| Pontiac: un libro, un reading, una rivolta | ||||
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Intervista a WuMing 2 Pontiac-storia di una rivolta è un audiolibro illustrato, scaricabile in più modi all’indirizzo http://www.pontiac.manituana.com e concepito secondo un percorso inverso rispetto a quello di altre produzioni simili. Nel senso: qui si è partiti da ciò che spesso per alcuni è l’approdo. In origine fu una lettura-concerto – lo è ancora – proposta nei calendari dei contesti più disparati e recentemente accolta anche all’ultimo Festival No dal Molin. Ma da qualche tempo le parole curate da Wu Ming 2 e i suoni composti da Paul Pieretto, Stefano Pilia, Federico Oppi, Egle Sommacal, hanno estasiato sinergia nell’incontro con l’immagine grazie ai segni d’arte di Giuseppe Camuncoli e Stefano Landini. Il risultato è non solo un atto creativo custodito sul web in forma di libro narrato, musicato e disegnato, ma anche una resistenza ostile a certo consumo culturale, e un’esperienza affine alla pratica della percezione e della conoscenza “non costituite”. Wu Ming 2 si è reso disponibile ad accogliere via e-mail alcune mie curiosità in proposito. Devo confessarti che ho scaricato Pontiac più volte. Sono rimasta di fatto ammaliata dal sentimento della ribellione presente in questa vostra autoproduzione, che non è “solo” la restituzione creativa di un evento rimosso dalle vie sovrane della Storia. Nelle dodici tracce è un continuo di suggestioni, e tutte consentono di comprendere le origini, le traiettorie, le persistenze di certo colonialismo. Tra le “righe”, è possibile individuare addirittura delle soluzioni per sciogliersi dal nodo dell’insediamento, che è un meccanismo che va oltre il colonialismo storicizzato e permane tra noi in forma di eredità culturale. Ad un certo punto, per esempio, si rivela l’importanza del disfarsi delle dipendenze introdotte dal nemico, e il pensiero va al dominio globalizzato attuale e ai meccanismi subdoli che lo regolano. Non è un caso… Il tema principale di Pontiac è il colonialismo, non tanto come evento storico, ma come modello onnipresente, metastorico, di incontro tra culture, corpi, nazioni. L’alternativa possibile è quella di un meticciato dove la cultura sia qualcosa che gli individui fanno, non qualcosa che hanno o portano per nascita e sangue. Dove ciascuno è libero di essere diverso senza che questo esaurisca la sua identità. Pontiac nasce da un accenno presente in Manituana. Ciò significa che, durante la lavorazione del libro collettivo, hai “captato” il capo indiano da cui la rivolta narrata nel reading trae il nome: cosa ti ha fermato? Cosa ti ha talmente coinvolto da desiderare di approfondire la ricerca su questa figura? Hai percepito da subito Pontiac come “portatore” di possibili chiavi di lettura del contemporaneo? Mi sono innamorato della rivolta di Pontiac strada facendo. All’inizio, mi affascinava soprattutto come antefatto della Rivoluzione Americana. Un antefatto significativo, perché dice fin da subito che l’Indipendenza delle Tredici Colonie nacque sotto il segno della Razza e della Terra. Poi, studiando più a fondo, mi sono reso conto della complessità della vicenda, una ribellione di tribù indiane molto lontane tra loro che per la prima volta si coalizzano contro un nemico comune, usando come armi tomahawk e fucili, leggende ancestrali e retorica colonialista, profezie religiose, lettere false, voci incontrollate, astuzia guerrigliera, piccole invidie e miserie di uomini. Consentimi di esplorare alcune tracce. La vostra lettura-concertosi apre con un mito non della creazione, ma della ri-creazione: in Nanabush ciò che si narra non è l’origine del mondo, ma il percorso che ha condotto alla necessità del suo rinnovamento. L’assenza del sogno è il male che questo pezzo sembra evidenziare, rivelando la risorsa fondamentale per qualunque trasformazione: desiderare il cambiamento. Anche la musica, con pochi toni ripetuti ossessivamente, sembra rendere il blocco delle emozioni [intime come sociali ], e l’urgenza conseguente di rielaborare un Mondo Nuovo che sia a misura di una recuperata sensibilità collettiva. Ho trovato un simbolismo molto forte in questa “genesi” degli indiani Anishinabeg. Il Padrone della vita sogna e subito crea il mondo per riprodurre quel che ha sognato. Poi però una grande inondazione lo sommerge e allora Nanabush lo deve ri-creare, a partire da un granello di fango originario. Ma non è solo: ad aiutarlo ci sono gli animali scampati con lui alle Acque. Perché per costruire un mondo nuovo non basta volerlo, non basta sognarlo: bisogna farlo insieme. Nella seconda traccia due ritratti fortemente in contrapposizione restituiscono altrettante tendenze: quella di chi cerca la terra e la sua occupazione, e quella di chi agogna il sole e la sua meraviglia. Perché hai voluto inserire nel reading questo “confronto”, peraltro ricreato anche musicalmente con un’alternanza tensione/distensione? C’è ancora bisogno di ri-definire le conflittualità? Il pezzo è costruito come dici, in maniera dialettica, per mostrare due diverse molle dell’esplorazione e del desiderio: la curiosità e il possesso. Tuttavia, la fine dei due esploratori è simile: Henry Hudson cercava la terra e nuove vie commerciali, ed