Instar
Scritto da Osvaldo Piliego    Lunedì 09 Luglio 2007 18:03    PDF Stampa E-mail
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La torinese Instar libri, nata agli inizi degli anni novanta, si è subito fatta notare per la cura nella scelta dei titoli ma anche per un'immagine nuova nel panorama editoriale italiano. Oggi Instar allarga il suo catalogo e estende la sua distribuzione. Ne abbiamo parlato con l'editor Francesco Colombo.

La vostra casa editrice nasce più di dieci anni fa. Cosa è cambiato da allora?

Tutto, ma soprattutto sono cambiati i luoghi in cui si vendono i libri. Dieci anni fa, in Italia, c'era una sola catena di librerie che avesse un peso reale, e spesso i suoi punti vendita si differenziavano dalla concorrenza indipendente più che altro per le dimensioni dei locali. Ora le catene sono tre o quattro, e non vendono solo libri, ma una quantità di prodotti più popolari che favoriscono l'ingresso di nuovi potenziali clienti. In più ci sono i supermercati, gli ipermercati, le vendite on line... Una vera rivoluzione, cui però i piccoli editori faticano a stare dietro. I megastore del libro hanno esigenze che chi non può permettersi grandi tirature e investimenti pubblicitari difficilmente riesce a soddisfare.

La vostra linea editoriale è orientata prevalentemente verso la narrativa straniera, è un caso o una scelta ?

In passato è stata una scelta, ma a ben pensarci, credo, una scelta obbligata. È molto complicato trovare romanzi e saggi italiani, richiede un lavoro di scouting assai difficile che, in qualche modo, nel caso di libri comprati presso case editrici estere è in parte già stato fatto. Ma adesso ci sentiamo pronti anche noi. Quest'anno pubblicheremo il nostro secondo romanzo italiano, s'intitola Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani, di Fabio Geda, un esordiente in cui crediamo molto.

Nel vostro catalogo ci sono frecce, dirigibili, antenne, ci spieghi la natura e l'idea che c'è dietro queste collane?

L'idea è una collana di narrativa (i Dirigibili), una di saggistica (le Antenne). Troppe distinzioni non avrebbero senso per una casa editrice delle nostre dimensioni, e in generale mi sembra che troppe distinzioni non abbiano mai tanto senso. Le Frecce sono nate dall'esigenza di pubblicare anche libri piuttosto esili - intendo come numero di pagine - che richiedevano un formato più piccolo. Il significato dei nomi? Beh sarebbe una bugia attribuire loro dei significati troppo profondi. Li abbiamo inventati tornando da una fiera di Francoforte, in un'atmosfera che ricordo piuttosto giocosa. L'unica cosa che sapevamo con certezza era che non volevamo nomi altisonanti.

Un'altra caratteristica dei vostri libri è la cura per la grafica, il packaging, il vostro Natura morta con custodia di sax (nella foto a sinistra) di Dyer è inserito in una sorta di fodero, quindi, non solo attenzione per i contenuti...

Nelle nostre intenzioni, l'attenzione al packaging vorrebbe essere una "continuazione" dell'attenzione al contenuto. Una copertina deve essere, per così dire, un vestito adeguato, che presenta il carattere di quello che sta sotto. Fra l'altro abbiamo appena cambiato di nuovo la grafica. Vogliamo che le nostre copertine siano il più possibile l'una diversa dall'altra, come del resto sono i libri: nessuna gabbia fissa, in comune avranno solo pochissimi particolari. Speriamo però che lo "stile" sarà riconoscibile, e soprattutto apprezzato.

Come è cambiato, se è cambiato, il pubblico dei lettori in questi anni?

Senz'altro è meno provinciale: spesso i lettori conoscono già un autore straniero prima ancora che venga tradotto. Forse, pero, è anche un po' più succube della pubblicità (ma come potrebbe essere altrimenti), e finisce con il concentrarsi in massa sui soliti due o tre titoli di grido.

Molti sostengono che esistano troppi libri, che il mercato dell'editoria sia ormai arrivato al collasso, cosa ne pensi?

È vero, purtroppo è assolutamente vero, ma non certo per colpa dei piccoli editori. Vengono pubblicati troppi libri, che di conseguenza hanno vita breve, perché i librai devono liberare continuamente gli spazi su tavoli e scaffali per far posto alle nuove uscite.

La piccola editoria è un modo per preservare il lettore dall'omologazione o solo un prodotto di nicchia?

Esagerando un po', mi piacerebbe poter dire che è un "luogo di libertà". Un piccolo editore può fare, anzi è costretto a fare, conti economici diversi dai grossi gruppi. Non deve rispondere ad azionisti, e in questo senso è più libero nelle scelte. Con ciò non voglio cadere nella retorica del piccolo editore che fa libri di valore senza badare all'aspetto commerciale. Anche noi dobbiamo e vogliamo vendere, e i grandi editori pubblicano tanti libri importanti, solo che loro non possono rischiare, devono andare sul sicuro. Così è accaduto spesso che siano state le piccole case editrici a portare in Italia autori in seguito diventati famosissimi, e di conseguenza finiti nei cataloghi di editori più ricchi. Pensate a Brett Easton Ellis o a Don De Lillo, pubblicati in prima battuta da Pironti, a A.M. Homes, scoperta da Minimum Fax, e a Vikram Chandra, che quest'anno uscirà da Mondadori con quello che è stato annunciato in tutto il mondo come il romanzo dell'anno: i suoi primi due libri, Terra rossa e pioggia scrosciante e Amore e nostalgia a Bombay, li abbiamo tradotti noi.

Osvaldo Piliego

 

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