| Mario Perrotta | ||||
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Com’è nata l’idea della trasmissione? C’era già stato un precendete fortunato. Davide Enia, che viene associato per lo stile narrativo a me e ad Ascanio Celestini, aveva infatti proposto Rembò. Ascoltando la sua trasposizione radiofonica pensavo che avrebbe funzionato anche un progetto sull’emigrazione. Io sono un grande ascoltatore di radio e reputo di avere una buona cultura musicale, così ho pensato di mettere insieme le parole e le note per raccontare questo lungo viaggio. In realtà ho fatto una proposta a Radio Due con la convinzione che non mi avrebbero mai preso in considerazione partendo dal presupposto che in una struttura come quella è già difficile capire con chi parlare. Invece l’idea è piaciuta, la puntata zero ha convinto i direttori di rete e così siamo partiti. La tua voce, i tuoi racconti, hanno subito incuriosito tutti. In Rai sono soddisfatti? Dal punto di vista commerciale è difficile dare già dei risultati certi perché i dati vengono considerati su scala trismestrale. Abbiamo però un importante punti di riferimento che è il podcast. Sul sito di radio 2 l’ascolto e lo scarico in podcast già la prima settima superava quota 12mila, l’11% del traffico nel suo complesso. È difficile che un programma nuovo faccia così bene. Poi c’è stato da subito l’affetto degli ascoltatori. Il forum della trasmissione è stato invaso da commenti, da racconti di viaggi, qualcuno addirittura dopo le prime puntate scriveva "Mi aspettavo di sentire Sofri e invece mi ritrovo a piangere". Inoltre ho ricevuto molte mail, molti complimenti, racconti e testi teatrali da leggere. Insomma è andata benissimo e sono entusiasta. La cosa sorprendente è che non ho ricevuto commenti negativi; magari chi pensa male non si è fatto sentire. Comunque per me è stato un salto siderale: mediamente in un giorno mi ascoltavano le stesse persone che dal vivo avrei raccolto in una decina d’anni. Arrivare a 300 mila ascoltatori quotidiani è un passaggio stratosfertico senza contare tutte le persone che hanno iniziato a scambiarsi gli mp3 con le registrazioni delle puntate anche dopo la fine della trasmissione. Da un po’ di anni tratti questo tema. Quale riflessione esce sull’emigrazione! La cosa che mi fa più disperare è la mia gente che dice che è tutta colpa degli albanesi o degli extracomunitari. Nel 1988, quando sono partito per l’Università, gli stranieri non si erano ancora visti ed era tutto uguale. La cosa più evidente è l’incapacità assoluta di ricordare quello che si è stati. Da questo punto di vista è esemplare la frase che dice, in chiusura dell’ultima puntata, un amico tunisino: Chi è stato schiavo cercherà sempre di schiavizzare qualcun altro. L’idea alla base di Italiani Cincali e di questo nuovo progetto nasce dal non sopportare di scendere a Lecce e sentire queste cose. C’era il rischio che non tutti comprendessero le tue parole. Veramente non mi sono posto il problema, mi piaceva parlare in un Italiano sporco. Ciò che non passa o viene tradotto, nel simpatico glossario che chiude le puntate, o viene risarcito dalla forza del dialetto che ha una carica emotiva molto più potente dell’italiano. Il programma ha una bellissima colonna sonora. Circa 160 brani che svariano tra i generi senza mai cadere nel banale. La scelta principale è stata quella di evitare tutto ciò che fosse etnico. Con il senno di poi posso dire che forse una pizzica l’avrei anche messa ma Fabio Rizzo, musicista e regista del programma, mi ha convinto che sarebbe stata troppo scontata. Le uniche due eccezioni sono rappresentate da Tribal sound tarantolato dei Mascarimirì, che apre la prima puntata, e dalle musiche mediterranee di un gruppo armeno nel monologo conclusivo. L’ultimo brano è Camera a sud di Vinicio Capossela. Si tratta di uno dei pochi brani in italiano. Come mai? Il motivo è soprattutto tecnico giacché una canzone italiana sotto il parlato avrebbe distolto l’attenzione dell’ascoltatore che, quando riconosce il pezzo, è portato a canticchiare, anche involontariamente. E poi mi son lasciato affascinare da mondi nuovi alla ricerca di panorami emotivi. Io e Fabio abbiamo fatto un lungo lavoro per trovare la musica giusta che a volte doveva solo accompagnare le parole a volte doveva aggiungere senso. I Muse, ad esempio, aggiungono sempre senso a quello che tu stai dicendo, mentre i Beatles accompagnano. Quando poi ci serviva rilanciare il ritmo del programma inserivamo i Rolling stones o Ben Harper. La ricerca è stata maniacale, abbiamo impiegato sino a 4 ore per trovare un brano. Prossimi appuntamenti? La tournee prosegue sino all’estate, poi a ottobre dovrei lavorare al mio nuovo progetto. Purtroppo continuo a rammaricarmi e a soffrire poiché io a casa mia non lavoro. Non lo dico con il rodimento di chi non lavora. Nelle ultime stagioni ho fatto circa 150 repliche all’anno, ma non riesco a lavorare in gran parte del sud. Questo significa che c’è un politica culturale pari a zero. Una politica fatta di commistioni tra organizzatori, assessori, sotto assessori e i soliti spettacoli. Pierpaolo Lala Tra l’altro c’è solo un pezzo della tradizione e non si tratta di una pizzica "ortodossa". Come mai?
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Nel periodo natalizio su RadioDue dalle 16,30 al posto di Condor, seguita trasmissione di Luca Sofri, è andato in onda per 15 puntate un racconto suggestivo della migrazione. La voce, con un accento marcatamente salentino, era dell’attore leccese Mario Perrotta. Classe 1970, dopo gli studi nella dotta Bologna (laurea in Filosofia con una tesi su Pirandello), il giovane ragazzo che proveniva dal sud ha intrapreso la carriera dell’attore fondando, insieme ad altri amici, la Compagnia Teatro Dell’Argine. Nel 2002 è partito il suo progetto Italiani Cincali, che ha dato vita a due spettacoli teatrali e ad un dvd distribuito con l’Unità, che racconta l’emigrazione degli italiani verso l’europa, verso le miniere, le fabbriche, narra dei soprusi e delle angherie che gli italiani, sprezzantemente chiamati cincali (zingari) hanno dovuto subire. Il passo successivo è stato questo Emigranti espress che ha affascinato da subito le gerarchie radiofoniche di mamma Rai e che è stato un grande successo, come si dice in questi casi, di pubblico e di critica.


