Verdena
Scritto da Osvaldo Piliego    Domenica 08 Luglio 2007 12:32    PDF Stampa E-mail
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I Verdena sono quello che il rock dovrebbe essere. Hanno mosso i primi passi giovanissimi e sempre giovani hanno raggiunto fama e credibilità. Merito di una scrittura decisa, di un talento grintoso e di una sana dose di strafottenza. Amati o odiati come ogni estremo, i Verdena escono in questi giorni con il loro nuovo album Requiem. Dopo varie collaborazioni questa volta decidono di fare tutto da soli (o quasi, due brani sono prodotti da Mauro Pagani). La prima parola che viene in mente ascoltando il disco e parlando con il cantante chitarrista Alberto è sincerità.

Sono passati tre anni dal vostro precedente Il suicidio dei samurai una pausa lunga, cosa è cambiato in questo periodo, come siete cambiati?

Sono stati per certi versi tre anni di riposo; la sensazione, quello che sentivamo in questo periodo, era di non farlo, di non realizzare un nuovo disco, non era in programma per lo meno. Poi negli ultimi sei mesi ci siamo messi in studio e abbiamo cominciato a registrare qualsiasi cosa. Per la maggior parte erano jam, improvvisazioni a volte lunghissime a cui hanno partecipato anche amici. Dopo questo periodo abbiamo riascoltato tutto e scelto quello che ci sembrava migliore. Credo che tra una cosa e l'altra abbiamo scelto tra 150 pezzi, frammenti, robe. Questa volta non ci siamo imposti niente.

Molti si riferiscono a voi usando parole come maturità raggiunta, io credo sia una vostra evoluzione, una normale crescita, tu come ti vedi se ti guardi alle spalle e come vedi oggi te e i Verdena?

Credo la metodologia sia sempre la stessa fin dall'inizio. Quello che cambia è l'esperienza, quello si. Sai, c'è il mondo che cambia che a un certo punto salta fuori, ti scopri diverso. Cose che da piccolo non vedi. Forse è vero che sarebbe meglio restare bambini per sempre. Oggi credo di avere un'attitudine più rabbiosa, sono stanco della spensieratezza.

Da rivelazione e giovane promessa del rock italiano siete oggi una delle realtà più solide e più seguite in Italia, sentite una responsabilità verso il vostro pubblico?

Non sento una responsabilità, certo mi rendo conto che ci sono tante persone che ci ascoltano, che cantano le canzoni ai nostri concerti, che sanno le nostre canzoni a memoria, che magari riflettono su quello che dico. Credo sia una cosa molto interessante.

Avete fatto, nel bene e nel male, proseliti, ci sono decine di gruppi nati attingendo al vostro stile, cosa ne pensate?

Sentirlo fa un certo piacere. Sinceramente io non sento molte cose che ci somigliano in giro. Mi è successo qualche volta con dei demo. Alla fine quello che penso è ...non ce la farete mai! (ride, ndr).

Dopo il disco, il live, una dimensione a voi congeniale, chi vi ha visto dal vivo ne è rimasto folgorato, qual è il vostro rapporto con il palco?

Sicuramente il live è una dimensione in cui ci muoviamo bene. È una cosa magica, credo si tratti di adrenalina. Se c'è da tutte e due le parti, band e pubblico l'effetto è pazzesco, c'è scambio... è una cosa difficile da spiegare.

Questo numero di Coolclub.it è dedicato al 1977, che rapporto hai con quegli anni e con il punk?

Il punk è importante per me come i Beatles, Miles Davis. Mi piace molto, pensa che quando sono nervoso torno a casa metto su Damaged dei Black Flag e mi rilasso. E poi sicuramente i Nirvana, loro erano molto punk...

Quali nuovi gruppi ti piacciono.

Mi vengono in mente solo i Jennifer Gentle.

Osvaldo Piliego

 

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