Luca Telese
Scritto da Pierpaolo Lala    Mercoledì 09 Luglio 2008 17:47    PDF Stampa E-mail
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Trentasette anni, giornalista, scrittore, autore e volto televisivo (è da poche settimane in onda su La7 la sua nuova creatura Tetris), Luca Telese cura una interessante collana per la Sperling & Kupfer. Le radici del presente, spiega lo stesso Telese, "raccoglie libri che si propongono di uscire dal purgatorio infinito delle memorie indeterminate, per accendere qualche piccola candela che illumini questa terra di nessuno così vicina e impervia, il nostro passato prossimo". I primi volumi, alcune in realtà sono delle ripubblicazioni, hanno avuto un ottimo riscontro tra il pubblico come nel caso di Nicola Rao e della sua Fiamma Celtica. Lo stesso successo che pochi mesi fa Telese ebbe con Cuori Neri nel quale il giornalista, formatosi professionalmente e culturalmente in ambienti di sinistra come Rifondazione Comunista (è stato infatti nell'ufficio stampa del partito di Bertinotti) e Il Manifesto, ripercorre con minuzia di particolari l'assassinio di 21 giovani militanti di destra durante gli anni di piombo.

La prima domanda è personale. Tu sei nato nel 1970. Che ricordo hai del 1977?

Un ricordo terribilmente vivido. Ad esempio i giorni in cui rimasi imbottigliato, il 12 marzo, insieme a mia madre nei vicoli del centro storico di Roma, mentre piovevano i lacrimogeni, e la gente ci tirava i limoni dalle finestre. Gli anni di piombo, per quelli della mia età, sono allo stesso tempo la favola dell'orco e il sogno psichedelico della nostra infanzia.

Come mai il 1977 viene considerato un anno così importante nella storia italiana?

È un anno cardine, ed è quasi inutile ricordare perchè: l'anno in cui di fatto muore la strategia del compromesso storico, l'anno dell'ultima e più feroce guerriglia generazionale che questo paese ricordi fra padri e figli, l'anno zero per la sinistra italiana, che dopo il massimo storico del 1975 e del 1976 si ritrova dilaniata tra guerre di religione intestine. E poi è l'annus orriblis della lotta armata: record di gambizzazioni e sequestri, l'anno della guerra e del coprifuoco. In questi dodici mesi si compie tutto: dalla creatività alla guerriglia, dall'utopia dell'alternativa che sembra ad un passo al tunnel delle morti per eroina.

Qual è stato l'avvenimento più importante del 1977?

Ce ne sono tanti: ma direi che la cacciata di Lama e la morte di GIorgiana Masi possono raccontare tutto quello che ho detto.

Dal libro Cuori Neri alla collana Le radici del presente stai portando avanti un interessante percorso di rilettura critica dell'Italia di questi ultimi quarant'anni. Ma è veramente così difficile "pacificare" questa nazione?

Assolutamente sì, ci vorrebbero i carri armati. E non potendo ricorrere a quelli, risucire ad affermare un piccolo grande principio che ispira la mia collana. Non esiste una memoria, ma "delle" memorie. E l'unico modo per tenerle insieme non è la "memoria condivisa" vagheggiata da Carlo Azeglio Ciampi (ci ho creduto pure io, adesso mi sono arreso), ma almeno quella composta, partecipata, che ti permette di tenerti il tuo frammento di verità, ma almeno di conoscere anche quello dell'altro. Nelle Radici del presente mi sono imposto di documentare il più ampio numero possibile di punti di vista, anche quelli che non condivido. Non si può arrivare alla verità per rivelaizoni, o per guerre egemoniche, solo per approssimazione, direi. E mi pare già tanto. Ma di una cosa sono convinto: se non si ricuciono le ferite dell'odio del nostro passato prossimo, non si risolvono nemmeno le guerre per bande del tempo che stiamo vivendo.

In Cuori neri hai raccontato gli omicidi dei militanti di destra molto spesso dimenticati. Hai ricevuto qualche critica ma soprattutto molti apprezzamenti anche da giornali come Liberazione e Manifesto. è un buon segno (politicamente parlando) oppure è il riconoscimento di un lavoro di ricerca minuzioso e imparziale?

Direi che le critiche positive, sopratutto all'inizio sono state una sorpresa. Ma in un anno sono riuscito anche a incontrare schegge e frammenti di intolleranza che non mi aspettavo potessero sopravvivere. Non mi aspettavo un assalto all'arma bianca, in piazza, a Bologna. Esiste una archelogia dell'odio, in questo paese, tanto stratificata quanto radicata. Ci vorrà forse mezzo secolo, ma forse riusciremo ad estinugere anche le fonti avvelenate delle tifoserie ideologiche da stadio.

Qual è il lascito politico degli anni ‘70? Cosa pensi degli arresti delle nuove Br e del ritorno di personaggi come Scalzone?

Su Scalzone andrebbe fatta una riflessione più complessa e articolata. Però, se posso porcedere per titoli, è una sorta di paradosso vivente. Il suo carisma è atipico, non si impone per la leadership, ma per il senso di protenzione che ispira agli ascoltatori. Il fatto che gli squarci della sua radicalità e del suo ribellismo siano annegati fra citazioni di Spinoza, di Hegel, di Truffaut o di Shakespeare, non riduce la gravità e la forza del suo massimalismo da irriducibile.

Una domanda faceta (Coolclub.it è pur sempre un giornale musicale). Cosa pensi della musica della fine degli anni ‘70 (se non sbaglio ami il prog)?

Il progessive potrebbe essere preso per una metafora di tutto quello che ho detto, di un'epoca, e forse di più. In ogni presentazione che faccio, infatti, provo a dire che la chiave per capire l'utopia e il senso di tragedia degli anni di piombo, la spensieratezza dei grandi ideali, e la durezza della lotta armata, il vento forte della rivolta, e la bonaccia della sconfitta, bisogna introdurre una paroletta che di questi tempi è fuori moda: la complessità. Ebbene, il pop è semplice, il progressive è complesso. Non puoi capire il ‘68, il ‘77, gli indiani metropolitani, Berkley, Bob Kennedy, Soldato Blu, il Laureato, Pazienza e Brubacker, il Pci e gli autonomi, i giovani ribelli di destra e i golpisti, se non hai mai sentito, per dire Selling England by the Pound. Non puoi spiegare la coesistenza magmatica degli opposti se non hai mai sentito Darkside of the moon, se non hai compulsato la partitura di Wish you were Here, se non ti sei mai addentrato in The court of King Krimson. C'è stato un tempo in cui si poteva sognare di abbattere ogni frontiera, anche quando si era apparentemente rinchiusi dentro il reticolo chiuso di un vinile. E invece adesso, anche dopo che il digitale ha abbattuto ogni frontiera, siamo compressi nel respiro asfittico del gingle, dei successi derivati dagli spot, dei fotogrammi e dell'insostenibile leggerenza del pop. È per questo che quel ventennio di rivoluzioni musicali che si aprono con i Beatles e si chiudono con The Wall potrebbero essere il palinsensto perfetto per una scansione storiografica degli anni di piombo. Ma questa, come si dice, è un'altra storia. (pila)

 

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