| Antonello Dose | ||||
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Non è solo una trasmissione radiofonica, è un vero e proprio club, una grande e imponente opera di psicanalisi dell'etere dove tutti chiamano, si raccontano, mettono a nudo vizi e virtù della propria vita, narrano episodi irraccontabili e amori ormai introvabili. Da dodici anni su Radio 2 (mirabile rete che propone anche altre chicche come Fiorello, Caterpillar, Decanter e altre ancora) ogni mattina va in onda il Ruggito del Coniglio, trasmissione condotta da Marco Presta e Antonello Dose. La loro ironia è fulminante, attraverso le storie degli ascoltatori, la lettura semiseria dei giornali, le rubriche più o meno fisse, raccontato l'evoluzione dell'Italia, questo strano paese. Abbiamo fatto qualche domanda al più alto dei due, Antonello Dose. Innanzitutto una domanda di rito. Come e perché nasce il Ruggito del Coniglio? Io e Marco siamo approdati in Rai grazie a Enrico Vaime, che praticamente ci ha insegnato il mestiere. Dopo alcune trasmissioni il 2 ottobre del 1995 lanciammo il Ruggito che doveva essere un contenitore di attualità con le telefonate in diretta degli ascoltatori. La prima puntata avevamo il timore che nessuno chiamasse, poi per fortuna tutto funzionò, le telefonate arrivarono e iniziammo questa avventura. Com'e cambiata la trasmissione in questi anni? In base a quali criteri avete scelto le rubriche? Noi siamo due tipi poco tranquilli che cercano di far divertire il pubblico. Proprio per questo motivo ci piace cambiare e proporre cose sempre nuove. In questi anni abbiamo ideato e proposto centinaia di rubriche diverse; alcune vanno ancora avanti a furor di popolo come Coniglierò o gli Stai su: tutte espressioni che sono entrate nel linguaggio del nostro pubblico. La cosa che è rimasta immutata nel corso delle edizioni è il grande spazio dedicato all'attualità. L'Italia è un paese dove abbondano strane notizie, cose che in altri paesi del mondo non succedono. Ci sono contrasti, nella vita civile e politica, talmente stridenti che è quasi fin troppo facile parlarne. Inoltre un'altra caratteristica che non cambia è la diretta del pubblico. Per il resto Il Ruggito muta continuamente. Il successo è più merito vostro o dei vostri radioascoltatori? Secondo noi esiste un'Italia migliore. In tante altre trasmissioni radiofoniche e televisive l'ascoltatore suscita una grande attenzione soprattutto se è mostruoso, se ha fatto cose abnormi. Noi cerchiamo invece di far raccontare la vita di tutti i giorni. In essa c'è una sublime bellezza, una voglia di ridere, di scherzare, di sforzarsi alla ricerca del buonumore nonostante i tanti problemi di denaro, di salute, d'amore. Diciamo che nel corso degli anni ci siamo appassionati a questa missione sociale. Qual è la storia più curiosa che ti ricordi? È difficile fare una classifica perché le storie che sono state raccontate sono talmente tante, però ricordo una puntata in cui il tema era "Chiamateci se non vi restituiscono degli oggetti". Chiamò un uomo che aveva prestato una capra ad un amico e la rivoleva indietro. Il problema è che questo disgraziato l'aveva cucinata e mangiata e non c'era più nulla da fare. In generale però la casistica è molto più interessante delle sceneggiature che mettono in piedi gli autori dei reality show. L'Isola dei famosi mi ha ormai infastidito anzi, dirò di più, credo di non aver mai visto una puntata intera di un reality. Ritengo sia una follia pensare che questi spettacoli siano il più grande risultato della televisione. Secondo me basterebbe mettersi sul balcone di casa per vedere uno spettacolo migliore. È meglio osservare un bancomat che l'isola. Dalla radio alla televisione. Qual è il tuo bilancio su Dove osano le quaglie, andata in onda su RaiTre? È stata una bella esperienza. Siamo stati molto contenti perché ci siamo divertiti e abbiamo ottenuto buoni risultati di share per i mezzi a disposizione. Cosa ti ricordi delle prime radio libere? Nel periodo del movimento del ‘77 mi ricordo che le radio politiche erano un vero e proprio bollettino di contro informazione. La versione ufficiale, quella dei giornali, delle radio di stato, della televisione, raccontava delle cose e la controinformazione diceva come erano andati i fatti. Una cosa che mi colpì molto avvene durante una manifestazione a Roma. Mi era capitato di assistere ad una carica della polizia e poi di vedere il racconto dei fatti di Bruno Vespa. Era assolutamente una cosa diversa da quella che avevo visto... E della radio di adesso cosa pensi? Il vero problema è che da troppi anni si sta dando poco spazio alla creatività personale. Una curiosità... spesso prendete in giro i brani che mandate in onda... Io e Marco non scegliamo la musica che va durante il Ruggito. Noi subiamo completamente la playlist scelta dalla Rai per uniformare il sound della rete. L'ironia è un nostro modo per interagire con questo obbligo editoriale. Che influenza hanno avuto le radio private nei confronti della Rai? Grandissima. Quando abbiamo iniziato su Radio 1 la radio aveva ancora una estrema formalità, c'era una grande attenzione nei confronti della lingua parlata, l'uso doveva essere quello imposto dall'Accademia della Crusca. Ognuno di noi aveva un libro di regole e di parole da non pronunciare assolutamente. Le cose sono man mano cambiate anche per l'arrivo in radio di gente comune che non aveva competenze di dizione. Noi abbiamo sicuramente contribuito all'abbassamento della soglia di formalità. Quando l'ascoltatore va in diretta poco importa la pulizia linguistica.Negli anni la lingua parlata dalla gente comune è entrata sempre di più nel mezzo radiofonico. Insomma come si direbbe a Roma si è diffuso il "Parla come magni". Pierpaolo Lala
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