| LA TARANTA NERA DEGLI ZOE' - Donatello Pisanello | ||||
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Gli Officina Zoè sono senza dubbio uno dei gruppi della tradizione salentina più conosciuti e apprezzati in Italia e all’estero. Da quasi venti anni gli Zoè calcano palchi prestigiosi e hanno realizzato alcuni dei brani più celebri della nuova scena del “folk revival”. Pezzi della tradizione e brani inediti si alternano da sempre nella loro discografia. Venerdì 28 ottobre (ore 21.30 – ingresso 6 euro) alle Officine Cantelmo di Lecce presenteranno la prima assoluta di "Taranta Nera. Il Salento incontra l'Africa" spettacolo a cura di Marsab Music Management prodotto grazie a Puglia Sounds. Sul palco il gruppo (composto da Cinzia Marzo, voce, flauti, tamburello; Donatello Pisanello, organetto diatonico, chitarra, mandola; Lamberto Probo, tamburello, tamborra, percussioni salentine varie; Silvia Gallone, tamburello, tamborra, voce; Giorgio Doveri, violino, mandola; Luigi Panico, chitarra, mandola, armonica a bocca) incontrerà Baba Sissoko, originario del Mali, discendente da una grande famiglia di Griots, figure erranti che detengono e tramandano il sapere, la tradizione, la storia e la cultura locale; Mamani Keita, cantante maliana che vive e lavora a Parigi, esibendosi con i principali artisti africani, Sourakhata Dioubate, musicista di origine guineana e strumentista di grande abilità. Proveniente da una famiglia di Griot, è riconosciuto come abile e virtuoso del djembè. Abbiamo parlato di questo progetto e di molto altro con Donatello Pisanello.
Il progetto Taranta Nera nasce dal nostro rapporto con Baba Sissoko che dura ormai da oltre dieci anni durante il quale abbiamo avuto modo di ricercare sulle affinità tra la musica del Mali e quella del Salento. Ora questa ricerca si svilupperà con i contributi di altri due musicisti del Mali, Mamani Keita e Soutakharta Dioubate.
Ci parli dei tre musicisti che condivideranno con voi il palco? Baba Sissoko, già e abbastanza conosciuto nel Salento, è un griot di tradizione, poli-strumentista, che ben ha saputo coniugare la sua musica con quella occidentale; siccome il progetto è principalmente orientato sulle voci e sulle percussioni si è pensato bene ad invitare quella che è una delle più interessanti voci femminili del Mali, Mamani Keita appunto, e Soutakharta Dioubate, un percussionista dall'estro molto fantasioso.
Nel corso di questi anni avete girato il mondo. Quanto (e se) le altre culture musicali influiscono sul vostro modo di comporre? L'incontro con altre culture deve servire essenzialmente per la ricerca e la condivisione delle affinità e il rispetto per eventuali differenze; non credo che ci siano, nella nostra musica influenze esterne e, anche se ci fossero, comunque non sono intenzionali e, in questo caso, ben vengano pure!
Recentemente hai firmato la colonna sonora del film di Giorgia Cecere conquistando anche il Premio Sonora. Non è la tua prima esperienza di colonna sonora, anzi molto del vostro "iniziale" successo fu dovuto anche alla collaborazione con Edoardo Winspeare. Qual è il tuo rapporto con il cinema? Andavo al cinema fin da piccolo e certe domeniche vedevo anche tre film la sera: in quei tempi a Taviano c'erano tre sale! Rimanevo affascinato dal modo in cui la musica contribuiva alla lettura dell'immagine. Questo fascino è stato così forte che posso dire di guardare la realtà, in qualsiasi situazione mi trovo, sempre con una colonna sonora immaginata, la definirei una sorta di allucinazione auditiva. La passione per il cinema continuo a coltivarla al di là della musica.
Credo che il ruolo con cui ci rivesti richieda la grande responsabilità che comporta l'essere allo stesso tempo portatori e innovatori di una tradizione antichissima e per questo motivo cerchiamo di fare il meglio. Inoltre quando si parla di musica tradizionale bisogna considerare delle variabili e dei rapporti molto importanti per poterla contenere in una condizione diciamo "igienica"; primo fra tutti il rapporto tra Maestro e allievo, che non esiste più, spesso anche per presunzione reciproca. Inoltre la tradizione richiede un impegno, un lavoro, un sacrificio che i giovani non sono più disposti a sostenere e spesso si degenera nella banalità. Ed è questo uno dei mali della musica salentina che spesso è banalmente rappresentata. Infine ci sono coloro che non ce la fanno con la tradizione e allora la "contaminano" con altri generi di cui spesso non hanno nemmeno cultura (per esempio elettronica, reggae, dub, jazz ecc...). Ed è questa un'altra variabile, forse la più importante, la mancanza di cultura; questo perché la cultura richiede sforzi e sacrifici che nessuno è più disposto a sostenere: impera il nozionismo del "sentito dire " che genera approssimazione, banalità, insulse e patetiche scioccherie.
Nei vostri ultimi cd vi siete sempre più allontanati dai brani tradizionali proponendo canzoni inedite. Qual è la nuova via della musica popolare? Abbiamo sempre seguito due binari uno dei quali è la riproposta di brani tradizionali e l'altro la composizione di nuove musiche perché per noi la tradizione è sempre e ancora viva. Chiuderei a proposito con un pensiero di Gustav Mahler che è lapidario "La tradizione è custodia del fuoco e non adorazione della cenere”.
Pierpaolo Lala
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