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la nostra relazione ebbe dei colpi di coda tra l’aprile dell’86 e il maggio dell’87. di quegli avvenimenti che restringono il campo degli equivoci nascondendo un po’ di polvere sotto il tappeto. fu quasi tutto per merito suo, devo ammetterlo; in aprile uscì il suo primo libro di poesie, dei componimenti che un suo amico critico non voleva smettere di definire di derivazione orientale. io, che ora non so dire fino a che punto la conoscessi, non saprei neppure se ci fosse qualcosa di orientale nelle sue poesie. certo erano brevi, e dolci, e leggere; di una leggerezza che mi faceva invidia in fondo allo stomaco, forse neppure m’accorgevo. a dicembre di quell’anno, arrivò la malattia. entravamo e uscivamo degli ospedali, a volte ci rimanevamo per qualche giorno. io non potevo non starle accanto. in quel periodo lei non riusciva a parlare molto. ma lo sentivo, sentivo quello che provava, una grande forza d’animo con cui si difendeva, come dire, da quel tentativo del destino di metterla in ginocchio. sapeva di non potersi permettere neppure mezzo passo nella disperazione, perché avrebbe inghiottito anche me, e per intero. e allora forse il malato, il paziente, ero io. io che l’aspettavo, senza riuscire a proteggerla. quando si fu finalmente ristabilita del tutto, verso metà primavera, decise di affittare un piccolo appartamento sulla costa ovest coi pochi soldi che aveva fatto col libro. si trattava di un regalo per noi due; ci stabilimmo sulla costa fino a maggio, in un periodo magnifico per stare al mare. eravamo solo noi due e qualche amico che veniva a trovarci, di tanto in tanto. lei era bella, e contagiosa. per molto tempo sono stato impegnato a mettere radici nel vuoto. perché non è vero che ci sono persone incapaci di mettere radici; chiunque, anche senza accorgersene, è in grado, chiunque è impegnato a farlo. persino nella mancanza di qualsiasi ambizione, di qualsiasi idea che ti porti a guardare oltre la luna del giorno dopo. ecco, io non avevo ambizioni, e come ogni persona del genere ero molto pericoloso. mettevo radici, ma nel nulla, nell’indefinito, radici che consumavano la pianta stessa. agli occhi dell’altro dovevamo apparire molto maturi: non tanto nel non cercare una spiegazione quanto nel non voler giustificare in alcun modo la fine; o forse era solo il sintomo di una certa stanchezza. ci allontanammo un giorno come tanti; ed io non so dove sia finita, non lo so, non lo so quel tanto che basta per augurarle ancora buona fortuna. [tratto da malesangue.tumblr.com – 169 inni, canti e salmi]
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