| CESARE BASILE | ||||
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Uno dei cantautori più interessanti del panorama italiano, uno di quelli lontanti dalle mode, sempre un po' defilato e per questo coriaceo, resistente al tempo. Cesare Basile torna e lo fa con un disco che alza ancora una volta l'asticella, il nuovo capitolo di una vita in musica intensa.
![]() Il disco, come ci hai abituato, apre questioni che la canzone italiana ha lasciato sopire per anni. E invece tu canti di fede, di ribellione e lo fai con una poesia scura e crepuscolare. Di cosa vale la pena cantare per Cesare Basile?
Redenzione, amore e morte sono in qualche modo le categorie che costituiscono il repertorio della musica popolare, le coordinate attorno a cui ruota la narrazione. Io credo alla canzone come racconto, momento di condivisione di un fatto, un accadimento individuale che diventa cultura ed esperienza collettiva. Oggi la canzone è autoreferenziale e il coinvolgimento che genera nell'ascoltatore è sempre "comodo", non disturba, lascia l'altro alle sue occupazioni. Per me il racconto deve costringerti a lasciare quello che stai facendo per dedicargli attenzione. Credo che valga la pena di cantare tutto ciò che comporta un rischio.
Come sempre emerge la tua sicilianità, quella brace che arde e che rende la tua musica una sorta di blues sudista, un mantra caldo lontano da tutto quello che c'è in giro e va di moda. Quanto influiscono le tue origini, il tuo legame con la terra nella tua musica?
Nascere e crescere in Sicilia è un privilegio culturale e una dannazione sociale. Il blues era un privilegio culturale che si affermava sullo sfondo di una dannazione sociale fatta di sfruttamento e negazione dei più elementari diritti. Ho sempre avvertito un legame forte con quelle culture "primitive" che al contatto con la modernità, con le forme di sfruttamento della modernità, hanno saputo generare un luogo liberato, come il blues appunto. La Sicilia è terra di blues perché è terra di sfruttamento ed è primordiale.
Nel disco con te non c'è il fidato compagno John Paris ma una serie di amici come Alessandro Fiori, Enrico Gabrielli, Roberto Dell'Era, Rodrigo D'Erasmo. Credi che legami come questi siano il collante che tiene in piedi le canzoni?
I miei amici sono ospiti con i quali condivido le mie canzoni. Mi aiutano a vestirle, a renderle eleganti, ma le canzoni si tengono sempre in piedi da sole. Una canzone che non sta in piedi da sola non è una buona canzone. Una canzone deve stare in piedi anche e soprattutto senza il suo stesso autore.
Il suono del tuo disco ha delle coordinate musicali che abbracciano il folk per poi distorcersi, dilatarsi abbracciare le parole. Come se la musica fosse un colore capace di sottolineare il senso. Come ti approcci alle due scritture?
Non esistono due scritture, la scrittura è una sola. Se ne eserciti due qualcosa si perderà, o l'una si mangerà un pezzo dell'altra. Musica e parole sono la canzone, la forma canzone, l'angolo in cui accade sempre un miracolo.
La visione decadente, il tuo sguardo caustico è in qualche modo politico?
È partecipazione e passione che spesso si muta in furore. Se oggi c'è un modo politico lo individuo nell'esercizio del proprio essere cittadino, nel chiedere conto al Potere di ogni offesa.
La Clinica sessions è una storia di passione e di amicizia, uno spettacolo che ti mette a confronto con altri brani. Ce ne parli?
È un gioco. Una maniera di spogliarsi dei soliti panni di ognuno e vestire quelli dell'altro. Un approccio goliardico alle canzoni che più abbiamo amato, cercando di rendere loro giustizia rendendola anche all'amicizia dei musicisti coinvolti.
Molti accostano il tuo percorso a quello di De André. Come vedi l'eredità di questo grande artista?
L'eredità di De Andrè se la stanno spartendo come avvoltoi.
Osvaldo Piliego
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