STEFANO ZUCCALA'
Scritto da Osvaldo Piliego    Lunedì 24 Ottobre 2011 15:49    PDF Stampa E-mail
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"Il conto degli avanzi" è Il nuovo libro di Stefano Zuccalà edito da Lupo Editore. È una galleria di quadri dolenti, di un'umanità di periferia, la descrizione sincera e cruda del nostro tempo. Eppure c'è della poesia in tutto questo e un sentimento struggente che coinvolge.

I tuoi brevi racconti sono come fotografie, tu vieni dalla poesia, come sei arrivato a questa forma?

In realtà da ragazzino ho iniziato scrivendo piccoli racconti, di una pagina o poco più. Ho sempre prediletto le forme brevi, brucianti e sintetiche. Nella mia privatissima accezione, poi, per come lo intendo io, il racconto breve è un genere ‘poetico' più che ‘narrativo' in senso stretto. Contano più il singolo dettaglio, il modo in cui suonano le frasi e si incastrano tra loro, il cenno di un personaggio, una luce sullo sfondo, un rapido scambio di battute. Quanto a "Il conto degli avanzi", c'era, come puoi facilmente immaginare, un piccolo mondo che premeva per essere mostrato. E in una forma più estesamente narrativa di quanto anche la poesia più prosastica non consenta.

L'umanità che racconti è spesso al margine. Perché?

Perché credo che al margine di noi stessi, cioè di tutte le sovrastrutture e stupidaggini che condizionano le nostre vite, possiamo avere un contatto più profondo con la realtà delle cose. Fosse anche - va da sé - una realtà amara, lo scarto che cerchiamo di sopprimere quotidianamente ma che poi, in ogni caso, viene a chiedere il conto e ci svela il nostro sostanziale andare per approssimazioni, per tentativi. Alcuni di questi personaggi sono al margine, altri ritrovano il margine in un momento perfettamente ordinario dei propri giorni, e si scoprono nudi davanti agli eventi. Ma è proprio lì che viene il bello. Io poi sono un tipo piuttosto schivo, non amo le mascherate, credo in un umanesimo di basso profilo. Le uniche persone che mi toccano il cuore sono quelle che sanno disfarsi di trucchi e stronzate e, all'occorrenza, farmi fare un giro nelle bettole che abitano dentro di loro. O nelle bettole in senso stretto.

Nel tuo libro c'è la prefazione di Cesare Basile, segno evidente del tuo amore per la musica, come entra nella tua scrittura?

La musica ha un'importanza fondamentale, nella mia vita e nella mia scrittura. Alcune delle cose che scrivo nascono da intuizioni che ho avuto - fosse anche mesi prima - durante l'ascolto di una canzone, di un disco. Poi mettici anche il discorso della metrica, del ritmo interno che le parole possiedono. Inoltre, in questi anni ho scritto canzoni (non pubblicate) e testi per canzone. In questo periodo sto lavorando con i Muffx alla stesura dei testi del loro prossimo album, che sarà per buona parte in italiano. Infine, la nota di Cesare Basile è stata un gesto d'affetto e stima di cui sono onoratissimo, perché le sue canzoni sono mio nutrimento da dieci anni, ormai.

Quali letture ti hanno coinvolto e quali ti hanno segnato in questi anni.

Se non mi hanno segnato, non mi hanno coinvolto. Ho un rapporto molto viscerale con la lettura. Comunque, in questi ultimi anni: Cioran, Moresco, Drieu La Rochelle, Carver (ed è facile immaginare il perché), Clementi, Grossi, il libro de L'Ecclesiaste, Bukowski, Saenz, Camus, Rigaut, Ivano Ferrari e, ovviamente, qualcun altro.

Nonostante la tua giovane età hai già pubblicato molte cose. Sembra quasi che la scrittura sia per te un bisogno...

I primi due libretti che ho pubblicato li trovo distanti da me, ormai, ma credo sia normale, essendo io allora poco più che ventenne. Non li ripubblicherei ma, in qualche modo, hanno segnato delle piccole tappe. Comunque sì, la scrittura è per me un bisogno, certo. Una necessità. Credo sia così per chiunque scriva con onestà e per vocazione. Poi, ovvio, deve esserci il lavorio sullo stile. Scrivendo questi racconti, mi sono riproposto di essere sì viscerale, ma di evitare qualunque orpello o cazzata. Spero di esserci riuscito.

Il conto degli avanzi, ma alla fine di tutto cosa rimane?

Poiché noi ripartiamo sempre da ciò che rimane, cioè dai nostri avanzi, si spera che ciò che resta sia anche l'essenziale, ciò che è veramente importante. Purtroppo non è sempre così, e allora occorre fare uno sforzo in più. Viviamo di residui, e con quelli proviamo a seminare per i giorni che verranno.

 

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