| Claudio Prima (BandAdriatica) | ||||
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Ci sono suoni che spesso arrivano dal mare, come il vento, e finiscono per fermarsi tra le pieghe della terra per poi sedimentare e crescere. Ecco allora che tutto questo diventa musica nuova che ha il sapore di altri lidi, di altre coste mai tanto lontane da non essere ascoltate. Tutti questi echi, reminiscenze, presenze, diventano progetti interessanti e apolidi. Così è in fondo la BandAdriatica, allegra brigata capitanata da Claudio Prima che abbiamo intervistato in occasione dell'uscita di Contagio, album pubblicato da FinisTerre e distribuito da Felmay. Da dove viene l'idea di una banda? Noi siamo figli delle bande. Abbiamo ricevuto la musica a domicilio. Questa è la nostra fortuna. La banda arriva a stanarci da piccoli fin dentro ogni casa e a ricordarci che c'è qualcosa per cui bisogna scendere in strada e prestare orecchio. Aspettare con pazienza di essere travolti. La musica delle bande fa parte di noi e ci rende unici. Le melodie che sedimentano nelle nostre mani ritornano nelle nostre composizioni e ci identificano. Le storie che abbiamo sentito raccontare, di avventure calabresi, di notti insonni, di vera musica da giro ci hanno affascinato a tal punto che ci siamo trovati a scegliere quella strada anche per i nostri strumenti. Una banda classica ma allo stesso tempo sui generis... Nella nostra musica non siamo mai riusciti ad essere canonici. È un nostro difetto, a cui teniamo molto. La scommessa in questo caso è stata l'accostamento di strumenti di tradizioni diverse (in particolare organetto e violoncello) alla formazione bandistica classica e da qui l'infezione è stato un processo spontaneo. Sono gli strumenti stessi che dettano le deviazioni dallo standard, che suggeriscono con il loro modo naturale di esprimersi le linee con cui ci discostiamo dal repertorio tradizionale. Siamo stati da sempre seguaci dello spostamento, musicale o geografico che sia. Perché Adriatica? Le bande e le fanfare hanno un mare in comune. Il mare che li ha abbracciati e divisi per anni. Il mare su cui si sono mosse per accompagnare le madonne in processione o le spose in corteo. Il mare che in una notte ti fa cambiare musica. L'Adriatico è un mare che a dispetto della prossimità dei Paesi che bagna, negli anni ha creato perlopiù allontanamenti. I porti che vi si affacciano sono spesso portavoci di tradizioni e culture profondamente differenti, lingue incomprensibili fra loro. Questo mare di differenze ci ha stimolato a cercare un percorso comune possibile, di cui abbiamo intravisto l'approdo quando ci siamo conosciuti. Noi musicisti provenienti da sponde diverse che si ritrovano a suonare la stessa musica. Diverse esperienze musicali e umane si uniscono in questo progetto, come si è formata questa famiglia? Ho incontrato Redi Hasa 5 anni fa a Lecce e in una cantina-laboratorio abbiamo cominciato a scambiarci musica prima ancora che parole. Era arrivato qui da Tirana. Due anni fa abbiamo incontrato Emanuele Coluccia, reduce da una lunga traversata Occidentale da New York al Messico alla Spagna. Era già nato, e noi non lo sapevamo, il progetto adriatico; ce ne saremmo accorti più tardi, scoprendo ad ogni passo un'anima comune, sottesa dalla passione per le nostre reciproche culture e dalla necessità di metterle in gioco. Negli ultimi due anni abbiamo incontrato gli altri musicisti della banda e la fortuna ha voluto che oltre all'esperienza diretta nelle bande di giro avessero l'intenzione di condividere con noi un percorso complesso e impervio come quello adriatico, il coraggio di mettere il proprio modo di suonare al servizio di una scommessa comune. Nel cd suona un altro grande viaggiatore, Naat Veliov che ci ha portato con la Kocani Orkestar una testimonianza straordinaria della sua capacità di comunicazione oltre ogni confine linguistico e stilistico. Per la nostra ricerca è stata una grande lezione. Qual è il tuo rapporto con la tradizione, come vivi questo fenomeno, a tratti modaiolo, di riscoperta? Io non mi sento un musicista tradizionale, non credo di esserlo mai stato fino in fondo. La musica tradizionale ha rappresentato per me la svolta emotiva al momento più rilevante di cui ho memoria e mi ha fatto comprendere quanto la musica fosse importante per la mia vita. Da lì è stata una continua ricerca di una via personale di interpretazione del repertorio e dello strumento, figlia della mia modernità, del mio sentire al presente. Il mio modo di suonare l'organetto e di comporrre da il senso di come io intenda la tradizione. Il profondo rispetto che nutro per la musica tradizionale mi costringe a stare lontano in questo periodo da un certo circuito di riscoperta, che considero approssimativo e dannoso. Per evitare che il fenomeno si tramuti in moda, a mio avviso, un profondo bisogno di approfondimento e di ricerca. L'avvicinamento al repertorio tradizionale ha bisogno della stessa umiltà con cui è riuscito a vincere l'usura del tempo. Parlaci un po' di questo ultimo lavoro, perché Contagio? Le musiche che non conosciamo ci hanno contagiato e non ce ne siamo accorti. Ce le portiamo dentro, in incubazione, fino a quando non le riconosciamo nelle mani di chi ce le riporta. Le musiche nei porti dell'adriatico si sono contagiate per contatto diretto o per via del vento. Noi cerchiamo in questo disco una chiave di lettura possibile di un contagio ormai diffuso e inconsapevole. Il nostro è un periplo che da Brindisi porta fino a Creta, passando per Venezia, Dubrovnik, Durazzo andando di porto in porto a scoprire quanto e se siamo diversi, per esorcizzare il timore di un'infezione, quella culturale, di cui siamo fieri sostenitori. Conoscere per non aver paura di conoscere. Ce n'è sempre più bisogno. Osvaldo Piliego
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