All’inizio erano due personaggi da cabaret. Due musicisti strampalati che si esibivano al Saturday Night Live, la più grande trasmissione comica della televisione americana. A impersonarli Dan Aykroyd, faccia da schiaffi della commediola made in Usa, e l’introverso John Belushi, eccentrico e scapestrato. Rivisitavano il blues della tradizione, vestiti come detective da film noir, abito e cravatta neri, camicia bianca, in testa un Borsalino da gang-ster e inconfondibili Ray-ban Wayfarer, introducendo uno stile che sarà poi tanto caro alle future iene tarantiniane nonché teleitaliche. Dopo le prime apparizioni, sgominato l’iniziale scetticismo, il duo conquista il pigro spettatore americano. E in un’epoca di glamrockstar brillantate e popballerine, riportano in vita l’anima soul dell’America meticcia, riprendono il blues lì dove era rimasto, nei club notturni sulle rive del Mississippi, e lo fanno arrivare in tutto il mondo. Quando partoriscono l’idea del film, insieme a John Landis, quello che sembrava un duetto da qualche minuto televisivo si trasforma in un vero e proprio mito planetario, intramontabile come tutti i cult. Jake ed Elwood Blues sono cresciuti in un orfanotrofio cattolico, gestito dalle suore. La struttura sta per chiudere, a causa di un mancato pagamento al Fisco. I fratelli Blues vorrebbero contribuire al reperimento dei 5 mila dollari necessari, ma suor Mary Stigmata non si fida della loro fedina penale. Sarà Cab Calloway, nei panni di Curtis, un inserviente dell’orfanotrofio, l’uomo che aveva introdotto i fratelli, da piccoli, al mondo del blues, a suggerirgli una soluzione. La posta in gioco sembra alta. E “quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare”. Curtis li convince a recarsi nella vicina chiesa battista di Triple Rock, dove il reverendo Cleophus James, uno strepitoso James Brown, conduce una liturgia in perfetto stile gospel. Accompagnato dal James Cleveland’s Southern California Community Choir, il Padrino del Soul (così amava definirsi James Brown) interpreta un emozionante gospel, “The Old Landmark”, che servirà a far comprendere ai due fratelli la “sacra” necessità di rimettere insieme la loro band e racimolare i soldi necessari ad evitare la chiusura dell’orfanotrofio. La “rivelazione” si manifesta con Jake illuminato da una luce divina nella chiesa battista, durante la roboante funzione religiosa. Da quel momento, i Blues Brothers sono “in missione per conto di Dio”. Gospel in inglese si traduce con Vangelo. Le chiese afroamericane degli anni ‘30 iniziarono a trasformare i cori religiosi delle funzioni ecclesiastiche in vere e proprie esecuzioni canore. Al coro faceva da contraltare, come un solista, la voce del reverendo, che intonava salmi e passi della Bibbia come fossero testi di canzoni blues. Ad un certo punto entrò in contatto con i gruppi musicali di un genere analogo, il Jubilee, in voga già all’inizio del Novecento. I predicatori diventarono sempre più protagonisti, introducendo in chiesa gli strumenti musicali del jazz, le percussioni, i fiati. Il Gospel infine uscì dalle sacre mura delle chiese e divenne un genere musicale autonomo, suonato nei club da quartetti che, via via, introdussero altri temi, oltre a quelli religiosi, e innovazioni ritmico-armoniche. Negli anni Sessanta, i Gospel avevano finanche lo scopo di dare messaggi di protesta politica a chi frequentava le chiese, contro la segregazione razziale e la repressione dei diritti civili. Predicatori e reverendi impegnati, non disdegnavano l’inserimento subliminale di strofe non propriamente evangeliche. Dalle chiese nere del sud degli Stati Uniti, i cori gospel si espandevano in tutti gli Stati Federati, infondevano coraggio a chi sognava l’uguaglianza in ogni angolo d’America. Nel 1980 i due fratelli “bianchi” cantano classici della tradizione musicale “nera”, pezzi di Robert Johnson (Sweet Home Chicago) e Solomon Burke (Everybody needs somebody to love), ispirati da Ray Charles e Cab Calloway (memorabile la sua esecuzione di Minnie The Moocher in stile Cotton Club), illuminati dal carisma di James Brown e dalla sacra luce del Dio dei Gospel. Questa era la loro strampalata missione per conto di Dio. Una missione che andava ben oltre le apparenze, uno spartiacque culturale e sociale. Un testamento musicale per un’America che stava sparendo. E che, paradossalmente, due comici in abito scuro avrebbero fatto ricordare per sempre.
Salvatore Caracuta
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