PINEDA
Scritto da Osvaldo Piliego    Lunedì 24 Ottobre 2011 15:55    PDF Stampa E-mail
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Ascoltare l'omonimo disco dei Pineda è un po' come prendere i Doors oggi e metterli a suonare del buon postrock alla Don Caballero. Il tutto senza rinunciare ad alcune derivazioni prog e andamenti più martellanti alla Komeda. Il tutto rigorosamente strumentale. Umberto Giardini, ai più conosciuto come Moltheni passa ai tamburi. Insieme a lui due compagni di viaggio consolidati e rodati: Marco Marzo Maracas alle chitarre e Floriano Bocchino al piano Rhodes. Noi abbiamo parlato con Umberto.

Lasciare le parole per dedicarsi solo alla musica carica ogni singola nota di responsabilità. La dinamica diventa veicolo per le emozioni e gli intrecci tra strumenti dialogo e variazione. È forse anche un modo per ascoltare di più. Cosa ne pensi?

Non so, potrebbe essere. Inconsciamente è probabile che questo progetto sia nato con l'idea di mettere la musica in primo piano, anche per il fatto che noi ci sentiamo musicisti più che mai. Tuttavia ascoltare di più non sempre è sinonimo di buona cosa, soprattutto in un paese come l'Italia in cui non si ascolta un granchè.

Il sound del disco è decisamente vintage, psichedelico, progressive, ma alcune soluzioni fanno pensare al postrock più moderno. Quali anime musicali compongono il progetto Pineda?

Pineda è il risultato della mescolanza di tre diverse culture musicali corrispondenti naturalmente a noi tre. Il prog e l'amore verso queste sonorità ha giocato una carta importante, così come alti e nobili esempi del post rock anni '90.Ma alla fine credo che sia contata, più di ogni altra cosa, la voglia di suonare e di fare qualcosa di nuovo. In minimi termini, di diverso.

Il gesto di scegliere di non parlare, di non usare le parole, sembra quasi politico. Politico nell'astenersi, forse. Forse per proteggere la musica da quello che ci circonda...

No, è stata una scelta naturale, tutt'altro che politica nel suo significato di "non dare". In Pineda bastava la musica, è che molti musicisti non lo concepiscono, perché cantare funziona troppo nel mercato della discografia.

Il disco ha qualcosa di italiano in alcuni passaggi più cinematografici, quanto incide ed entra secondo te la nostra tradizione melodica anche in progetti più trasversali?

Non lo so, non ho mai seguito la nostra tradizione melodica. Credo di non sapere neppure di cosa si stia parlando, e ne vado fiero. Del resto se nelle musiche di questo progetto ci sono aloni di tradizione armonica, non sono di certo quelle nostrane.

Il mercato discografico italiano sembra oggi più che mai accorgersi di un nuovo cantautorato. Tu sei stato e sei la punta di diamante di un movimento indie più intimista e attento alle parole. Come vedi questo periodo della nostra canzone?

Io non sono mai stato e non sono la punta di diamante di nulla (credo...) ma non posso che essere realista e oggettivo sulla questione. Il nuovo cantautorato nostrano non mi attrae assolutissimamente. Trovo una similitudine spiazzante in tutti i temi toccati dai testi dei giovani cantautori attuali. L'amore, la noia, la gioia, la tristezza... gli anni zero insomma come dicono "loro", è tutto prevedibile, senza profondità né ricerca, è semplicemente un linguaggio attuale che decadrà, come la Play Station. Qualsiasi sentimento è troppo svenduto e quindi resta banale. Credo però che dipenda moltissimo dalla mia età, e dal fatto che ho sperimentato molto più di loro, quindi mi entusiasmo meno. La cosa più interessante (veramente) che ascolteremo e per la quale ci alzeremo tutti in piedi verrà fuori dalle mani di qualche bambino che oggi è ancora troppo piccolo. Bisogna avere un po' di pazienza... tutto qua.

Osvaldo Piliego

 

TRACKLIST
01. Give me some well-dressed reason
02. Domino
03. Human behaviour
04. Touch me
05. If god exists, he's in the deep (part one); Lost in your arms, while outside in all the world, it's raining (part two)
06. Twelve universes

 

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