporto c'è tra la vostra musica e la pista da ballo?
Non so... La musica elettronica fa parte del nostro dna ma la nostra attenzione va ai brani, alla canzone in se'. Insomma, cerchiamo la ritmica giusta per il pezzo. Se poi questo fa muovere il culo alla gente on the dance floor questo è solo un bene. Ci pensano anche i numerosi remix a completare la missione. Ne abbiamo ricevuti di stupendi da DJ Ice One, Frost DJ, Supabeatz e Ninfa, the Snipplers, Gain On Top...

Osvaldo Piliego
 

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