| LA NUOVA MUSICA ITALIANA | ||||
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Dormendo in una posizione un po’ scomoda il risveglio è quasi sempre doloroso. Mal di testa, schiena a pezzi, torcicollo. Le dita dei piedi atrofizzate. Il problema è che all’Italia si è atrofizzato lo stivale intero. Negli anni zero appena trascorsi abbiamo assistito infatti al graduale e demotivante abbandono della volontà di comunicare. Ne abbiamo perso la necessità perché ne abbiamo perso il bisogno, ed è come sonnecchiare soddisfatti nel tepore delle proprie guance, limitandosi a spolverare statue di miti ormai decrepiti. La società del benessere ha vinto, e dagli ultimi deboli barlumi degli anni Novanta in poi abbiamo deciso che era meglio dormire. Un secondo Ventennio, direi. Con giacche luminose e sfavillanti, non nere, che ormai ci siamo imparati a fare le cose fatte bene. Il talent show poi come colpo finale, accolto con esultanza da una schiera di ragazzi sognanti, e tutti giù ad arruolarsi nell’esercito dell’hit parade. Chi ha una bella voce si faccia avanti, perché basta quello e tanto studio, che se ci credi davvero i sogni si avverano.
Come interpretare allora questa nuova musica italiana, nata fuori dai talk show e i salotti televisivi, senza la pretesa di esserne accolta ma anzi che se ne tiene debitamente distante? Indie, viene definita, indipendente. Dalle major e dalla cultura di massa. Ma anche Indisposta, perché se la senti pensi subito che è roba strana. Indisponente e Indifferente al rotocalco, come la musica dovrebbe essere. Eppure ci fa così strano. Da un anno a questa parte questi nuovi gruppi e cantautori raccolgono sempre più consensi ed interesse di critica e pubblico, e le loro opere storte, scomode ed enigmatiche sembrano sbucare fuori dal nulla, per indicarci nuove e inaspettate strade. È la nostra Resistenza, e i tempi bui sembrano finiti. Noi italiani ci siamo proprio imparati a fare le cose fatte bene. La nuova musica italiana abbaglia senza avere il bisogno di essere abbagliata ed esce dall’ombra dei garage solo con l’aiuto di semplici strumenti alla portata di tutti: internet, i concerti e il buon vecchio passaparola. Si infiltra nelle cuffie delle nuove generazioni e non solo, perché ci si ritrova la propria vita in una veste nuova e singolare, affascinante e ancora emozionante, ma sempre sincera e spontanea, che lo spettacolo ci ha un po’ stufato. Ci si ritrovano gli sbagli generazionali passati e quelli presenti, un futuro che è incerto eppure allettante. Una dimensione comunicativa che si era persa ormai da troppo. E ti viene da urlare “basta”. Basta scimmiottare sentimenti e luoghi comuni di facile fruibilità, valori consunti e anacronistici con parole usurate e vuote, che abbiamo ancora il dono della parola e della nostra vita ne possiamo parlare in mille modi nuovi. Funziona questa nuova musica italiana, funziona davvero, perché non è solo musica ma poesia. È ciò che trovi inaspettatamente dietro l’angolo, quando pensi che hai già detto tutto e non ti rimangono parole nuove. Che le parole sono sempre le stesse, ma hanno finalmente un nuovo vigore. Certo, non possiamo dire che sia nato tutto ora e dal nulla; piuttosto però quelli che prima erano poveri pescherecci sperduti in un mare di plastica, ora sono diventati un’intera flotta, una corrente prorompente che, forte di una nuova espressività, va a rompere gli argini con spontaneità e sicuramente tanto coraggio. La nuova musica italiana infatti si trascina dietro in questa piena incontrollabile gli autori e le opere di un passato che finalmente ha l’attenzione che merita: dai precursori di questa nuova corrente inarrestabile al più illustre cantautorato italiano, che finalmente si avvicina alle nuove generazioni (dove insieme a De André e compagnia bella vengono riscoperti anche quegli autori minori ora così contemporanei, primo fra tutti Rino Gaetano, al quale la nuova musica italiana deve davvero molto). E tutto viene messo in discussione, tutto viene ribaltato e scomposto, per poi essere ricostruito come si vuole, perché hey, guarda che puoi dire tutto quello che vuoi e puoi farlo come ti pare. La cultura alta si mescola con quella più bassa, la struttura tirannica della strofa-ritornello-strofa viene finalmente detronizzata e superata, la libertà di essere ci viene proposta in modo sorprendentemente chiaro. E questa flotta è come una scoperta di nuove coste, un approdo a delle nuove americhe. Ma chi sono i volti di questa nuova musica italiana? Dare una risposta esaustiva è davvero complicato: l’essenza della musica indipendente risiede nel suo continuo prolificare di scoperte, e insomma bisogna un po’ muovere il culo, alzarsi dal divano per trovarli, ma penso che lo facciamo volentieri, che di essere imboccati ci siamo tutti un po’ stufati. Si può cominciare la propria ricerca basandosi su piccole etichette che ancora non ci credono, che hanno investito due lire per stampare due cd e si ritrovano adesso con quattro lire per averlo fatto. Si può partire invece da quelle più interessanti e competenti come la Tempesta Dischi, di Moltheni e i Tre Allegri Ragazzi Morti (classici esempi dei pescherecci di cui parlavamo), che hanno avuto l’abilità di comprendere il talento di Vasco Brondi, alias Le Luci della Centrale Elettrica, sicuramente uno dei progetti più interessanti di questa nuova musica italiana, dove paesaggi industriali e post-atomici ci aprono ad un nuovo tipo di sensibilità. Da segnalare dell’etichetta anche Il Teatro degli Orrori, i nuovi Massimo Volume, freschi di reunion, il navigato Giorgio Canali e gli Zen Circus. Grande attenzione va poi ad alcuni gruppi come gli Eva Mon Amour, gli A Toys Orchestra e i più famosi Marta Sui Tubi, ma soprattutto ad autori come Dente, che ad un cantautorato dall’impronta più cupa e contorta oppone una semplicità spiazzante ed emozionante, fatta di piccole cose magnifiche e quotidiane, condite da un gusto un po’ retrò; e ancora Paolo Benvegnù, Cesare Basile, Marco Parente. Una nota anche per chi, all’interno di generi musicali già ben formati riesce a rinnovarli con parole nuove: parliamo del metal degli Aquefrigide e dell’hip hop dei Uochi Toki. C’è da dire infine che Indie non è solo essere fuori dalle major discografiche: l’indie italiano è un circuito, una voce comune e tutto sommato unitaria, e vanno sicuramente inseriti in questa panoramica gruppi come i Verdena e i Ministri, che pubblicano per l’Universal ma sono sicuramente tra i più interessanti in assoluto. Insomma, lo stivale dell’Italia cammina finalmente su strade nuove, reali, zozzandosi spesso il tacco, perché è così che funziona quando vuoi fare arte per davvero. È un risveglio doloroso il nostro, che ci mette in faccia la realtà senza troppi fronzoli; è anche incoraggiante. Sperando che questi anni 2010 siano l’inizio di un ventennio finalmente stimolante e bello. Molto molto bello. Daniele Coluzzi
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