è morto solo, schiacciato da quella ricerca. Ioscoda, il guerriero degli Ottawa, voleva raggiungere la Casa del Sole, il Tramonto, e anche lui morì solo, su un alto crinale, gli occhi rivolti a Oriente. Sono due esempi di “desideranti”, sognatori solitari, contrapposti alla combriccola di Nanabush, un collettivo di sognatori che invece riesce a salvarsi e a rifare il mondo. Una contrapposizione simile si ha anche nella terza traccia, intitolata ad Antoine Laumet de La Mothe, signore di Cadillac e fondatore della città di Detroit. Nel pezzo, una costruzione speculare rivela le due facce – entrambe a mio parere negative - dello stesso personaggio: un mistificatore delle proprie origini, e un profittatore di risorse altrui. “Agli storici l’ardua sentenza, a noi il sospetto”. Solo una sana diffidenza può salvarci dall’immodificabilità della Storia, dal suo ripetersi, dal replicarsi di certe sue figure? Il mio giudizio sul marchese di Cadillac non è del tutto negativo. Si costruì una carriera con le menzogne, è vero, ma a quanto pare aveva un’idea di società meticcia, di convivenza tra bianchi e nativi, molto innovativa e radicale. Non a caso, fu proprio il passaggio di Fort Detroit agli inglesi a scatenare la rivolta di Pontiac. Con la sua storia volevo più che altro mostrare un altro aspetto del sogno, la sua parentela con la bugia, e in particolare il legame tra questa e il cosiddetto “sogno americano”, l’idea di una “Terra delle Opportunità”, della quale Cadillac mi sembra un rappresentante perfetto. Quanto alla Storia, il sospetto non può salvarci dal suo ripetersi, ma può almeno consentirci di raccontare, di immaginare altre storie. Salto all’ultima traccia Cosa siamo, in cui si fa appello alla risorsa della dignità: il cambiamento non passa per la presa di potere, ma attraverso la rivendicazione dei diritti degli ultimi. E’ stato complesso lavorare a questa conclusione, dal tono peraltro molto poco “pacifista”? Intendo: è un invito a non abbandonare certi campi di battaglia… E’ un invito a considerarli il teatro di un’unica lotta. Rivendicare i diritti degli ultimi non è un gesto di vuota solidarietà: significa rivendicare i nostri diritti. Clandestinità e precariato sono facce della stessa medaglia. Come le nazioni indiane ai tempi di Pontiac seppero mettere da parte mille differenze per perseguire uno stesso obiettivo, così oggi dovrebbero fare le diverse tribù di senza diritti, clandestini della dignità. Riguardo al passaggio di Pontiac da lettura-concerto ad audiolibro illustrato: quanto ha inciso l’incontro con la gente, durante le esibizioni dal vivo, nella scelta di custodire e proporre sul web questa realizzazione? E’ stato determinante. Prima di andare in giro per le piazze e i teatri non pensavamo nemmeno di registrare lo spettacolo. Solo dopo abbiamo capito che ne valeva la pena, anche perché molta gente ce l’ha chiesto, per riascoltare meglio, con più attenzione, tutta la storia. E l’approccio con l’immagine, quando è stato pensato? Dall’officina consultabile sul sito si evince che non sia stata cosa semplice inserire l’elemento “visuale”… Come scrittore, ci tenevo che la registrazione in studio dello spettacolo venisse accompagnata da un piccolo “libro”, un oggetto da sfogliare e guardare. Metterci soltanto i testi delle letture, peraltro piuttosto brevi, mi è parsa da subito una scelta limitata. Così abbiamo deciso di coinvolgere Giuseppe Camuncoli, un eccezionale disegnatore di fumetti con cui da tempo c’era la voglia di collaborare. C’è voluto tempo per trovare le illustrazioni “giuste”, e per vari motivi: primo, per evitare errori storici e filologici, secondo, per individuare, in ciascun brano, l’aspetto più centrale e visivo. Terzo, perché volevamo che le immagini nascessero da una vera collaborazione, che non fossero un semplice contributo appiccicato alle parole. Ho discusso di ogni tavola come avrei fatto con una pagina scritta, perché i disegni non dovevano essere un di più, un abbellimento: dovevano diventare parte di quel che Pontiac ha da dire a quanti lo ascoltano, leggono, guardano. Infine, la proposta di un download in più modalità [gratuito, a prezzo posto, a prezzo scelto, giudicando prima di pagare] completa con coerenza il progetto, offrendo delle forme non tanto usuali di consumo. In Pontiac, insomma, in ogni passaggio si respira “relazione”. Quali sono state finora le risposte a tutto quanto? Lo spettacolo è stato messo in scena in una quindicina di date. Per l’audiolibro, invece, abbiamo avuto più di 2700 download in sei mesi. I paganti sono un centinaio, con una media di circa 7 euro a copia (più del prezzo consigliato, che è 5 euro). Tieni conto che oltre al download non c’era alcuna strategia di vendita: nessun bonus per chi paga, nessun contenuto aggiuntivo, nessuna confezione deluxe da vendere a parte. Non che questi “plus” siano un male, anzi. E’ solo che questa operazione non era pensata per un ritorno commerciale. La scommessa, come ha notato giustamente, era più che altro sulla relazione e sul progetto “transmediale” legato a Manituana, l’idea cioé di esplorare quell’universo narrativo con ogni mezzo necessario e coinvolgendo nell’impresa una vasta comunità di lettori attivi.
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