| QUANDO LA MUSICA BRUCIA LO SCHERMO | ||||
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![]() Quando l'amore brucia l'anima, così recitava il titolo italiano di Walk The Line, il film di James Mangold del 2005 tratto dall'autobiografia del cantautore americano Johnny Cash. Una delle solite italiche trovate per aiutare il pubblico e spingerlo in sala, perché certamente in pochissimi avrebbero riconosciuto il titolo della celebre canzone di uno dei musicisti country più importanti di sempre. Quello su Cash non è che uno dei tantissimi biopic che hanno popolato il grande schermo negli ultimi anni. A volersi addentrare in quel pianeta multistrato, labirintico, con lo sguardo dell'appassionato, dell'eccentrico che consuma film e musica in dosi da sociopatico ci si avventura in un viaggio impavido e schizofrenico, senza logica temporale, tra film che documentano, romanzano, o semplicemente s'ispirano alle incredibili vite di grandi personaggi della musica. Dal Charlie Parker raccontato da Clint Eastwood alla Billie Holiday interpretata da Diana Ross, dal Ray Charles col volto di Jamie Foxx al Jim Morrison di Oliver Stone; a volerne tenere il conto non se ne esce, sono troppi, e di tutti ci sarebbe di che parlare. Solo nell'ultimo anno sono arrivate in sala (non in Italia, purtroppo) due pellicole che ci fanno fremere d'attesa. Una è Serge Gainsbourg (vie héroïque), il film tratto da una graphic novel di Joann Sfar, e da lui diretto, per il quale il protagonista Eric Elmosnino ha vinto un Cesar come miglior attore. L'altra è Louis, il silent movie a metà tra documentario e musical - diretto da Dan Pritzker e musicato da Wynton Marsalis - sull'infanzia di Louis Armstrong a New Orleans. Un'esperienza che deve aver molto appassionato il musicista e regista Pritzker, che ora sta lavorando a un film su Buddy Bolden, passato alla storia come l'inventore del jazz. E poi ci sono biopic già annunciati da qualche anno, ma ancora in fase di preproduzione, come The Prince of Cool, il film su Chet Baker per il cui ruolo Josh Hertnett pare abbia scalzato Leonardo Di Caprio; quello su Miles Davis, che avrà il volto di Don Chadle e le musiche orchestrate da Herbie Hancock; e ancora quelli su Marvin Gaye, Janis Joplin, Freddy Mercury e John Lennon, alla cui realizzazione pare che Yoko Ono abbia dato il suo consenso nei mesi scorsi, convinta dall'entusiasmo di Brad Pitt, che interpreterà il ruolo del cantante. Tra vecchi e nuovi, nella maggior parte dei casi i biopic raccontano storie e vite piene di blues, in senso musicale, ma anche inteso come quell'inquietudine atavica, quella specie di tristezza, l'inestirpabile scheggia piantata nel cranio o vicino al cuore. Il pensiero puro della musica, o la sua degenerazione in loop. Il demone con cui hanno vissuto creature speciali che la musica ha reso immortali. Su due di loro vale la pena soffermarsi un po' più a lungo, non tanto - o non solo - per il modo in cui hanno influenzato il corso musicale della storia, quanto per l'approccio con cui gli autori ne hanno trasposto la vita sulla schermo.
Su Kurt Cobain, leader dei Nirvana, hanno lavorato in molti, e adesso anche il regista premio Oscar David Fincher si prepara a girare un nuovo film sulla sua storia. Agli ultimi giorni della vita di Cobain si è ispirato anche Gus Van Sant per chiudere, nel 2005, la trilogia della morte iniziata con Gerry e continuata con Elephant. Nient'altro che un'ispirazione, perché in Last Days l'associazione tra il protagonista Blake e il frontman dei Nirvana sta tutta nella somiglianza del soggetto con l'attore Michael Pitt - capello biondo lungo e unto, abiti molli e sdruciti - e in quel senso di disorientamento e solitudine che precede un gesto folle come quello compiuto dal leader della band di Seattle nel '94. Un film ossessivo, scarno, silenzioso, con pochissimi dialoghi perlopiù surreali e sconnessi; un film in cui a parlare sono solo le immagini e la musica, ma dove non c'è nemmeno una nota dei Nirvana. Attraverso un montaggio atemporale, una ricerca maniacale della fissità, della ripetizione, e l'esaltazione del piano sequenza di cui è maestro, Van Sant consegna la sua personale visione delle ultime ore di un essere disperato e fragile, senza indagarne l'emotività, riportando una dietro l'altra azioni meccaniche e senza senso. Quello che viene fuori dal film è quasi sempre un insopportabile freddo, mitigato da una colonna sonora bellissima, in gran parte eseguita da Micheal Pitt, che nella vita è anche leader della band post-grunge Pagoda, e in cui compaiono anche Venus in Furs dei Velvet Underground e A Pointless Ride degli Hermitt. Due brani valgono tutto il film: quello in cui Blake, chitarra e voce, esegue Death to Birth, e la jam elettrica in solitudine di That Day. Da Seattle a Manchester, un salto all'indietro di quindici anni per raccontare un'altra storia, quella del leader dei Joy Division Ian Curtis, nel film di Anton Corbijn Control. Il nome di Corbijn è strettamente legato a celebri videoclip di Depeche Mode, Nirvana, U2; ma suo è anche l'occhio dietro l'obbiettivo di scatti memorabili come quello che ha immortalato Miles Davis in una stanza d'albergo di Montreal nell'85, con lo sguardo fisso, la pupilla dilatata e le mani sulla faccia; quello della copertina di The Joshua Tree degli U2, e soprattutto quello che ritraeva i Joy Division di spalle nel tunnel della metropolitana di Londra nel ‘79. Uno scatto in cui molti hanno visto sintetizzata tutta la poetica del gruppo, e un bianco e nero che Corbijn ha voluto riportare anche sullo schermo. Alla band di Manchester e a Ian Curtis, morto suicida a ventitré anni, il fotografo e regista olandese è sempre stato legato da qualcosa che andava molto oltre la pura ammirazione. Quando, nel 2006, ha cominciato a girare Control, Corbijn ha dichiarato di averlo fatto per chiudere quel cerchio apertosi trent'anni prima, quando proprio la musica dei Joy Division gli fece decidere di lasciare l'Olanda per l'Inghilterra. E forse è per quel legame così speciale che il regista è riuscito a cucire un film così delicato e a descrivere in maniera così semplice i contorni di una personalità drammatica e romantica, senza cadere in esasperazioni, e senza alcun desiderio di mitizzarla. Forse per questo ha messo tanta attenzione nella scelta del protagonista, riuscendo a trovare un attore perfetto come Sam Riley, così somigliante a Curtis da disorientare. E non solo per l'incredibile vicinanza dei lineamenti del viso, ma per quella naturalezza nel restituire i gesti, il modo di fumare, stringersi nella giacca, tenere il microfono; per il suo modo di riprodurre i balletti spastici con cui Curtis metteva in scena sul palco l'epilessia di cui soffriva. Ma, soprattutto, Riley (che ha militato a lungo nella band 10,000 Things) ha cantato con la sua voce i brani dei Joy Division che fanno parte della colonna sonora del film, da Dead Souls a Transmission, da Digital a She Lost Control. E lo ha fatto terribilmente bene. Tanto da farci sentire una volta di più che la musica di Ian, la sua insicurezza, il suo sguardo, ci mancano sempre. Molto. Lori Albanese
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