ARIA
Scritto da Roberto Conturso    Martedì 03 Agosto 2010 17:15    PDF Stampa E-mail
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Un greve odore di fogna ristagnava per le strade, il depuratore, all’estremità ovest del quartiere, saturava l’aria con i suoi miasmi. Facciate corrose dalla salsedine correvano lungo il marciapiede, cosparso di cicche e volantini pubblicitari. Camminavo senza meta, attraversando i luoghi della mia infanzia, riassaporando i ricordi che come in un film si traducevano in immagini. I miei eroi un tempo abitavano fra quelle mura, ragazzi più grandi che rispettavo, figure leggendarie come Alfio Missini, Gigi er Negro, Dario Bertello. Veri picchiatori, non quei pischelli scoppiati pronti ad aprirti lo stomaco per un cellulare o un ipod, era gente da cui avevi sempre da imparare, anche dopo un occhio nero e un labbro spaccato.
La strada era stata ricucita da una distesa di asfalto e dove prima sorgeva il bar di Franco, si stava consumando un’orgia di carne e lamiera. Un cordone umano scorreva di fronte una porta a vetri, incorniciata da colonne di legno zigrinato e grigie matasse di fumo che si contorcevano contro la luce bianca dell’insegna. Non riuscivo a distinguere nessuno, volti anonimi nascosti dal chiarore dei fari si stagliavano sul perimetro di ghiaia del parcheggio. Da un cono di luce giallognola uscì una figura tozza e claudicante. Ondeggiava sul tronco facendo dondolare le braccia lungo i fianchi, come travi da un’impalcatura. La camminata del Mastino era inconfondibile. Scandì il mio nome a gran voce prima di modellarmi le spalle sotto una morsa maleodorante che sapeva di posacenere. Fumare per lui era un passatempo, un modo per tenere occupate le mani quando non erano impegnate ad aprire serrature o a ripulire il malcapitato di turno.
Gli altri ci aspettavano dentro. Era quello che temevo. Non avevo voglia di rivedere le vecchie facce ma non potevo tirarmi indietro, il Mastino poi non era uno di quelli che ti scrollavi di dosso facilmente, avrebbe attaccato con la storia dei vecchi tempi finché non avessi accettato il suo invito.
Indicò al buttafuori l’interno del locale e sfilammo sotto lo sguardo infastidito dei clienti ancora in fila. Una folata di calore mi accarezzò il viso insieme al respiro di quell’orda ansimante. I bassi sferzavano l’aria immobile della pista. Sgusciavo fra corpi sudati seguendo la testa ciondolante del Mastino che si faceva strada senza troppi complimenti. Raggiungemmo una pedana di perspex sagomata da un divano di pelle bianca e un tavolo di vetro puntellato da flute, un secchiello per il ghiaccio e un vassoio di metallo. Riconobbi immediatamente Marco Cafieri e Lello che scattò in piedi, allungandosi oltre il tavolo per abbracciarmi. Era felice di vedermi e me lo dimostrava vomitando frasi sconnesse e versandomi da bere da una bottiglia di Cristal che stringeva per il collo. Era strafatto e la mascella, anestetizzata dalla cocaina, si muoveva a fatica. Cafieri, dal canto suo, biascicava nomi incomprensibili di persone che negli anni erano state dentro, come se nella testa di quel coglione avessi trascorso metà della mia vita a Regina Coeli e conoscessi tutti i suoi amici passati di lì. Di fianco a loro sedevano altri due tizi, non li avevo mai visti prima, dovevano essere dell’est a giudicare dai lineamenti spigolosi e la pelle olivastra.
Quello magro con i capelli pettinati all’indietro, cercava di impressionarmi con storie sulla malavita albanese e il suo compare, un ciccione dagli occhi tumidi e una fitta corona di capelli, mi studiava con attenzione; ogni volta che riesumava la testa dal vassoio, mi squadrava, grattandosi il naso e sgranando le pupille nere che gli riempivano completamente gli occhi.
Considerando come se la godevano quei quattro, il locale doveva appartenere a qualcuno del vecchio giro. Provai a rilassarmi, allungai altri due bicchieri a Lello, uno per me e l’altro per il Mastino.
- Ecco er vero romano!
Una voce roca, puntuale, mi colpì dritto allo stomaco. Alzai la testa e in piedi di fronte a me c’era Mario Crialese, detto er Mazzinga. Sembrava se la passasse meglio dall’ultima volta che lo avevo visto: indossava una camicia bianca e una giacca blu a doppio petto stretta sulle spalle, era appesantito e non si preoccupava più di radersi i capelli, erano più lunghi sui lati lasciando zone glabre al centro della testa. Nonostante si fosse ripulito, aveva sempre quell’espressione truce stampata in faccia, come se i lineamenti del viso fossero stati risucchiati in avanti deformandogli il volto in una maschera dura che non lasciava trasparire la minima emozione.
