| Elisabetta Liguori | ||||
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Un uomo fermo ad un semaforo, mentre sta per andare al lavoro, nel tempo breve richiesto dal passaggio dal rosso al verde, ricorda un caso affrontato quando era ancora un praticante, dieci anni prima. Ne ricorda il fallimento, ricorda ogni dettaglio apparentemente destinato a cambiare la sua vita, ricorda una per una quelle che sembravano delle opportunità, compreso un cadavere e tutto il suo sangue, offerte da quegli anni luminosi, ricorda il periodo in cui tutto sembrava possibile, ricorda tutti i suoi sforzi per correggere la realtà che gli si palesava innanzi al fine di condurla a sé, ad una verità accettabile, alla perfezione, alla bellezza. Questa in sintesi la trama de Il correttore, secondo romanzo della scrittrice leccese Elisabetta Liguori, edito da peQuod. Evitiamo ogni equivoco. Il tuo romanzo non è un giallo. Certo, c'è un omicidio, un'indagine, tutto segue i crismi della scrittura di genere, ma sembra trattarsi solo di un espediente narrativo per gettare luce sulla vita di Nicola e Angela, i due indiscussi protagonisti del romanzo. Sì, la scrittura di genere è stata evocata quasi naturalmente dalla scelta stessa di trattare temi attinenti al mondo della giustizia. Mi è sembrato quello il linguaggio più adatto, d'impatto più immediato, per raccontare il lavoro di chi fa indagini penali, la fatica, il concatenarsi obbligato dei passi. Il linguaggio che il lettore poteva sentire come più familiare, utile a favorire poi una specie di più facile, inevitabile approfondimento del tema stesso. Il genere è la cornice, il quadro è fatto di uomini, dei loro gesti concreti e quotidiani, piccoli e grandi. La differenza quindi sta nel dettaglio, nell'analisi accurata dei personaggi. Infatti una delle caratteristiche della tua scrittura è la capacità di entrare con precisione chirurgica nelle menti dei tuoi personaggi.. I personaggi sono la mia ossessione: mi piace essere precisa, dettagliata, ma non scientifica, risolutiva, mi piace far germinare dubbi, ipotesi. La struttura del giallo si serve sul dubbio, lavora sul dubbio, lo trasforma, ha il dubbio come motore, e quindi risulta affine alla natura del mio protagonista, Nicola uomo che vuol imparare, e che tenta disperatamente di liberarsi dai suoi dubbi, cancellarli, risolverli e trovar verità. Al racconto in prima persona di Nicola sulle vicende legate al primo omicidio sul quale ha lavorato si alternano interi capitoli in cui trascrivi le telefonata tra l'uomo e sua moglie Angela. Dialoghi in puro discorso diretto, senza interventi esterni. Pure partiture teatrali. Perché questa scelta? I dialoghi sono la parte più importante del libro, sono il suono e le immagini della storia. Quello che se fossi uno sceneggiatore o un regista, forse avrei scritto e filmato più volentieri. Alle domande astratte e personali che la storia pone, si oppongono i dialoghi. Grazie a questi la vicenda evolve, anche nel ricordo. I dialoghi sono la verità: una verità sempre e comunque doppia, perché composta dal fondersi di due personalità, contaminata dai desideri di chi la attraversa, dai suoi bisogni. Qui i dialoghi sono il motore perché una coppia è motore, mezzo di trasporto. Una coppia comprende le cose del mondo, la sua attualità, attraverso la coppia stessa, finché funziona, e lo fa servendosi delle parole di coppia, nate con il tempo, grazie ad artifici noti solo dalla coppia stessa; sono parole diverse da quelle che gli esseri umani utilizzano nelle altre forme di relazione. Volevo raccontare la verità che nasce da questa comunione e come questa verità, forse la sola che abbiamo, possa essere messa in pericolo dalla distanza. Ora che ci penso ho scritto un libro quindi anche sulle distanze e su quello che siamo costruiti a fare per ridurle. Rossano Astremo
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