UNA MUSICA PUO' FARE
Scritto da Pierpaolo Lala    Martedì 01 Febbraio 2011 18:32    PDF Stampa E-mail
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Una decina di anni fa il cantautore e bassista romano Max Gazzè si presentò a Sanremo con un brano, orecchiabile e disincantato, che ci tormentò in radio per mesi. Una musica può fare cantare lililli o lalalla (maggiore), un modo semplice per enfatizzare tutte le doti della musica e delle canzoni, soprattutto quelle allegre e scanzonate ma anche quelle impegnate o strappalacrime. La musica, in effetti, può molto, può essere colta o disimpegnata, suono o rumore, classica o contemporanea, pop o rock, reggae o pizzica, nuova o vecchia, stantia o fresca.

Qualunque sia la musica, in quanto espressione della cultura o dell’intrattenimento, va salvaguardata e vanno tutelati coloro che la immaginano, la realizzano, la producono, consentono che sia ascoltata. Negli ultimi anni, soprattutto da quando la crisi si è fatta sentire, la musica (come tutto il mondo della cultura) è stata invece considerata come qualcosa di superfluo che va tagliato e abbattuto. Esistono ormai solo i talent show, i fenomeni da baraccone, le starlette improvvisate, le classifiche (basta leggerle) drogate dal televoto, ricche di personaggi che faticano poi a riempire, non dico gli stadi, ma neanche i club di media grandezza. C’è chi sorride (da contratto) e c’è chi piange. Tutto il mondo della cultura e dello spettacolo è in subbuglio perché si tagliano gli enti lirici e il fondo per lo spettacolo, solo per fare gli esempi più eclatanti. E quando invece qualche ente spende in cultura cosa si fa? Si grida allo scandalo, perché, come si affannano a ripetere gli esponenti di molti partiti, bisogna pensare all’occupazione, al disagio sociale, ai cassintegrati, alle igieniste dentali. Tutte cose sacrosante. Ma i lavoratori dello spettacolo che grazie alle politiche dei tagli indiscriminati perdono il lavoro? Non sono anch’essi lavoratori? Il problema politico e culturale serio è che quello dell’operatore culturale o del musicista (per restare alla musica ma potremmo parlare di artisti, attori, registi e tutto il resto) non è e non può essere un lavoro ma uno svago, un dopolavoro, un divertimento che chiunque può svolgere, d’altronde, Sono solo canzonette.

Nella sbornia economica degli anni ’90 e nei primi 2000 (e racconto solo degli anni che conosco e che ho vissuto) la politica ha ben pensato di legittimare il suo potere (e conquistare qualche voto) spendendo e spandendo, organizzando cartelloni sontuosi, finanziando a pioggia chiunque (professionisti veri e improvvisati), gettando al vento migliaia e migliaia di euro senza costruire (tranne qualche caso, e noi di Coolclub ci riteniamo veramente fortunati) professionalità e realtà “produttive”. E ora ne paghiamo le conseguenze.

La parola economia, al momento, non deve fare rima con cultura. Ma è l’unica via percorribile per la sostenibilità di tutto il settore. Gli enti devono intervenire, e anche in maniera più convinta e massiccia di quanto non facciano ora, ma seguendo logiche di qualità e non di convenienza politica o (peggio ancora) elettorale. Soldi buttati al vento sono quelli che non restano sul territorio o non portano nulla al territorio. Manifestazioni come La Notte della Taranta (soprattutto), Carpino, il Bifest, Timezones, il Festival del Cinema Europeo, Alba dei Popoli, e altre importanti manifestazioni ancora attive o esperienze chiuse e seppellite da cambi di maggioranza (come Salento Negroamaro della Provincia di Lecce) sono esempi positivi di come la cultura possa condurre sul territorio turisti, denaro, attenzione e soprattutto crescita in chi vive qui. Bollare la cultura come qualcosa di antieconomico è un errore che troppo spesso si commette. Tornando al cinema, un piccolo intervento pubblico su un film come Mine Vaganti di Ferzan Ozpetek, interamente girato a Lecce e dintorni, ha portato lavoro e soprattutto una grande visibilità in tutta Italia visto l’amore sempre palesato dal regista italo turco nei confronti della città barocca. Qualcuno dovrebbe capire che il barocco e la propaganda delle bellezze territoriali non bastano, giacché le bellezze esistono anche altrove, mentre il valore “culturale” aggiunto, soprattutto se ben alimentato e custodito, garantisce un salto di qualità duraturo nel tempo.

Esperienze nate da Bollenti Spiriti (principi attivi, laboratori urbani) saranno positive solo se inserite in un contesto di promozione e formazione della capacità imprenditoriale. L’errore è spendere oggi 100 e non sostenere domani neanche con 1. Costruire cattedrali o finanziare a pioggia può non avere senso se da parte di chi dà e soprattutto da parte di chi riceve non c’è la consapevolezza che quello della musica, della cultura, dell’arte per molti scapestrati giovani (e meno giovani) di questo sud ingrato può essere una soluzione, un futuro svincolato dalla fabbrica (che non c’è) o dall’insegnamento (che non c’è più). In questo caso la musica può “salvarti sull’orlo del precipizio” come diceva Gazzè (pila).
 

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