Franklin Delano
Scritto da Osvaldo Piliego    Lunedì 09 Luglio 2007 18:16    PDF Stampa E-mail
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É bello sapere che esistono gruppi come i Franklin Delano. Ascoltare dischi come il loro ultimo Come Home (Ghost Records) ti riappacifica con la musica. Ti fa credere che l’Italia ha ancora tante cose da dire anche in ambito rock e che i confini nazionali sono solo linee tracciate che non fermano e non possono racchiudere la musica. Abbiamo intervistato Paolo Iocca, cantante e chitarrista della band.

Franklin Delano, nome strano per una band. Una scelta frutto di una casualità ma allo stesso tempo a presa rapida.

È un nome che in qualche modo dona senso al progetto, visto che abbiamo avuto sempre un legame con gli States, fin dall’inizio, e che ora, con questo nuovo album, emerge con più precisione e nitidezza. Noi consideriamo il nome del progetto come una bussola che ci consente di non allontanarci troppo da un percorso organico, rivolto ad ovest. Quando penseremo che avremo esaurito le nostre esplorazioni in quella direzione (o ci saremo stufati di proseguire in quella direzione), allora forse sarà il momento di cambiare nome - o di fondare altri progetti differenti, chissà. Però noi diamo molta importanza al nome, che è un po’ una dichiarazione d’intenti, e anche un po’ una "benedizione" del progetto in sé. Il fatto che sia a presa rapida e quindi efficace nella comunicazione esterna, ci da la sensazione che dobbiamo insistere e proseguire in questo cammino. In altre parole, la sensazione che il progetto funzioni passa anche attraverso il nome scelto.

Quali ascolti ti hanno fatto maturare questo suono?

È stato, sia per me che per Marcella, una sorta di percorso a ritroso, un po’ come uno che studia il cubismo per progressivamente arrivare al classicismo. Noi abbiamo iniziato con i Red Red Meat e i Califone, perché cercavamo un legame con il blues vero, e non con quella terribile parodia che è diventato il blues come genere da tanto tempo a questa parte. Cercavamo un modo "bianco" di fare blues, o anzi un modo "universale" di fare blues. La nostra successiva esplorazione di tutta la scena neo-folk e post-rock è partita da lì. Poi abbiamo iniziato a renderci conto di quanto differente fosse la loro cultura dall’idea che se ne ha qui in Italia. Abbiamo sentito l’esigenza di andare ad ascoltare i maestri dei nostri maestri. Cercare un’origine comune, per ripartire da zero, in una direzione più "nostra", meno "nel trend". Questo è il nucleo di pensiero nascosto dietro Come Home.

Ho visto che avete sostenuto un tour senza respiro in America. Ci parli di questa esperienza?

Guarda, non basterebbe un libro per raccontare tutto quello che abbiamo passato, nel bene e nel male. Mi rammarico di non aver tenuto un diario, ma so anche che non sarebbe stato possibile. Ti bastino un po’ di dati alla mano: quasi 24 mila km percorsi in 50 giorni, per la bellezza di quasi 40 date (un paio ci sono saltate per ritardi nostri). La media dei pagamenti (percentuale sugli incassi del locale) si aggirava sui 50 dollari, che chiaramente bastavano a coprire la benzina e poco altro. Spesso ci si faceva ospitare dai promoter o da qualcuno del pubblico. Abbiamo dormito in quasi tutti i generi di posti: dalle case superconfortevoli alle baracche luride, da letti veri e propri a pavimenti di legno zozzi. Per non parlare dei Motels, di cui conosciamo tutti i segreti (prezzi, zone, coupons di sconto, etc.). Il secondo tour è stato un po’ più "leggero": meno di un mese, ma con soli 3 day off, impiegati tutti per un viaggio lunghissimo nel deserto dell’Arizona, tra Los Angeles e Little Rock nell’Arkansas. Abbiamo conosciuto persone meravigliose, che speriamo di poter rincontrare in futuro.

Nel vostro ultimo Come Home si nota una ulteriore crescita. Alcune soluzioni sembrano addirittura più pop, l’uso dei fiati in alcune tracce vi da un colore quasi soul. Cosa è cambiato?

Il percorso è stato proprio quello di indagare cosa c’era sotto i Red Red Meat, sotto i Wilco, sotto l’underground. Cosa è la tradizione americana. Non sai quante volte abbiamo ascoltato e riascoltato Otis Redding per esempio, o i Beach Boys. Volevamo fare un album che suonasse classico e contemporaneo allo stesso tempo. Abbiamo desiderato più di tutto non essere accomunati a un trend o a un altro. Volevamo mescolare le carte e vedere cosa succedeva. Aggiungi che le composizioni nascono proprio dalle esperienze del tour negli States (nei testi se ne parla quasi dovunque), e quindi il tono emotivo dell’album rispecchia un po’ la carica delle emozioni vissute durante il tour, e la colonna sonora a base di FM radio rock’nroll.

Quanto vi riconoscete in una scena italiana e quanto credete nella natura apolide della musica?

La scena italiana si evolve sulla falsariga di quelle americana o inglese. Non la definirei neppure scena. La scena nascerà quando più musicisti (noi compresi - beninteso!) avranno il coraggio di osare distaccandosi da quello che ci arriva dall’estero e dai clichè imposti dai media (come succede in Francia ad esempio), e quando i giornalisti smetteranno di snobbare i progetti italiani a favore di tutti i cialtroni che arrivano dall’estero per guadagnare due soldi in Italia (perché non tutto quello che arriva dagli States o dalla Gran Bretagna è superiore alle nostre produzioni, anzi). Riguardo la natura apolide della musica, è una bella questione. Non è facile rispondere. Nell’era della globalizzazione tutto si muove con fluidità. Non dimentichiamo che culture che sembrano lontanissime da noi, sono in qualche modo più vicine. Penso non solo a tutti gli italiani che hanno influenzato la cultura americana, ma anche a cose più profonde. Ad esempio alla Santeria cubana, che è un sincretismo tra panteismo africano e cattolicesimo spagnolo. Ecco perché penso che bisogna, in questo periodo di estremo culto della superficie, andare a cercare il sommerso della cultura, ovunque esso sia. Il futuro della buona musica sono forse le culture minoritarie?

Osvaldo Piliego

 

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