LIVIO ROMANO
Scritto da Dario Goffredo    Giovedì 16 Giugno 2011 16:09    PDF Stampa E-mail
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Esce con la bella casa editrice ravennate Fernandel la nuova prova narrativa di Livio Romano che, a quattro anni di distanza da Niente da ridere, cambia, come ormai ci aveva abituati, totalmente genere, ambientazione e scenari rispetto al suo romanzo precedente. Il mare perché corre, questo il titolo del romanzo, è una storia di incontri. L'incontro tra i due protagonisti, entrambi di nome Piero, uno sui quarant'anni e l'altro sugli ottanta. L'incontro tra Piero il giovane e la bella Helena, giovane oculista bosniaca, l'incontro tra Piero l'anziano e Nela, ebrea rifugiata a Santa Maria al Bagno nel lontano secondo dopoguerra. E soprattutto è l'incontro tra culture lontane e diverse. Abbiamo parlato con lo scrittore neretino del suo nuovo romanzo.

In questo libro abbandoni le ambientazioni solari e scanzonate di Niente da ridere per un'atmosfera decisamente più cupa, angosciante e notturna. Anche il genere cambia completamente passando dalla commedia amarognola di gusto inglese a una storia d'amore dal sapore noir. A cosa è dovuto questo cambiamento?
In questo romanzo, hai ragione, mi sono sforzato di rendere l'atmosfera rallentata, rarefatta, notturna, aurorale, e la lingua asciutta ed essenziale. Avevo bisogno di liberarmi della prima singolare di Niente da ridere. Della mistificazione narrazione-autobiografia, dell'alter ego Gregorio Parigino. Volevo mettere in scena un uomo lontanissimo dal mio modo di essere, e un suo speculare che è forse la proiezione del me stesso che aspiro a essere a 80 anni - per quanto io sia della generazione post punk del no future, della "Vita spericolata" e via dicendo e mi è estremamente difficile immaginare di campare anche solo cinque anni ancora. Pensavo da tempo di fare un on the road con degli uomini in macchina. All'inizio quattro. L'abitacolo di un'auto è un non-luogo perfetto per far incontrare storie diversissime fra loro, provenienti da personaggi con vissuti assai lontani. E si presta anche a raccontare il paesaggio che via via si incontra -tanti altri non-luoghi, nel caso del Mare. Poi un giorno ho visto, in novembre, appunto al mare, ‘sto tipo emaciato coi baffetti che guidava una vecchia e potente automobile con i finestrini tutti aperti. Mi son chiesto dove andasse. Ho deciso di seguirlo con l'immaginazione. È nata questa storia quasi completamente fictional.

Il mare perché corre sembra quasi un inno al movimento, all'impossibilità di stare fermi, alla fuga da e verso qualcosa. Ma che cos'è per te la fuga?
Andare via dal Sud e poi ritornarci e poi andare via di nuovo: è ormai un topos ricorrente nelle mie storie, mi accorgo. D'altro canto la mobilità, diciamo così, è proprio parte dello statuto antropologico di noi popolazioni mediterranee, a cominciare dall'archetipo Odisseo. Sì hai ragione, io stesso, come i miei personaggi, non sto quieto un attimo, non trovo pace, arrivo e fuggo, ritorno e parto di nuovo. Naturalmente non sempre in senso letterale. Son dominato da una curiosità divorante, per le persone, per i posti, per i libri. Prima di metter su famiglia e tornare al Sud, in dieci anni ho vissuto in cinque città diverse e cambiato tredici volte casa..

Un altro tema che mi ha colpito nel romanzo è l'incontro. Tutto, nella storia, parte da un incontro: quello tra i due Piero, quelli con le due donne, ma soprattutto l'incontro tra culture lontane e diverse che, di questi tempi, mi sembra un tema assai spinoso...
Sì, sono aspetti che si compenetrano a vicenda in un plot che è tutto costruito a specchio. Piero il giovane è opposto e simmetrico all'omonimo anziano (l'uno rozzo, paesano, destrorso, l'altro colto e cosmopolita), così come le loro donne, una ebrea e l'altra musulmana. Incontri che avvengono per caso e che si rivelano determinanti, motori di una svolta. La scommessa che non solo possano convivere particolarità in apparenza incompatibili, ma che da quegli incontri, da quegli "attriti", come scriveva Cattaneo, "s'accenda ancora oggi la fiamma del genio europeo". O, quanto meno, una grande storia d'amore.