L’aria satura di sudore e alcol si faceva irrespirabile. L’estate era alle porte e dentro quel cazzo di locale si soffocava. Crialese inveiva contro i camerieri che si attardavano a rimboccare il secchiello del ghiaccio con nuove bottiglie di champagne. I brindisi si susseguivano e il Mazzinga teneva banco con vecchi aneddoti. Gli altri si divertivano, non perché fosse spiritoso, non lo era mai stato, semplicemente lo temevano e lui ne era consapevole. Molte volte mi ero chiesto se raccontasse storie per il semplice gusto di farlo o perché si divertisse a vedere fino a che punto la gente avrebbe assecondato le sue cazzate, ridendo a ogni suo cenno, a ogni sua impennata di voce. Solo il Mastino era esente da quella pantomima, in questi anni doveva aver stretto un rapporto privilegiato se poteva permettersi di parlare con lo smilzo, quello con i capelli impomatati, che ascoltava a testa bassa e ogni tanto buttava un occhio su di me.
Crialese, stanco di recitare il suo monologo, si alzò e scomparve, mentre le luci della sala spezzettavano il suo corpo in un ventaglio di ombre. Il Mastino fece scivolare l’indice sul vassoio, lo strofinò fra i denti, pulì il dito sulla coscia e mi disse di seguirlo. Non sapevo cosa volessero da me ma conoscevo bene quella sensazione di impotenza, la stessa che avevo provato nel corso degli ultimi due anni. Quell’incapacità di gestire il mio tempo e il mio spazio. Lo seguii senza fiatare.
La sala proseguiva in un angusto corridoio e terminava su una scalinata di ferro che portava al piano sotterraneo. Il peso dei nostri passi riempiva la tromba delle scale trasformando la musica in un eco lontano e l’aria afosa in una coltre umida. Una lama di luce gialla fendeva il buio del seminterrato. Il Mastino aprì la porta, inondando il piano di una luce gelida e tornò di sopra.
La stanza era vuota: Crialese sedeva dietro una scrivania scarna, occupata solo da un posacenere di ceramica bianca dalla cui scanalatura pendeva un filtro maculato. La giacca era appoggiata allo schienale della sedia, le maniche arrotolate sopra i gomiti liberavano avambracci robusti e nervosi. Non c’erano altre sedie, il che lasciava intendere che le visite al piano di sotto fossero rare e sgradite e chi entrava fosse costretto a rimanere in piedi sotto il suo sadico sguardo. Eppure quel vuoto mi dava sicurezza, nessuno poteva nascondersi, c’eravamo solo noi due.
- Ti trovo in forma.
Disse, estraendo dal cassetto una bottiglia di Jack Daniels e due bicchieri di vetro.
- Il carcere ti ha rimesso a nuovo, te sei pure dimagrito.
- A Crialè, che voi da me?
Sorrise, osservando il whisky che saliva lungo le pareti di vetro. Avvicinò uno dei due bicchieri sul ciglio della scrivania e si lasciò andare sulla sedia che scricchiolò sotto il suo peso. Rimase in attesa, simile a un cacciatore che studia i movimenti della sua preda. Feci un passo in avanti, afferrai il bicchiere e senza staccargli gli occhi di dosso mandai giù una lunga sorsata. Il calore scese lungo la gola ed esplose in petto, aumentando ulteriormente la mia temperatura corporea e il mio disagio.
- Ho bisogno di qualcuno fuori di qui, uno che si sappia muovere nel quartiere.
Sputò una nuvola di fumo che si dissolse pigramente nella stanza.
- Non c’è il Mastino che ti copre il quartiere?
- Il Mastino mi serve al locale.
Raschiai dal fondo l’ultimo sorso di Jack Daniels.
- Vuoi che vada in giro a battere cassa per conto tuo?
Le parole attutite dal vetro formarono una condensa sul lato del bicchiere.
- Per questo ci sono gli albanesi. A me serve qualcuno fidato da mettergli vicino.
- Dovrei fa da balia a quei due pezzenti che stanno de sopra?
- Le cose so cambiate e se ora stai qua sotto è grazie al Mastino che ha garantito per te.
La voce del Mazzinga si era fatta aspra e i suoi occhi sprezzanti. Quel figlio di puttana credeva di potermi trattare come l’ultima ruota del carro, il nuovo arrivato in cerca di raccomandazioni per entrare nel giro.
