JOHNNY CASH TRA SACRO E PROFANO
Scritto da Marco Montanaro    Martedì 08 Giugno 2010 15:33    PDF Stampa E-mail
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«Ma il messìa è solitario.[…] è l’affilato che squarta il tempo in due:
prima di lui è premessa, dopo di lui è scaduto, concessione di supplementari.»
Erri De Luca



Quanto meno insolito. Chissà che faccia avranno fatto i suoi fan, ascoltandone la voce a sette anni dalla morte, quando il vecchio Johnny Cash è tornato per cantare: «Nessuna tomba può trattenere il mio corpo». E’ tornato sotto forma di inedito per il sesto album della collana American, in un pomeriggio di febbraio, cantando di resurrezione. Tra la sacralità delle ultime composizioni di Cash, del suo rapporto coi fan, e il profano di una mossa commerciale, c’è solo da perdersi. Certo il vecchio Cash tra sacro e profano ha rischiato più volte di lasciarci le penne. Lasciate perdere le acconciature cotonate degli show televisivi, le uscite con gli Highwayman, lasciate perdere i film e le piazzate da Al Bano dell’Arkansas. Johnny Cash sapeva dove andava: dove doveva andare. E forse per questo ogni tanto finiva nel deserto.
Il deserto: luogo unico della mitologia americana; ma anche del Vecchio Testamento. Cash era capace di sparire nel deserto per giorni. Fuggiva in auto, con sé solo della buona musica spiritual. Andava a perdere/trovare se stesso o le leggi in cui stentava a credere (la legge che lo arrestava per detenzione di sostanze stupefacenti o la legge del mercato che lo poneva dietro Elvis, re del rock’n’roll, mentre Cash inseguiva il sogno di pubblicare un disco di soli spiritual) come accadeva a molti ebrei qualche millennio prima. Come accade tutt’ora a molti. Alla ricerca della storia: Cash inseguiva tanto le frecce degli indiani rimaste conficcate nelle caverne quanto le tracce dei soldati di fanteria. Cash inseguiva la storia americana per intero – così fu che la cantò, vittime e colpevoli unico coro – declinandola secondo la sua fede. Perché la fede è racconto.
Capita a chi si occupa di storie – che lo faccia per iscritto, in musica o coi pennelli – di porsi il dilemma. Chi racconta storie può non credere alle Scritture? Non può fare spallucce. Così ad oggi A singer of songs del vecchio Johnny Cash rimane una delle più toccanti canzoni su Elohìm e sulla necessità sociale del profeta come narratore. Il narratore – cantore – che neppure davanti al Creatore china il capo e dichiara, fiero, di aver solo raccontato storie. Senza possibilità di sottrarsi al dovere, con il solo attimo in cui si riprende fiato come spazio minimo per il libero arbitrio – esattamente quanto accadde ad Abramo con Isacco. Nel declinare storie secondo una qualsiasi fede – idea? principio? – c’è la conferma suprema di sé, del non essere soli, o unici.
Ogni cosa ha poi necessità di riscontro fisico; concreto e materiale. Risulta difficile inseguire il sogno di Cash, il cortocircuito tra sacro e profano – realizzato probabilmente solo con il colpo di coda finale della serie degli American – tornando alla realtà delle nostre chiese. Mi è capitato con una statua di Sant’Antonio in una chiesa di Lecce. Ci provo col barocco. Dell’umanità affamata di storie – di conferme di non esser soli – che riecheggia nei versi di Cash – spesso eco di altri versi, è la tradizione – c’è ben poco nel culto nostrano. Passato per il paganesimo dei campi, dove pure si cantava, adesso è congelato. Fermo alla statua, immobile nel chiacchiericcio delle mode del Venerdì Santo – appare incolmabile il distacco tra sacro, sempre più sacralizzato, e profano, che è solo profanabile; mentre sfilano i pellegrini con le croci non c’è silenzio, a malapena sforzo. L’appartenenza è fatica fisica, sudore. Non appartiene a questa parte di mondo. Le confraternite – un tempo composte da muratori, venditori ambulanti – arrivavano nella piazza del paese affaticate e sbronze con le statue in spalla. Erano profani assoluti che s’inventavano il sacro. Delimitare il campo per il passaggio della statua era allora questione di vita o di morte. Per questo si arrivava al contatto fisico, perché in quel campo scampo non c’era. Ad oggi guardi i crociferi e pensi chi gliela fa fare. Il Klu Klux Klan sfila in paese.
Anche il KKK fu sulle tracce di Cash. A seguito del primo arresto per droga, finì sui giornali la foto di lui che usciva dal carcere accompagnato dalla prima moglie, Vivian. Pare che in quella foto Vivian avesse i tratti tipici di una negra (non lo era). Il KKK insorse. Voleva fargli la pelle. Poi una storia d’avvocati persa nel nulla. Ma anche questa dev’esser confluita nel poema I am the nation in cui Cash riesce a mettere insieme ogni pezzo d’America dall’Alaska ai nativi americani. L’unico che diventa contraddizione, moltitudine, nel nero del vestito degli ultimi: il raccontabile tra gli spazi del sacro e del profano. Noi dove siamo?
Marco Montanaro
 

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