| Alberto Campo | ||||
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Alberto Campo è giornalista musicale, scrittore, una delle menti del Traffic, tra i festival più interessanti dell'estate italiana e non solo che si svolgerà a Torino dall'11 al 14 luglio. Spettatore, ascoltatore, studioso e promotore di musica: tutto in una persona. Ci è sembrato naturale ragionare con lui di musica e festival. Cambia anzitutto il mastice che tiene insieme le persone: se nei tardi anni Sessanta erano le comuni convinzioni prerivoluzionarie (dal maggio parigino a Jim Morrison che strepita We want the world and we want it now), dopo la caduta dell'utopia hippie direi che avviene una scomposizione in termini di categorie di consumo a cui corrispondono tribù spesso non comunicanti - se non addirittura in conflitto - fra loro: freaks, metallari, mods, punks... Vale tutt'al più l'esperienza condivisa, di cui il festival rock diviene una sorta di prototipo, così come d'altra parte - nelle generazioni di fine Novecento - il fenomeno dei raves. Al peggio, raduni che idolatrano liturgicamente rockstar prevedibili; al meglio "situazioni" affini a ciò che Hakim Bey chiama "zone temporaneamente autonome" Questi grandi riti collettivi sono occasioni per mettere il singolo in contatto con il circostante, con il tempo che vive, farlo sentire parte di un tutto. Secondo te è ancora così? Direi che è più vero che mai ai giorni nostri, quando l'esperienza della "seconda vita" in rete assorbe parti sempre più ingenti della vita di ciascuno. I festival sono occasione di socialità, prima ancora che luoghi di consumo culturale: esperienze in cui la musica funziona da codice di reciproco riconoscimento. Anche se poi il "tutto" a cui alludi è inevitabilmente transitorio e fatica a depositarsi come coscienza collettiva. Si sa (lo scriveva anni fa Simon Frith nella Sociologia del rock a proposito del collasso dell'utopia hippie): la musica è elemento che da solo non basta a cementare una comunità. I grandi festival europei hanno un peso, un significato oggi, o sono solo dei grandi supermarket culturali? Dipende dai casi. Alcuni sono davvero nient'altro che ipermercati in cui le merci musicali vengono esposte l'una accanto all'altra in modo indifferenziato. Penso a cose tipo l'Heineken Jammin Festival in Italia o il Carling Weekend oltremanica. Altri, viceversa, grazie a temi conduttori riconoscibili o all'aderenza a specifici aspetti della scena musicale, pensiamo al Sonar di Barcellona o all'All Tomorrow's Parties britannico, hanno fondamento culturale prima che mercantile. Vivi la musica in modi diversi. Come giornalista, scrittore, dj e anche come direttore artistico di uno dei festival europei più importanti. Come nasce l'idea del Traffic? Come convivono questi tuoi diversi approcci alla musica? L'idea di Traffic è nata appunto dall'intenzione di creare a Torino un vero festival, che non fosse cioè una semplice rassegna di concerti. Qualcosa che avesse al centro la musica e intorno le forme di espressione - cinema, letteratura, arte contemporanea - con cui la musica stessa dialoga spontaneamente. Un vero festival nel senso di un'esperienza di vita nella quale uno si immerge completamente per tre giorni. Quanto a me, potremmo anche dire che faccio molte cose e nessuna poi così bene... Il cast di questa edizione (dall'11 al 14 luglio) è incredibile, ce ne parli? Qual è il senso di questa edizione? Se sia incredibile o no, lo diranno i fatti. Sulla carta, sì: sembra l'edizione più compatta e culturalmente articolata. Ci piace soprattutto l'idea che rappresenti epoche e luoghi diversi: la Berlino vista da Lou Reed nel 1973. O, per rimanere a figure storiche, la musica pop italiana in quintessenza simboleggiata da Franco Battiato, che apre a Torino il suo tour italiano con un evento speciale in cui ha voluto accanto a sé Antony & The Johnsons e altri illustri ospiti a sorpresa. C'è poi l'attualità rock britannica espressa da Arctic Monkeys, Coral e Art Brut. E la sensazione da rave che procura l'accoppiata fra Daft Punk e LCD Soundsystem. Un ventaglio di suggestioni che crediamo sia in grado di stuzzicare la curiosità di molti. Perché poi, mantenendo alto il punto di qualità, il festival deve comunque fare numeri: 200mila presenze lo scorso anno, un risultato difficile da ripetere. Il Traffic non è solo musica ma un evento multi-disciplinare, quali le attività correlate? Prendendo spunto dalla Berlino di Lou Reed, ospitiamo altri sguardi sulla capitale tedesca che si diramano verso il cinema, l'arte contemporanea e il nightclubbing. E c'è poi la sezione letteraria Word Jockeys, quest'anno consacrata monograficamente a Napoli, con Roberto Saviano, Valeria Parrella e Paolo Sorrentino impegnati a raccontare la magia e il degrado di quella città. Ecco, lo strano asse Berlino/Napoli definisce a suo modo un percorso immaginario dentro la quarta edizione di Traffic. Il Traffic è gratuito, credi che rendere accessibile la musica a tutti sia un mezzo di divulgazione, di educazione all'ascolto, un modo per uscire dalla nicchia e raggiungere le persone? La gratuità è uno dei precetti fondanti del festival. Per alcune buone ragioni. Anzitutto perché offrire gratuitamente musica di qualità è una forma di alfabetizzazione culturale, e trattandosi di un festival che vive anche grazie alle sovvenzioni degli enti locali riteniamo che quello sia un buon modo di spendere il denaro pubblico. E poi perché Torino e il Piemonte scommettono per il futuro sulla capacità di essere attrattivi proprio sul terreno del turismo culturale, oltre che sull'idea di fare polo per la comunità giovanile e studentesca: Traffic rappresenta in quel senso una piccola calamita(www.trafficfestival.com). A cosa stai lavorando in questo periodo? Libri in cantiere? Idee che girano per la testa, quelle sì. Aspetto che una prevalga sulle altre e affiori in superficie, reclamando il tempo necessario per scrivere un libro. Domanda di rito...quali dischi girano nel tuo lettore, quali consigli ai lettori di Coolclub.it? Macino musica quotidianamente per lavoro e ogni tanto finisco per esserne travolto. Premesso questo, le cose che ultimamente più ascolto per e con piacere sono Live at the Massey Hall di Neil Young (roba registrata nel 1971!) e la ristampa di Colossal Youth degli Young Marble Giants (ritorno di fiamma per un vecchio amore giovanile). Quanto all'attualità, direi Mapmaker dei newyorkesi Parts & Labor, Asa Breed di Matthew Dear, Part Monster dei Piano Magic e il persistente Sound of Silver degli LCD Soundsystem (difficile esca quest'anno un disco migliore). Osvaldo Piliego Dai movimenti giovanili del 69 alla cosiddetta generazione X, la musica e i grandi raduni musicali cambiano, cambia il loro senso e il loro impatto, come secondo te?
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