L'omicidio Biagi, le nuove Br, la guerra in Bosnia, il terrorismo di Al Qaeda sono più di un contorno nella storia così come nel tuo romanzo precedente la vita politica di un piccolo paese del Sud era un tema centrale. Quanto contano per te e nella tua scrittura la cronaca e la storia recente? Ti consideri uno scrittore "impegnato"?
La mia narrazione ha sempre contenuto una propensione forte all'impegno civile, all'indignazione, alla denuncia. Trasfigurando la realtà, osservandola con una lente che deforma, rende grottesco, ridicolizza: provo a denunciare mali eterni o nuovi del nostro Paese. Ma senza usare il puramente "detto". Narrare significa mettere in scena. "Show, don't tell", diceva Mark Twain. Tuttavia, ancora prendendo le parole di un Grande, Oscar Wilde, "L'artista non ha preferenze etiche. Una preferenza di tal genere costituirebbe per un artista un manierismo stilistico imperdonabile". Nel senso che la preoccupazione maggiore è e resta di tipo "estetico", letterario. Una letteratura che si proponga soltanto di denunciare, stigmatizzare, valorizzare, promuovere non è più arte. È giornalismo, non letteratura. Come disse la Ballestra anni fa: "Diventa una brochure di promozione turistica".
Mi hanno sempre incuriosito le BR, fin da quando avevo 14 anni. E ho letto tantissimi atti processuali su quella specie di parodia del terrorismo rosso che son state le "nuove Brigate Rosse". Anche il conflitto arabo-israeliano è sempre stata una mia passione-ossessione che ha subito un'impennata quando la mia città è stata insignita della Medaglia d'Oro del Presidente della Repubblica per l'accoglienza riservata agli ebrei nel 1946. Sì, in questo libro ci son ben due guerre, e la violenza del terrorismo. Ma si narra di un conflitto che è principalmente interiore a Piero il giovane, che lavora tutto dentro la sua personalità paranoide.

Qual è il tuo parere sullo stato della narrativa pugliese e salentina nello specifico? Esiste secondo te un "gruppo", una "scuola" pugliese ?
Negli anni di Sporco al sole e Disertori, i "giovani" narratori meridionali avevano tentato un attacco alla Torre con una lingua fresca, con temi nuovi che programmaticamente facevano a polpette quella che Trecca chiamava "la poetica dello sciallino verde" o "la monocultura del dolore". Oggi vedo una specie di reazione. Vedo che quel che tira davvero non son certo i fuochi d'artificio linguistici di Dezio o la lingua screziata e ricercatissima di Evelina Santangelo, o anche gli esperimenti carveriani del primo De Silva. Ha vinto la rappresentazione stereotipata del Sud di sempre, fatto di megere, violenza, sopraffazione, magia, pistolettate. Non posso generalizzare poiché poi ognuno ha i suoi miti e i sui percorsi ed è estremamente difficile raggruppare gli autori, ormai tanti, in filoni predeterminati. Fra i pugliesi amo molto Argentina. Ma trovo estremamente interessanti anche Carlo D'Amicis, Elisabetta Liguori, Omar Di Monopoli, Nicola Lagioia, Andrea Piva. Un romanzo bellissimo uscirà spero a breve. L'ha scritto Francesco Lanzo che aveva esordito nel 2004 con I Lanzillotti. In tutto questo, lo scrittore più "giovane", innovativo, geniale, dissacratore, raffinato e insieme dotato di una vena totalmente pop resta il più anziano di tutti, Gaetano Cappelli. Il quale pugliese non è ma io ho sempre considerato i lucani miei conterranei strettissimi.
Dario Goffredo

 

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