| LA CRITICA ROCK | ||||
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La critica rock italiana nasce sul finire degli anni ’60, quando era una realtà abbastanza consolidata in Inghilterra e negli Stati Uniti (fermo restando il vero e proprio giro di boa del Sgt. Pepper). Non ci fu il ritardo cui si pensa in genere, considerando che il primo saggio storico/critico, quello scritto da Lillian Roxon, risale alla fine del 1969.
La palestra dei primi critici fu il settimanale Ciao 2001, sul quale comparve una pagina, “Underground”, curata da Enzo Caffarelli. Ed è su Ciao 2001 – nonché sulle copie di Melody Maker e di Rolling Stone acquistate in alcune edicole di Roma – che mi sono formato, soprattutto come semplice appassionato. Io però sono arrivato a scrivere recensioni e articoli in modo professionale soltanto nel 1980. Conservo ancora e guardo con grande tenerezza l’unico numero di Dark Star, che realizzai con alcuni amici nell’autunno del ’73, un tentativo di emulare Freak, il ciclostilato che Riccardo Bertoncelli scriveva in solitudine a Novara. Nel ’75 ci fu la radio – non la Rai, che mi appariva (ed era) irraggiungibile, ma quella libera in FM. Per almeno cinque anni ho lavorato nel microcosmo delle emittenti private, imparando il mestiere facendolo direttamente. Poi fui chiamato a Radio 3 da Pierluigi Tabasso – artefice e creatore, tra le tante cose da lui inventate, di Rai Stereonotte – e cominciai ad allargare il mio raggio d’azione. La scrittura è stata per molto tempo un’attività minore e parallela, coltivata con la medesima passione di autodidatta e insieme a colleghi cui sono sempre molto legato. Oggi ci sono scuole e seminari di giornalismo musicale, all’epoca c’era una professionalità non meno valida ma coltivata sul campo, parlando al microfono o scrivendo e una cosa ha influenzato l’altra. Ricordo che un funzionario di Radio 3 che stimavo molto, Pasquale Santoli, mi accusò di fare “informazione bruta”, poco analitica, poco meditata: si trattava – credo – di due modi differenti di intendere il linguaggio radiofonico. Questo per dire come io fossi legato a una pratica quotidiana; forse non avevo proprio il tempo di riflettere. Anche sulla scrittura… recensioni e interviste. Una scrittura molto emotiva, poco meditata. Nonostante l’obiettivo principe mi fosse sempre ben chiaro: informare chi leggeva o ascoltava, far sapere delle scoperte che andavamo facendo in tempo reale. Tante cose le ho imparate dai miei compagni di avventura, oltre che dai colleghi già affermati come Giuseppe Videtti o Carlo Massarini. Studiavo, sì, ma in un modo non ortodosso. Credo che la mia scrittura sia sempre stata poco “immaginifica” e molto concreta. Il che non vuol dire che non mi emozionassi. Tutt’altro. La prima intervista – io amo soprattutto questo aspetto del mio lavoro – la feci a Peter Hammill, il carismatico leader dei Van Der Graaf Generator. Ne ho fatte tante, di interviste. Ho incontrato tanti dei miei eroi e se non avessi la manìa di farmi firmare foto e copertine di dischi, potrei pensare di aver sognato. Di aneddoti ne avrei tanti, ma io mi auguro che chi legge queste poche righe capisca che non sono io il protagonista del mio mestiere di cronista. Se non ci fossero i musicisti, io non esisterei. Un paio di esempi però li farò. Un mio collega e amico, Leonardo Rossi, mi chiese una volta se potevo sostituirlo per intervistare Antonio Banderas, che era a Roma per promuovere “Lègami”. Niente musica, per una volta. È una persona incredibile. Gentile, disponibile, affascinante. Ho il press book di Lègami autografato, ovviamente. E un ricordo bellissimo. L’intervista a Fabrizio De André che troverete su queste pagine è forse la più bella che io abbia fatto. Via fax, perché Fabrizio, che peraltro avevo incontrato anni prima, voleva essere sicuro che le sue parole fossero riportate fedelmente. L’ha scritta lui. Ha il suo modo inimitabile di parlare (e di scrivere). Ora, con la posta elettronica, questo metodo ricompare. Ed ecco Dylan LeBlanc, per cui ho cercato una traduzione fedele alla sua scrittura. Un giovane artista speciale. Un altro incontro da ricordare, sia pure mediato dalla tecnologia. Giancarlo Susanna
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