Sensibili alle Foglie
Scritto da Stefania Ricchiuto    Domenica 08 Luglio 2007 12:06    PDF Stampa E-mail
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Chiamo Nicola Valentino un sabato pomeriggio. Lo trovo, come al solito, molto disponibile a raccontare - più che a rispondere a delle domande - i vissuti pesanti verso cui la casa editrice Sensibili alle Foglie ha orientato le sue pubblicazioni.

Sensibili alle Foglie è un nome suggestivo. Suggerisce un'identità, un modo di porsi quasi poetico verso i vari contesti di ricerca. In realtà, la vostra produzione riguarda tematiche tutt'altro che lievi. Come nasce, allora, questa denominazione?

Devo premettere che tra le attività di cui ci occupiamo vi è anche la raccolta di manoscritti, disegni, dipinti di persone istituzionalizzate. Per creare un contenitore che custodisse tutti i documenti, è stato istituito un "Archivio di Scritture, Scrizioni e Arte Irritata", da me diretto. Tra questi materiali ci sono anche i quaderni di una donna di Torino, che furono spediti in carcere a Renato Curcio nel corso di una corrispondenza. Questa donna aveva conosciuto sia l'istituzione psichiatrica che quella carceraria, ed in uno di questi quaderni aveva scritto "Chi è sensibile si può rovinare, chi può morire. Io sono sensibile alle foglie, al povero, al patire". Da questa frase il nome della nostra realtà.

Tu sei il co-fondatore della casa editrice, insieme a Renato Curcio. Cosa vi ha spinti a creare una situazione autonoma di produzione?

La nostra storia nasce in carcere alla fine degli anni ‘80. Io, Renato e Stefano Petrelli - che eravamo in carcere da circa un decennio - decidiamo ad un certo punto di affrontare un lavoro sul tipo di esperienza umana che fanno le persone recluse. In modo particolare, indaghiamo su come le persone detenute riescono a tenersi in vita, come fanno a non morire, come rispondono ai meccanismi mortificanti dell'istituzionalizzazione. La motivazione principale era comprendere la nostra esperienza. Nasce una ricerca. Pensiamo così alla pubblicazione di questo lavoro, verificando però che gli editori che contattiamo hanno difficoltà a diffondere queste tematiche. Con alcuni operatori esterni al carcere, allora, avviamo la possibilità di pubblicare in forma autonoma questa analisi. Editiamo così il primo titolo di Sensibili alle Foglie: Nel bosco di Bistorco.

Quindi siete stati mossi soprattutto dalla necessità di testimoniare e sfogare un vissuto personale, necessità che si è tradotta dopo in un'urgenza di denuncia più diffusa.

Tutti e due i filoni della nostra ricerca, e cioè la critica delle istituzioni totali e l'esperienza della lotta armata degli anni ‘70, sono analisi relative alla nostra vita.

Poca accoglienza nei confronti delle vostre narrazioni, all'epoca. E ora, nel vasto panorama della piccola editoria indipendente, rintracciate delle realtà a voi affini?

Ci sono sicuramente editori che fanno un ottimo lavoro, con produzioni editoriali di qualità e di un certo respiro sociale. Abbiamo avuto modo di incontrarne alcuni alle ultime fiere di Napoli e di Torino. Come affinità possiamo individuare un problema comune, che è la ricerca di uno spazio reale nelle librerie. Spazio che dovrebbe spettarci di diritto, visto l'ampliamento degli interlocutori sociali in seguito alle molte direzioni delle nostre ricerche: mondo del lavoro, istituzioni sanitarie, case di cura per anziani. Inoltre, un'accoglienza particolare sta riscontrando il Progetto Memoria sull'esperienza armata degli anni'70. Stiamo puntando molto , quindi, sul nostro sito - nei giorni scorsi rinnovato - per rispondere a questo spazio sociale mancante.

Qual è il nesso tra la critica verso le istituzioni, totali e non, e l'attenzione verso un tema come quello degli stati modificati di coscienza?

Domanda importante. Cominciammo, per Il bosco di Bistorco, ad occuparci delle risorse a cui attingono le persone recluse per mantenersi in vita. Scoprimmo che molte di queste risorse appartenevano al territorio della dissociazione identitaria volontaria.

L'autore pubblicato al quale siete più legati?

Difficilissimo rispondere. In questi giorni stiamo ristrutturando il nostro sito. Un settore è dedicato ai nostri autori. Elencandoli, ci siamo resi conto di aver pubblicato autori provenienti da tutte le parti del mondo, e che hanno affrontato le più diverse ed estreme esperienze di vita. Autori legati anche alla ricerca a livello nazionale, e al mondo accademico. Tutti insieme hanno costruito una ricchezza umana sociale, preziosa per il nostro lavoro.

Sensibili alle Foglie non è solo una casa editrice, ma anche una cooperativa che rintraccia il suo fondamento nell'analisi sociale. Quali le vostre altre attività?

Noi siamo principalmente un laboratorio di ricerca. Questa ricerca si articola in varie modalità, editoriale, principalmente, ma anche seminariale. Inoltre, creiamo in tutta Italia cantieri di socioanalisi narrativa, attraverso gruppi di lavoratori che operano all'interno delle istituzioni. Queste dinamiche ci consentono di esplorare le strutture dal loro interno. Proprio attraverso i cantieri è nato il mio ultimo lavoro Pannoloni verdi, sui dispositivi mortificanti e le risposte di sopravvivenza che si consumano all'interno delle case di riposo per anziani. Sottolineo, poi, le mostre itineranti che curiamo, frutto della raccolta di manoscritti, scarabocchi e dipinti conseguenti al malessere dell'inclusione e dell'esclusione sociale. Ne curiamo davvero molte, destano tutte interesse e riscuotono molto successo.

Ultima domanda. Il numero di giugno di Coolclub sarà dedicato ai festival estivi, soprattutto musicali ma non solo. Cosa pensi delle fiere letterarie che ormai pullulano sull'intero territorio durante l'anno, e che animano anche l'estate italiana ?

(ride ndr) Alcune le seguo e le trovo anche interessanti, quel che vedo però è che il nostro lavoro è diverso.

Stefania Ricchiuto

 

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