MUSICA 80
Scritto da Pierfrancesco Pacoda    Mercoledì 13 Ottobre 2010 15:49    PDF Stampa E-mail
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Dodici mesi che valgono una vita. Ha battuto il tempo di un anno esatto, e forse non poteva essere altrimenti, Musica 80, il magazine che, all’inizio di quel decennio, per soli dodici numeri, ha scritto le pagine più emozionanti della relazione tra suono e vita, tra rumore e quotidianità. Una rivista che, riletta oggi (ma praticamente impossibile da trovare), svela le trame ‘necessarie’ della trasformazione, allora in corso dei generi in linguaggi, degli stili in serrata narrazione. Questo è stata Musica 80, un team vertiginoso di giornalisti all’apice della libertà espressiva, molti provenienti da quelli altri straordinari gioielli della critica (critica?, racconto, forse, trama politica e visionaria, gioia e rivoluzione per citare gli Area) che erano stati Muzak e Gong.
Qui, però, per la prima volta alle prese con un orizzonte che faceva presagire il futuro, quello nel quale il noise e la disco avrebbero convissuto, il punk avrebbe sposato il funk, la più rigorosa musica contemporanea, da glaciale e accademica, sarebbe diventata lovely, amorevole, come si chiamava una delle scene, la Lovely Music di Peter Gordon appunto, che Music 80 strappò allo sfondo per farle conquistare il ‘primo piano”.
Qualche nome, allora, Roberto Gatti, Franco Bolelli, Riccardo Bertoncelli, Maurizio Torrealta, Gianni Emilio Simonetti, un “passato comune” che continua a essere, mese dopo mese “terra straniera”, territorio da esplorare dove, come amava scrivere Franco Bolelli, ‘Il deserto avanza e invade la metropoli’. Un continuo “esercizio di stile” che prova, per la prima volta a scardinare i canoni  di una estetica che doveva necessariamente essere etica.
Pagina dopo pagina. Time after time.
Se il mondo impazzisce per Patti Smith, ecco sulle ruvide pagine (carta povera ma di grande suggestione, per nulla patinata), di Musica 80, l’irruente arrivo di Lydia Lunch e della compagine della No Wave con il disco manifesto dallo tesso nome, che segna il ritorno “at the control” di Brian Eno, un album che, grazie ai reportage di Musica 80, ci porta nei bassifondi della città, dove la musica “negativa”, il rumore puro, la pornografia, l’eccesso cullato oltre il punk, generavano un gruppo di musicisti tra i quali spiccava il giovane Arto Lindsay (con i Dna), il genio maledetto del sax James Change (con i Contorsions) e lei Lydia Lunch della quale Bertoncelli scrisse che al confronto “la Smith Patrizia si fa piccina piccina”.
Questo il vero segno riconoscibile di Musica ‘80, prenderci e portarci via,  in quella “wild side” dove tutto accadeva. La no wave certo, ama anche le promesse mantenute della disco e dell’hip hop che si incontravano dalle parti del Bronx (un bellissimo reportage di Maurizio Torrealta) con l’apoteosi di Rapper’s Delight degli Sugarhill Gang con la loro oscenità dichiarata sulla base funk di Good Times degli Chic. E, naturalmente, i due episodi che hanno fatto degli albori degli anni ‘80, un momento significativo per comprendere tutti decenni successivi. Parlo della pubblicazione di Remain in Light dei Talking Heads’ e dell’uscita di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. Un film che, come scrisse Franco Bolelli, “rappresenta il qui e l’altrove”. Con una piccola nota personale. Su Musica 80 c’è una mia traccia, una intervista ai Killing Joke.
Pierfrancesco Pacoda
 

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