- A me nun me serve la garanzia de nessuno, tantomeno quella de un chiacchierone come er Mastino.
Crialese mi venne incontro, riducendo drasticamente lo spazio fra me e lui. La stanza appariva ancora più piccola di quanto non fosse. Sentivo una scarica di adrenalina salirmi al cervello insieme al fetido odore di alcol che mi sputava in faccia.
- Stamose a capì, der vecchio giro nun è rimasto più nessuno: Missini, er Negro e compagnia bella, o stanno dentro o nun contano più un cazzo.
Accompagnava le sue parole con stoccate della mano mentre le narici si dilatavano come se volessero prosciugare tutta l’aria disponibile in quel seminterrato.
- Perciò, se fai na cazzata, non hai più nessuno che te para er culo e io non voglio cani sciolti nel quartiere. So passati i bei tempi.
Forse lo stronzo parlava degli ultimi due anni, quelli trascorsi in un buco di otto metri quadrati con altre cinque persone, dove la porta del cesso era una concessione e le pieghe di un lurido lenzuolo e una fetida coperta l’unico riparo. Avevo il cuore in gola e il battito era talmente forte da riempire la stanza. Lasciai scivolare la gamba destra all’indietro, il suono del vetro fu attutito dallo zigomo paffuto. Lo colsi alla sprovvista, sbandò all’indietro inciampando sulla scrivania. Le sue mani premevano sulla ferita e il sangue colmava gli spazi fra le dita, lacrimando sul dorso. Cercò di chinarsi per aprire il cassetto, feci in tempo a prendere il posacenere e colpirlo con tutta la forza sulla testa. Rotolò a terra, scalciando come un bambino, mostrando un sorriso scarlatto al centro del cranio. Nel cassetto aveva un coltello a serramanico e una busta di carta marrone: dentro due mazzette da cinquanta tenute insieme da elastici azzurri, a occhio e croce mille, millecinquecento euro. Le infilai in tasca senza pensarci.
Il tracciato di luce mi scortò oltre il reticolato di urla e lamenti. Camminavo spedito, sospinto dalla musica che aveva ripreso a scandire il tempo dei miei passi. Sfilai al lato del privè e con la coda dell’occhio notai Lello e Cafieri farmi un cenno con la mano, evitai di guardarli e puntai dritto. Non si aspettavano di vedermi uscire da solo. Tagliai la pista in un groviglio di suoni e luci che mascheravano quei volti irreali. Mi voltai, nessuno mi stava seguendo, altri pochi passi e sarei stato fuori. La porta si aprì e vidi il buttafuori che presidiava l’ingresso entrare nel locale. Feci scivolare la lama fuori dal manico e la adagiai lungo il fianco destro. Il sudore mi graffiava la pelle e la tensione inchiodava le gambe al pavimento, poi il palmo ruvido di una mano mi bloccò il braccio sinistro.
- Che fai, già te ne vai?– Il Mastino mi urlava nell’orecchio cercando di prevaricare il battito delle casse.
Inclinai la testa per assecondarlo e tenere d’occhio le sue mani, una delle quali ancora aggrappata al mio avambraccio.
- Esco a prendere una boccata d’aria.
Alzai il braccio nella speranza di riuscire, con un gesto disinvolto, a divincolarmi dalla sua stretta. Le dita affondarono nella carne, lo strattonai ma fu inutile, mi afferrò con entrambi le mani, poi le labbra si contrassero in una smorfia di dolore e stupore non appena gli piantai il pugno destro nella coscia. Osservai la gamba cedere sotto il peso del corpo e adagiarsi a terra in una pozza nera. Intorno a me si aprì una voragine. Ero stordito e confuso, feci un passo verso l’uscita e poi iniziai a correre.
Divoravo l’aria umida della strada mentre l’asfalto digeriva i miei passi pesanti. Svoltai in un vicolo e mi accucciai dietro un’auto, avevo bisogno di riprendere fiato e riordinare le idee. La mano stringeva ancora il coltello, ripiegai la lama senza guardarla.
Attraverso le stradine giungevano gli schiamazzi e le sirene delle guardie, dovevo allontanarmi il più velocemente possibile. Mi rimisi in marcia, senza correre, costeggiando i muri di cinta e le macchine parcheggiate, guardandomi continuamente le spalle.
Anche il quartiere dove ero nato e cresciuto mi appariva minaccioso.
 

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Testata iscritta al registro della stampa del tribunale di Lecce il 15.01.2004 al n. 844

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