ANNA MARIA GALLONE
Scritto da Federica Pacella    Mercoledì 09 Luglio 2008 18:23    PDF Stampa E-mail
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Una vita invidiabile, quella di Annamaria Gallone. Regista, produttrice, scrittrice, sempre in giro per il mondo alla ricerca di storie da raccontare. L'abbiamo incontrata in occasione della presentazione di alcuni suoi cortometraggi sui presidi Slow Food, presso il neo-restaurato cinema Oriente di Maglie, per parlare del suo prossimo progetto e per fare una chiacchierata sul mondo del cinema, in particolare sul "cinema africano". 

Lei ha vissuto tra Africa, Cina e Medioriente; lavora come regista e scrittrice, ha una casa di produzione e cura un festival di cui è un po' la mamma. Come definirebbe la sua vita?

La mia è una vita faticosa ma bellissima. Appena laureata, sono andata in Africa, dove ho vissuto per 18 anni tra Nigeria, Angola e Zaire, in un'Africa sicuramente dura, poco turistica. È stato lì che ho cominciato a studiare la cultura africana. In particolare, la mia passione per il cinema mi ha portato a collaborare con giovani registi del posto, cercando di scoprire talenti, capire la loro ispirazione, la loro poetica. In Italia, a Milano, su proposta di un organismo non governativo, ho creato un festival del cinema africano, che, oggi, è cresciuto tantissimo; nel frattempo, ho cominciato a fare trasmissioni televisive, sempre incentrate sulla cultura africana e sul dialogo interculturale. Sono stata anche 5 anni in Cina, quasi 3 anni in Iran, ed ora continuo a produrre in questi paesi. Ho realizzato qualche documentario, ho fondato una mia casa di produzione, da circa 7 anni mi cimento con la regia e scrivo. Insomma, mi esprimo in tanti modi, ma il filo conduttore è sempre lo stesso: la passione per la gente, per le sue storie, e la passione per l'incontro tra la gente, per l'impatto tra le varie culture.

Restando all'Africa, quali caratteri della cultura africana l'hanno colpita?

Dell'Africa mi affascina il modo di vivere della gente, la cultura della comunicazione, della gestualità del corpo, della creatività, della tradizione orale. A livello cinematografico, mi ha colpito molto la freschezza che gli africani hanno rispetto ad un cinema ormai globalizzato, che in Occidente ha il modello obbligatorio di Hollywood. Mi piace molto anche il fatto che gli africani oggi stiano riscoprendo una loro storia sempre negata; sta emergendo, cioè, dai testimoni diretti la storia della loro Africa, perché l'Africa è stata lo sfondo di tanti film fatti dagli europei, un'Africa per dimenticare, un'Africa come fuga, un'Africa esotica, mentre l'Africa raccontata dagli africani ha infinite altre valenze, e penso che sia uno strumento importante per far conoscere a noi, all'Occidente, quelli che sono i valori del Sud del mondo.

Pensa che dal confronto interculturale, il cinema italiano possa trarre una nuova linfa?

Penso che dall'Africa si possa sempre ricevere un'iniezione di linfa vitale, di un'energia che nonostante le guerre, le carestie, i problemi economici, esiste ancora e può contaminare in modo positivo le altre cinematografie. D'altronde gli africani, come tutti i popoli del mondo guardano all'Italia come ad un modello per il cinema che faceva: il neorealismo ha insegnato in tutte le scuole. Inoltre, penso che non si possa più fare un discorso di nazionalità, perché ormai non esistono più confini, nel mondo reale come in quello del cinema. Anche dire cinema africano è riduttivo. Una volta potevamo parlare di cinema africano, quando era più un cinema di lotta politica, volto ad affermare i diritti civili; ma adesso è anche un cinema dell'ironia, della memoria, più simile al nostro.

Il cinema internazionale, come sta accogliendo l'ingresso di queste nuove cinematografie?

Purtroppo i giudizi sono un po' viziati. Anche nel mondo del cinema, infatti, ci sono dei cicli, delle mode. Prima quella africana, poi l'iraniana, che ancora tiene duro, ed ora la moda cinese, che è comunque estremamente interessante. Io spero che passino un po' le mode e che, in questo melting pot di cinematografie, si possa veramente guardare non alla nazionalità ma al film, per il suo valore.

Qual è il suo prossimo progetto?

Adesso torno in Africa, in Burkina-Faso, per girare una film sul progetto di microcredito nel mondo, tema tra l'altro attualissimo. Voglio raccontare storie di donne colpite da AIDS ed altri problemi gravi, e che sono comunque riuscite a reagire con piccoli aiuti ed a crearsi una loro autonomia. E poi subito dopo torno in Cina, dove sto girando un ciclo per la televisione, "Post-card from China", in cui ritraggo gli aspetti più clamorosi della modernità della Cina oggi, confrontandoli con il passato. E l'ultimo progetto, il più immediato, è la storia di un bambino molto vicino alla Puglia, perché è un bambino che ho conosciuto nelle miniere d'oro, vicino al Ghana, e che desiderava tantissimo studiare, ma era stato obbligato ad interrompere gli studi. Durante una manifestazione ad Ostuni, ho presentato un filmato su di lui, ed una famiglia si è appassionata alla sua storia e lo ha adottato. Ora vive a San Vito dei Normanni, ed è un caso bellissimo di integrazione: pensa che suona in un gruppo di pizzica, un "pugliesotto" nero che per me è un po' il simbolo del mondo che dovrebbe venire.

Federica Pacella

 

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