| Omar Di Monopoli | ||||
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Uomini e cani è il primo romanzo di Omar Di Monopoli. Classe 1972 vive e lavora a Manduria, nella patria del Primitivo. Nel 2004 aveva firmato la sceneggiatura di La caccia, cortometraggio inserito nel lavoro collettivo A Levante prodotto dalla Provincia di Lecce e dalla Saietta Film di Edoardo Winspeare. Nel tuo libro parli di un sud che ci è familiare ma anche di un sud nascosto che si scopre sfogliando le pagine, come si è svolto questo percorso a scavare?
I cani compaiono spesso nella narrazione, ne sono cornice, protagonisti. C’è un significato altro nell’associare "uomini e cani"?
Una delle cose che mi ha colpito molto è la tua capacità di accostare il gergo e il dialetto a un italiano letterario e ricco, un contrasto che funziona. È un effetto voluto o semplicemente sono due tuoi registri?
L’intreccio delle scene e il loro alternarsi è rocambolesco, filmico quasi. È vicino, per alcuni versi, ad alcuna narrativa italiana (mi viene in mente Come dio comanda di Ammaniti, giusto per l’avvicendarsi di personaggi e scene), anche il genere è "al passo con i tempi" se così si può dire. Quanto la tv, il cinema e le nuove forme di comunicazione influenzano la tua scrittura?
Come uomo del sud che guarda alle cose belle ma anche a quelle brutte della sua terra, qual è, secondo te, il nostro più grande male oggi?
"Restare qua. E resistere. Come ho sempre fatto. Affrontare chiunque a testa alta. Perché di questo è fatto l’uomo. Di orgoglio, perdio. E di niente altro". È una frase del tuo libro che mi ha molto colpito. Racchiude il senso di appartenenza a questa terra, ma anche il ritorno (raccontato anche nel romanzo). Ce ne parli?
Coraggiosa operazione quella di Isbn che ha sporcato la sua solita veste grafica con il sangue. Quanto sangue c’è in questo libro, quanto cuore e quanta passione nello spingere giovani autori da parte degli editori?
Quali scrittori ti hanno folgorato, quali formato?
Domanda, per noi, di rito: cosa ascolti in questo momento? Quali dischi girano nel tuo lettore?
Osvaldo Piliego Le chitarre dei Grinderman, il nuovo gruppo di Nick Cave, sono assolutamente un toccasana per gli animi inquieti come il mio. Tutti quelli che hanno cercato di raccontare il difficile, difficilissimo transito di un luogo o di un popolo verso una modernità che sembra non arrivare mai: William Faulkner (assolutamente irraggiungibile!), Flannery O’Connor ma anche il nostro straordinario Beppe Fenoglio, che nel periodo post-resistenziale (in specie nella raccolta Un giorno di fuoco) ha saputo descrivere in maniera esemplare la fatica di una popolazione (quella dell’Italia dopo la guerra) a crescere e mettersi la violenza alle spalle.Io ho lavorato per anni coi piccoli editori, e conosco bene i meccanismi editoriali (ho anche curato per la Besa gli esordi della rivista Tabula Rasa). Ma ciò che ha fatto la differenza - credo di poterlo dire, spero, senza timore d’essere tacciato di presunzione - è la qualità del lavoro. Per anni ho inviato racconti e romanzi in giro per l’Italia, senza che nessuno mi considerasse di striscio. Stavolta ho avuto numerose offerte, segno che evidentemente la mia scrittura era maturata al punto giusto. Alla fine ho scelto quelli di ISBN perché sono giovani e in gamba, hanno creduto in me e soprattutto mi hanno fatto capire l’importanza di uno sguardo "a lunga distanza". Mettere a segno un libro è un conto, cominciare a percepirti come uno scrittore è tutt’altra cosa.Bhè, appartenendo anch’io a quell’accolita di persone che ha studiato fuori (a Bologna nel mio caso) sperando di trovare altrove ciò che forse possedevo già, alla fine sono tornato quaggiù spinto dall’amore per il mare e il sole (lo so, è un po’ banale, ma è anche questa una forma di orgoglio). Mi ritengo quindi a pieno diritto una di quelle "anime fuori-sede" che non riescono a decidersi su dove è la loro casa. E forse, oggettivamente, al giorno d’oggi comprenderlo appieno si è fatto impossibile. Comunque il ritorno è importante, credo.Non ne ho idea. Io in fondo sono stato fortunato a riuscire a esprimere attraverso un romanzo (un prodotto "artistico", quindi) un mio personalissimo grido di dolore per una terra che amo ma che non capisco. In Uomini e cani ho cercato d’infilare – tra un ammazzamento e l’altro – le estreme contraddizioni di questo sud che splende di bellezza e che al tempo stesso canta la propria morte tra dissalatori pirata, termovalorizzatori assassini e abusivismo diffuso.Guarda, ho appena detto di Sergio Leone cui probabilmente andrebbero aggiunti miliardi di influenze televisive e cinematografiche (io poi faccio il grafico, e sono cresciuto a pane e fumetti Marvel), ma la vera differenza sta nel fatto che, a dirla tutta, credo di appartenere a quella categoria di scrittori "visuali" che invece di pensare per blocchi, scalette e sviluppo dei personaggi pensa soprattutto per "immagini", ed è per questo che il mio romanzo sembra (me lo hanno detto in molti) un trattamento cinematografico! Ammaniti se devo essere sincero non lo amo granché, però da più parti mi giunge voce di alcuni tratti comuni. Forse è solo un caso.È frutto di una ricerca meticolosa, per la verità. Perché, a parte la moltitudine di modelli letterari che ogni scrittore si porta appresso, ho cercato di guardare allo spaghetti-western rifacendomi in qualche modo al grande Sergio Leone, da cui ho cercato di mutuare una serie di accorgimenti (inquadrature sghembe reiterate all’infinito, tema musicale ricorrente, rumori e spari che diventano parte di un complesso panorama filmico) per sintetizzare una cifra stilistica che fosse funzionale alla mia storia. Ed è per questo che il mio romanzo suona qua e là volutamente "barocco" e, nonostante questo, estremamente ritmico.A parte il portato letterario che si porta appresso un titolo siffatto (Uomini e topi di Steimbeck ma anche Uomini e no di Vittorini), è evidente il tentativo di racchiudere in due parole l’intera materia del romanzo: quell’umanità "scalena e abnorme" che finisce, appunto, per somigliare ai propri cani, a reagire alle sollecitazioni esterne con una ferocia e un’irrazionalità che è tipica degli animali (animali braccati, aggiungerei!).Mah, il sud che descrivo io è assolutamente iperbolico, esasperato sino allo spasimo tanto da diventare un ‘non-luogo’. Non mi sono posto il problema se un sud così crudele e violento rappresentasse davvero quello che tutti i giorni si muove attorno a me. Volevo raccontare un western contemporaneo e così ho preso il Salento che conosco io – che sicuramente è diverso da quello oleografico che le associazioni turistiche hanno imparato a propinarci – e ne ho esagerato alcune pecche, ingrossando a dismisura quell’incuria (anche morale) che probabilmente è parte integrante nel nostro Mezzogiorno.
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