L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI BARNEY (letteratura e trasposizioni)
Scritto da Lori Albanese    Giovedì 03 Febbraio 2011 17:39    PDF Stampa E-mail
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Non c'è niente da fare. Qualsiasi luogo comune ha un cantuccio nascosto che lo smentisce, e qui la retorica de "il film è bello, ma non quanto il libro" vacilla fino al crollo. Hai voglia a dire che ci sono delle incongruenze, che il personaggio di celluloide è più morbido, che il suo tono politicamente scorretto impallidisce sullo schermo e che il ritmo c'è, ma non è scandito dalle battute fulminanti del protagonista con lo stesso incedere incalzante del libro. Quand'anche fosse vero - e non lo è, non del tutto, almeno - il Barney Panofsky cinematografico è all'altezza delle aspettative più imprudenti. Dopo aver frequentato le splendide pagine del romanzo di Mordecai Richler, uscito nel 1997 e pubblicato in Italia da Adelphi nel 2001, il sogno di un film che riuscisse a rendere l'intricata e complessa serie di pensieri e situazioni del libro, i continui cambi di piano temporale, e che ci regalasse un personaggio degno dell'intelligenza, dello humor, del linguaggio brillante e immediato dell'ebreo canadese Barney Panofsky era quasi irrealizzabile. Lo sapevamo, eravamo preparati. Eppure, in sala ci siamo arrivati lo stesso col groppo in gola, come si arriva a un primo appuntamento, fermi sull'uscio, a guardare l'altro da lontano, aspettando che passi il fiato corto. E poi, proprio come basta quell'unica frase detta in una certa maniera, quel modo incredibilmente perfetto di porgerci da bere, o di sorridere, è bastata la prima scena, densa di fumo di Montecristo, bagnata di Macallan, a liberare lo stomaco dalla morsa e a convincerci, già al primo minuto dei centotrentadue successivi, che eravamo nel posto giusto e che avremmo trovato tutto quello che aspettavamo. A partire da lui, Paul Giamatti, nel ruolo che gli è valso un Golden Globe come miglior attore protagonista. Lo avevamo già molto ammirato nei panni dell'enofilo Miles in Sideways, il film di Alexander Payne del 2004. Poi lo avevamo visto due anni dopo, accanto a Edward Norton e Jessica Biel, in The Illusionist di Neil Burger. Ma è con La versione di Barney, diretto da Richard J. Lewis, che ci siamo irrimediabilmente innamorati di lui. Perché Giamatti ha incarnato il Barney letterario mettendo nella sua interpretazione tutta l'apparente ruvidezza che Richler aveva voluto per il suo insopportabile e irascibile protagonista, e tuttavia riuscendo a restituirci, proprio come lo scrittore canadese, un personaggio poetico fino all'ultima, sconcia battuta. Bravissimo. E pazienza se nel film un po' svanisce la sensazione di trovarsi continuamente nei dopo sbornia panofskiani; pazienza se le deliranti telefonate tra la seconda signora Panofsky (una grande Minnie Driver) e la madre sono ridotte a un tiepido cenno; pazienza anche se il fuoco è un po' troppo centrato sulla storia d'amore con Miriam (la bellissima Rosamund Pike). Lo spirito del libro c'è tutto. La voce acre di Barney, che non si cheta nemmeno con l'evolversi dell'Alzheimer, anche. Ci sono dialoghi brillantissimi. E, per soprammercato, c'è l'irresistibile poliziotto in pensione Izzy, padre di Barney, che ha il volto di Dustin Hoffman. Insomma, tutto si può dire, eccetto che sia un film convenzionale (come si è letto da qualche parte) o non riuscito.

Certo, è del tutto evidente che quando un libro si trasforma in un caso letterario e un personaggio entra a far parte della nostra vita, le aspettative su una successiva trasposizione diventano altissime, e purtroppo quasi mai si esce dalla sala con quel senso di gratitudine che si è provato con mr. Panofsky. Qualche volta - addirittura - si decide di non affrontarla nemmeno, quella prova, e di restare fedeli alle atmosfere della carta come a un grande amore. Prendete quel concentrato di mediterranea malinconia, quell'istintivo, solitario sbirro dal cuore gentile che è Fabio Montale, nella trilogia marsigliese di Jean-Claude Izzo. Chi ha letto la sua storia in Casino Totale, Chourmo e Solea, chi ha percorso con lui le strade del Panier, bevendo pastis per notti intere, non può sopportare di vederlo svilito in uno sceneggiato televisivo, per di più con la faccia di Alain Delon. Fabio meritava come minimo il tentativo di un film vero, con un attore credibile nei suoi panni, e che sapesse renderne contraddizioni e sfumature. Sorte analoga ha avuto l'ombroso, scostante, affascinantissimo commissario Jean-Baptiste Adamsberg, nato dalla penna di Fred Vargas, che in Francia è finito sia in un film per il cinema, Pars vite et revien tard, interpretato - disastrosamente, secondo Le Cahiers du Cinéma - da José Garcia, sia in cinque film per la tv, stavolta con la gran bella faccia di Jean-Hugues Anglade (reso celebre dal ruolo di Marco, l'uomo di Nikita, nella pellicola di Luc Besson), che almeno è riuscito a restituirci un'immagine del commissario molto vicina all'idea che ci eravamo fatti frequentandolo tra le pagine. Un'aderenza tra attore e personaggio che, invece, è la sola cosa che si ricordi della deludente trasposizione di Uomini che odiano le donne, primo capitolo della saga Millennium di Stieg Larsson, dove l'attrice svedese Noomi Rapace è la migliore Lisbeth Salander possibile, e tutto il resto le fa da scialbo contorno. Ma di esempi simili potremmo farne centinaia, giacché la storia del cinema straripa di personaggi trasposti e storie tratte da romanzi e racconti. Si potrebbe andare avanti a citare per delle ore, facendo improbabili piroette tra l'inchiostro di Colazione da Tiffany di Truman Capote, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury e finire nel Segreto dei suoi occhi di Eduardo Sacheri, Alta Fedeltà di Nick Hornby, The Hours di Micheal Cunningham, Trainspotting di Irvine Welsh, Fight Club di Palahniuk, con breve slancio tra i Veronesi, De Cataldo, De Silva d'Italia. Certo è che, spesso, il salto è nel vuoto. E senza rete. Restare tra le pagine, soprattutto quelle molto amate, fa stare più tranquilli.
Lori Albanese
 

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