Davide Viterbo
Scritto da Gennaro Azzolini    Lunedì 09 Luglio 2007 17:54    PDF Stampa E-mail
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altDavide Viterbo è un musicista poliedrico. Violoncellista, chitarrista, arrangiatore, tecnico del suono, produttore, ha lavorato (tra gli altri) con Radio Dervish, Rosa Paeda, Nura, Skizo e Rene Aubry. Proprio dalla collaborazione con il musicista francese è nato lo spettacolo Distant City presentato in anteprima assoluta a novembre nell’ambito del festival barese TimeZones, diretto da Gianluigi Trevisi. Davide Viterbo è un nome per niente "altisonante", per niente "internazionale", per niente "hype", per niente "blasonato" o "osannato", eppure proprio quel nome ha regalato forse la più bella sorpresa di questa ventunesima edizione del festival di musiche possibili.

Il progetto da te ideato ha un titolo molto evocativo, Distant city. Ci vuoi parlare un po’ di quali erano le intenzioni, i sentimenti e le idee che gli hanno dato vita?

Sono da tempo attraversato da molteplici percezioni legate a possibili rappresentazioni del tema città, ed ho iniziato ad osservare questo perimetro deflagrante ed implodente, da varie intime prospettive mentre, al contempo, seguivo al di fuori di me, i fili che mi legavano a precedenti artisti che avessero trattato il tema in precedenza. Il racconto di Edgar Allan Poe L’uomo della folla mi ha donato importanti avvii di riflessione (desidero tuttora realizzare una pièce a se stante). Le poesie di Dora Lapolla, - a cui avevo già messo mano in privato, con l’utilizzo di sfondi elettrici e riverberanti - hanno tracciato il solco e reso necessaria questa rappresentazione. Quando parlo di necessità intendo stabilire una linea di confine fra le idee artistiche e l’urgenza di raccontare: le idee fanno parte di un accostamento, spesso autoreferenziale, di elementi che potrebbero o no stabilire un contatto tra artista e pubblico; l’urgenza di raccontare impone all’artista di non risparmiarsi nella ricerca dell’alchimia che veicoli il suo operato nell’immaginario di chi osserva al di fuori di se. Avevo dunque iniziato a scrivere un lavoro piuttosto ambizioso per grande orchestra, ma tornato alla realtà, ho deciso di comporre per un ensemble più agile che costituisse corpo unico e fosse occasione di coesione umana fra gli elementi che ne avessero preso parte (chi ascolta, vede..) Nel corso della mia attività di sound engineer ho avuto modo di conoscere tanti musicisti e, senza fretta, ho fatto le mie scelte, rivelatesi ora al di sopra delle migliori aspettative. Tornando al titolo, Distant city l’ho costruita come sequenza di immagini musicali intorno all’elemento simbolico della "citta distante"; una possibile soundtrack, rappresentazione di un globale movimento ansioso, privo di meta; ma anche rappresentazione della citta osservata da lontano che rapisce con le sue luci e riverberi, priva di attriti e contrasti, calma ed avvolgente.

Nel tuo passato hai attraversato diversi generi e "scene", in particolare sei stato il chitarrista di uno dei più significativi gruppi punk italiani (gli Skizo). Raccontaci un pò di quel periodo e cosa è rimasto di quelle esperienze.alt

Mi costringi a ripercorrere cose lontane nel tempo e di questo ti ringrazio perché mi dai modo di affrontare una sintesi del mio percorso, benché non nascondo che la cosa mi par fatica alquanto. Comincio col dire che gli Skizo se pur collocati nella scena del punk italiano, non si riconoscevano pienamente in essa o per meglio dire erano già oltre: il nichilismo che aleggiava nella nostra poetica costituiva un elemento di rottura nei confronti delle certezze proposte da una cultura che con i suoi movimenti tendeva ad inglobarci in strutture di pensiero precostituite e demagogiche. Non che ora le cose siano cambiate, ma neanche noi. Desidero citare per questo un aforisma del mio caro amico e compositore Antonio Breschi: "io non ho cambiato il mondo, ma neanche lui è riuscito a cambiare me, sicchè siamo pari!". Anziché cambiare le cose intorno, c’era l’intuizione che fosse necessario lavorare dentro di se, ed il disagio esistenziale lo si esorcizzava beffandoci di chi, dall’alto della conoscenza dei testi sacri, proponeva pietanze rafferme. Cosa dire di più, è stato il periodo della mia formazione di cui porto ancora delle reminescenze tanto nella musica che nel pensiero.

A quale pubblico è principalmente indirizzata la tua musica?

A orecchi di ogni forma e dimensione; non ho tuttavia un indirizzo di marketing e non possiedo magie da pifferaio di Hamelin; resto molto soddisfatto da questo dato che mi rende onore e mi da la possibilità di continuare a comporre per un pubblico che desidera partecipare ad eventi di vera comunicazione, dove sul palco ci sia qualcuno che abbia necessità e cose da raccontare.

Le tue composizioni fanno subito pensare alle opere di musica da film. Lo stesso Distant city è stato accompagnato dal lavoro di un videomaker. La scrittura dei brani è stata pensata fin da subito come qualcosa da legare a delle immagini, o è un’idea nata successivamente?

Quando compongo ho sempre delle immagini che scorrono nella mia mente, ciò che faccio è colonna sonora di quanto osservo sia dentro, sia oltre me: dovendo quindi collocare il mio lavoro in un archivio musicale virtuale, credo che sarebbe a suo agio fra le colonne sonore; anche se qualcuno potrebbe chiedermi "ma di quale film?"

"Non importa" - gli risponderei - "basta osservarsi intorno o chiudere gli occhi".

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Considero Distant city un cantiere aperto, ed al momento solo un punto di partenza per un ampio spazio di rappresentazione, dove far confluire contributi esterni filmati, letterari e musicali: unirsi intorno ad un progetto è più interessante che appartenere ad un genere. Al momento gli strumenti ed il sound utilizzati sono prevalentemente acustici, ma prevedo di collaborare a breve con manipolatori elettronici del suono e di utilizzare sounds elettrici e noise, lasciando però invariata la poetica del lavoro.

Gennaro Azzollini

 

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